Antonio Spampinato, Libero 2/12/2011, 2 dicembre 2011
I TRUCCHI DEI TEDESCHI SUL LORO DEBITO PUBBLICO
Non passa giorno che la cancelliera Angela Merkel non chieda una «convergenza economica» per i Paesi dell’area euro. Berlino sogna, in pratica, una gestione comune per le politiche fiscali, regole identiche nel perseguire il rigore di bilancio. E pesanti sanzioni per chi sgarra. Perché allora Berlino non dà il buon esempio e non la smette con i trucchetti contabili che fanno apparire i suoi conti pubblici migliori di quelli che sono in realtà?
Come ha già ricordato Massimo Mucchetti sul Corriere, da 16 anni la Germania “dimentica” di inserire nel proprio debito pubblico le passività della KfW, la versione tedesca della nostra Cassa depositi e prestiti, detenuta per l’80% dallo Stato e per il restante 20% dalle “Regioni”. Non si tratta di noccioline ma di ben 428 miliardi di euro, utilizzati dalla Repubblica federale per garantire i mutui degli enti locali e delle piccole e medie imprese.
Avendo il sigillo dello Stato, il debito del Kreditanstalt fur Wiederaufbau gode dello stesso rating del bund e può essere piazzato a un interesse bassissimo. Ma a differenza del bund, chissà perché, non viene conteggiato nel debito complessivo del Paese. Se così fosse, il rapporto del debito pubblico sul Prodotto interno lordo balzerebbe dall’80,7% a oltre il 97%. Come accade per le statunitensi Fanny Mae e Freddie Mac, i carrozzoni parapubblici stracolmi di debiti, dovesse fallire KfW sarebbe lo Stato a dover tirare fuori i soldi. E come per Washington, anche Berlino nasconde sotto il tappeto la sporcizia del suo devastante passivo, ma invoca senza tregua rigore e sacrifici. Portando però ad esempio dati taroccati.
I tanto invocati trattati europei, che ora tutti vogliono “ritoccare”, sono stati bellamente ignorati proprio dai tanto rigorosi tedeschi.
Ieri ItaliaOggi ha ricordato come il Paese teutonico abbia goduto di un trattamento di favore per riuscire ad abbellire i suoi bilanci. Resta naturalmente la locomotiva d’Europa, nessuno lo nega, ma nel mettere insieme la partita doppia la signora Merkel ha ritoccato dove ha potuto.
Già adesso i conti pubblici italiani previsti per il 2012 sono migliori di quelli tedeschi: Roma dovrebbe raggiungere un avanzo del 2% contro l’1,4% di Berlino. Purtroppo però sono percentuali che non tengono conto degli interessi sul debito. Il nostro, al 120% sul Pil, paga rendimenti da capogiro, quello tedesco, proprio perché all’80% del Prodotto interno lordo, ottiene tassi più vantaggiosi. Dicesse la verità, Berlino starebbe da un pezzo sotto il fuoco incrociato della speculazione.
Poi c’è la questione dell’energia. Il quotidiano economico ha sottolineato come l’Italia, a parità di prodotto, consuma meno energia della Germania e vanta le più basse emissioni di Co2. Eppure al nostro Pese sono stati concessi il 30% in meno dei diritti di emissione rispetto ai tedeschi.
Senza parlare poi delle nuove regole europee decise per stabilire la solidità delle banche. Gli istituti italiani sono sideralmente meno esposti di quelli tedeschi sui titoli greci, considerati i più rischiosi del Vecchio continente. Eppure Bruxelles ha deciso di far inserire alle banche i titoli italiani a prezzo di mercato, alla data del massimo attacco speculativo, invece del valore nominale. Grazie a questo trucchetto molti dei nostri primari istituti di credito si sono trovati costretti a pianificare un rafforzamento patrimoniale ben più pesante di quello previsto per le banche tedesche. Un colpo basso che il rigore dimostrato dalle banche italiane nella gestione degli investimenti a rischio non meritava.
Jean-Claude Juncker, premier lussemburghese e presidente dell’Eurogruppo è stato il primo euroburocrate ad aver il fegato di dire le cose come stanno. Qualche settimana fa ha dichiarato: «Considero il livello del debito tedesco una fonte di preoccupazione, il fatto è che a Berlino nessuno se ne vuole accorgere». Invece di puntare sempre il dito sui guai degli altri, la Merkel farebbe una grande cortesia a tutta Eurolandia se sistemasse prima i suoi. In casa nostra, la crisi la stiamo già pagando cara. Ci manca solo che dobbiamo mettere mano al portafoglio anche per lei.
Antonio Spampinato