Melania Mazzucco, la Repubblica 3/12/2011, 3 dicembre 2011
Tutto ciò che compro è prodotto in Cina. L´ombrello, le mutande, le batterie, gli accessori del computer
Tutto ciò che compro è prodotto in Cina. L´ombrello, le mutande, le batterie, gli accessori del computer. La Cina esporta di tutto. Una sola cosa non è ancora riuscita a venderci: i libri. Per anni, abbiamo letto solo romanzi opera di esuli, in Francia o negli Usa, e che i cinesi ignorano. Di Gao Xinjian non conoscono neanche il nome, tanto che uno studente della Peking University mi ha chiesto indignato perché la Cina non abbia mai vinto il premio Nobel, come se io avessi colpa di questa ingiusta discriminazione. Salvo qualche scrittore impostosi grazie al successo di un film (come Mo Yan con Sorgo rosso), o appartenente a una minoranza etnica (come Alai), qualche scrittrice di saghe (Jung Chang, Su Tong, Zhang Jie) o scandalosa (Zhou Weihui), il pianeta letterario cinese, effervescente e come la società in frenetico cambiamento, ci rimane inesplorato. L´estraneità è ricambiata. Se Il nome della rosa - mi ha assicurato un giornalista - è stato ancora nel 2011 il romanzo straniero più venduto in Cina, in libreria si trovano pochissimi scrittori italiani (fra cui Calvino e Baricco). Perciò ho partecipato con molta curiosità alla 3a edizione degli incontri italo-cinesi organizzati dall´Istituto di Cultura di Pechino: Domenico Starnone, Valeria Parrella, Federico Moccia e io, siamo andati a parlare d´amore. Il titolo del convegno, infatti, era "Letteratura e amore", subito ribattezzato "Gli scrittori innamorati". Mentre il taxi si arenava nell´ingorgo spaventoso che paralizzava il quarto anello, mi chiedevo che cosa sappiamo della Cina. Luoghi comuni e per giunta antiquati. Quel che ho visto subito è che i cinesi vogliono l´automobile. E grande. Circolano quasi solo suv e berline. Giapponesi, francesi e tedesche - ma non italiane. E i cinesi cosa sanno di noi? Anche la loro Italia è un frullato di luoghi comuni. Sono sbarcata a Pechino con due obiettivi in mente. Visitare la tomba di Matteo Ricci e conoscere gli scrittori cinesi. Wan Fang e Liu Zhenyun sono nati negli anni ´50. Ma non potrebbero essere più diversi. Wan Fang è una signora piccina e gentile, popolarissima fra le lettrici perché si occupa di tematiche femminili. Il che, per me, è un´ovvietà che non significa nulla: ma una studentessa timida mi bisbiglierà che in Cina, come sappiamo, è ancora svantaggioso essere una donna. Figlia del più grande drammaturgo del XX secolo, Cao Yu (autore di quel Temporale del 1935 che è considerato il primo dramma moderno), Wan Fang ha esordito negli anni ´80 col romanzo Lo specchio vuoto, poi adattato in una serie televisiva di successo. Durante il convegno, ho appreso che ora si dedica a sua volta al teatro e che uno dei suoi romanzi parla di un delitto familiare. Avrei voluto approfondire (la cronaca nera è una finestra privilegiata per capire una società), ma in mandarino so dire appena "nihao" e ho capito solo che si trattava di un parricidio. Liu Zhenyun è nato nell´Henan. Figlio di un analfabeta e di un padre così povero che non riuscì ad avere in prestito cinque pani dal fornaio per invitare a pranzo gli amici, cresciuto in un villaggio di montagna dove tutti erano sempre affamati, tanto che l´unica persona grassa che avesse mai visto in 15 anni era un cuoco (al che decise di diventare cuoco pure lui), soldato nel Gobi negli ultimi anni della Rivoluzione culturale, oggi è una star. Ha iniziato scrivendo di contadini in stile neorealista, è passato alle parabole allegoriche, e oggi racconta la nuova Cina - anche con sceneggiature per il cinema e parlando di libri alla tv. I suoi romanzi si vendono a milioni di copie. Le fan lo assediano per un autografo. Camicia bianca arrotolata sui gomiti, strafottente con gli altri autori, istrionico col pubblico, ha vinto quest´anno il premio Mao Dun - il che fa pensare che nonostante l´atteggiamento trasgressivo ormai faccia parte del wantan (l´establishment dei letterati). Uno studente mi ha detto che nel suo romanzo Una parola ne vale diecimila (2009), uno dei protagonisti è un missionario italiano, detto Vecchio Zhan. Mi piacerebbe chiedergli qualcosa. Liu, tuttavia, dice dell´Italia cose piuttosto offensive - di questi tempi va di moda - sicché rinuncio. Feng Tang e Di An sono figli di un´altra Cina. Nato nel 1971, ginecologo, manager, poliglotta, consulente di Mc Kinsey, Feng Tang scrive di ragazzi. Il suo romanzo Tutto cresce (2007) viene considerato Il giovane Holden cinese. L´ultimo, Unicità, è stato censurato perché erotico e uscirà solo a Hong Kong. Lo comunica tranquillamente e il pubblico ride. Non ho capito se la gente teme il partito, lo rispetta o lo ignora. Agli studenti sembra onorevole che uno scrittore riceva uno stipendio dallo stato, e disonorevole che guadagni soldi vendendo i suoi libri. Quando ho detto che la differenza tra l´una e l´altra condizione è la libertà non mi hanno capito. Nata nel 1983, figlia dello scrittore Li Rui, Di An appartiene alla generazione ribattezzata Bashihou (post-ottanta): stigmatizzati come commerciali (o non scrittori) dai critici ortodossi, i giovani under 30 hanno però un vasto seguito fra i loro coetanei e gli studenti. Colta, cosmopolita ed elegante, nulla la distingue da una coetanea parigina. La tomba del missionario gesuita non l´ho vista. Acquistare un biglietto nella efficientissima metropolitana di Pechino - protetta dai metal detector come un aeroporto - si è rivelato più difficile che scalare la Muraglia. Se pensate che gli italiani siano maleducati e non rispettino la fila, provate a Guloudajie. Superata da tutti, presa a gomitate e sputi, ho guadagnato il baracchino a stento. Tra i vagoni affollati, l´umanità eterogenea di una città-mondo: stanchi proletari senza età, ragazze coi tacchi a spillo, manager occidentalizzati, uiguri e tibetani dimessi. Nessuno legge, nemmeno il giornale. Tutti sfoggiano cellulari di ultima generazione, ipod e videogames. Sgualcita e stordita mi sono persa nel distretto di Xhizimen, cercando via Chegonzhuang e la tomba del primo straniero che abbia avuto l´onore di una sepoltura in terra cinese. Padre Matteo Ricci, il maceratese che divenne Li Madou, è notissimo in Cina e ormai anche in Italia, dopo le celebrazioni che si sono tenute lo scorso anno per il IV centenario della sua morte. E´ stato un ponte fra due mondi, ha diffuso in Cina la letteratura classica, l´astronomia, la matematica, la geologia dell´Europa a lui contemporanea, e a sua volta ha studiato la cultura cinese, fino a farsi mandarino. Oggi che la Cina si è aperta all´Occidente è un simbolo rispettato. Ma io ho un debole per coloro che mancano i loro sogni: così non mi colpiscono tanto i suoi successi, quanto la sconfitta. Gli visse accanto per anni, ma non poté mai coronare il suo sogno di vedere l´Imperatore. Alla fine arrivo davanti a un gruppo di edifici che ospitano il Collegio Amministrativo di Pechino. La tomba è in un parco lussureggiante, su una collina. Ma non ci arriverò: non mi sono organizzata, non ho preso appuntamento. Il Collegio ospitava la scuola ideologica dei quadri del partito. L´intellettuale gesuita che voleva convertire i cinesi giace per l´eternità nel cuore del comunismo come un insetto in una goccia d´ambra. Al ritorno, gli ho reso omaggio leggendo la sua Descrizione della Cina (Quodlibet). Ammirato e lucido, Ricci descrive usi, costumi e leggi dell´epoca Ming. Di sfuggita annota: "E tutto il loro trattare è una eterna politia di belle parole senza la verità dell´amicizia et amore che sia dentro al petto". Forse anch´io, invitata a parlare d´amore, ero una missionaria votata a mancare lo scopo del viaggio? Le ragazze, mi hanno detto mesti gli studenti di Pechino, vogliono un marito ricco, la casa. Su un unico amore convenivano. Quello per il proprio paese. La Cina è amata. L´Italia ancora no.