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 2011  dicembre 02 Venerdì calendario

PALLINATO CONTANTE

La soglia al di sopra della quale non si potranno usare le banconote, fissata dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti a 2.500 euro, dovrebbe scendere a 500 euro. La “dematerializzazione” della moneta perseguita dal governo Monti potrebbe essere incentivata dall’eliminazione delle commissioni sull’uso delle carte di credito e/o dall’innalzamento delle commissioni per chi preleva contante. [1] Secondo qualcuno, bisognerebbe scendere molto più in basso: 200 euro? Milena Gabanelli: «Migliorerebbe un po’ la situazione, ma non troppo. Pensiamo al parrucchiere, al ristoratore, al falegname, al meccanico, al medico, al dentista, all’idraulico, all’estetista, ecc. Una larga parte del Pil» [2]. Dunque? «A parte i tangentisti, gli spacciatori, evasori e i criminali, la gente comune non necessita di più di una cinquantina di euro alla settimana» [3]. A ’sto punto, tanto varrebbe abolire del tutto l’uso del contante: «Vorrebbe dire annullare tutto il “nero”, i furti, le truffe, il traffico e lo smercio di droga, la corruzione» (lettera di Giorgio Gori al Corriere della Sera). [4]

Nel nostro Paese le transazioni in contante rappresentano numericamente il 90% del totale. [5] Il decreto Bersani del luglio 2006 stabilì che i compensi ai professionisti fossero riscuotibili solo mediante strumenti finanziari tracciabili e non in contanti, fatta eccezione per somme unitarie inferiori a 100 euro. Monica Rubino: «Con il decreto legge 78 del 31 maggio 2010 è stato dato un ulteriore giro di vite: non è più possibile trasferire denaro contante, avere libretti al portatore, emettere assegni trasferibili di importo pari o superiore a 5mila euro». La lotta alla cartamoneta si basa anche su altri argomenti, tra cui la sicurezza e la salute. Geronimo Emili, consulente di comunicazione milanese a capo del “No cash day” organizzato il 21 giugno (tra gli sponsor Mastercard): «Nel 2009 si sono registrate in Europa circa 1.800 rapine in banca. Di queste, il 40% è stata messa a segno in Italia». [6]

Nel primo semestre del 2010 la Banca d’Italia ha riconosciuto false oltre 72 mila banconote (i più contraffatto è il taglio da 20 euro, con il 53,3% del totale, in Europa, nell’ultimo anno, sono stati ritirati 387 mila biglietti in euro falsi). Quanto agli aspetti igienici: «La vita media di un biglietto da 1 dollaro è di circa 18 mesi, mentre una banconota da 100 dollari passa di mano in mano anche per 7 anni e mezzo. Uno studio condotto negli Usa documenta come il 18% delle monete e il 7% delle banconote in circolazione siano veicoli di batteri anche potenzialmente pericolosi come l’escherichia coli e lo stafilococco aureo. Le monete bimetalliche da 1 euro e da 2 euro sono realizzate con una lega di rame-nichel e con una di nichel-ottone e una ricerca pubblicata sul British Journal of Dermatology ne ha evidenziato la capacità allergizzante. Inoltre, 9 banconote su dieci negli Usa registrano la presenza di cocaina sulla propria superficie» (Emili). [6]

Escherichia coli, stafilococco aureo, allergie al nichel e spolverate di cocaina non hanno convinto gli italiani a superare il tabù della carta di credito. Nel 2010 sono state segnalate in media solo 66 operazioni non cash pro capite contro le 176 della media europea. [7] Emili lamenta gli «anni luce» che ci separano dalla Svezia, dove «il 95% dei pagamenti avviene per via elettronica». [6] La gestione (stampa, trasporto, distruzione) del contante costa all’Europa 50 miliardi l’anno, 10 di questi spesi dall’Italia. Giovanni De Censi, presidente dell’Istituto Centrale della Banche Popolari, leader nel comparto della monetica e dei pagamenti elettronici con una quota di mercato di circa il 45%: «Si tratta di una cifra pari allo 0,6%-0,7% del nostro Pil. Ebbene, di questi 10 miliardi circa il 35 per cento grava sulle banche. Siamo di fronte ad una spesa inutile che si potrebbe tagliare con una serie di vantaggi che coinvolgerebbero non solo gli istituti di credito ma anche le imprese, le amministrazione pubbliche e i cittadini». [5]

Secondo una stima di massima dell’Abi, l’impatto economico del contante sull’amministrazione pubblica italiana sarebbe di ben 20 miliardi di euro. Totale pubblico+privato: 30 miliardi di euro, il 2% del nostro Pil. De Censi: «L’impatto sul settore privato (banche, imprese e famiglie) è frutto di uno studio dell’Abi; i 20 miliardi a carico del settore pubblico sono solo una stima di massima tutta da verificare. Comunque non c’è dubbio che per il Paese il peso di questo fenomeno sia rilevante. Per quanto riguarda la Pubblica Amministrazione, ad esempio, è chiaro che la gestione del contante assorba tantissimi dipendenti impiegati nella gestione dei rapporti con il cittadino. Basti pensare agli smarrimenti, ai furti, alle rapine». A proposito di furti e rapine: le assicurazioni sono la prima voce nel totale di 3,5 miliardi spesi ogni anno dalle banche per via del contante. [5]

La gestione del contante coinvolge un meccanismo complesso e ramificato. De Censi: «Pensiamo alla sicurezza e al trasporto del denaro. Sicurezza vuol dire investimenti in caveau, cassaforti, servizi di sorveglianza. Quanto ai trasporti si traducono ancora una volta in servizi di sicurezza, logistica, flotte di furgoni blindati da acquistare e manutenere. Poi ci sono i conteggi che impegnano molti dipendenti. Senza contare l’antiriciclaggio. Ha idea dei costi che il sistema bancario deve sopportare in questo ambito tenendo sotto controllo le operazioni a rischio e segnalandole alle autorità?». L’eccesso di contante in circolazione contribuisce infine ad alimentare il fenomeno del sommerso, significativamente più elevato in Italia (26,2 per cento del Pil) che negli altri Paesi europei (media: 17,9 per cento). [5]

Secondo l’Abi con una stretta sull’uso del contante si potrebbero far emergere dal “nero” fino a 40 miliardi. Gabanelli: «Se è vero che negli ultimi decenni si è cominciato a tassare di più quei beni e quelle attività che più costano alla collettività (pensiamo al tabacco, agli alcolici, all’ingresso dell’auto in città), allora esiste anche un principio sulla base del quale si possa tassare chi utilizza il contante, in quanto fattore generante costi e ingiustizia sociale [...] Come si può pretendere che un consumatore, di fronte all’alternativa “120 euro con fattura/ricevuta, oppure 100 senza fattura” scelga di farsi fare la fattura? Se però al consumatore quei 100 euro “costassero” 150 a causa di una tassa sul contante ... a quel punto preferirebbe chiedere la fattura e pagare 120 euro mediante assegno, bonifico, bancomat, ecc.». [2]

Se si usa la carta di credito o il bancomat per pagare qualcosa da qualche parte una traccia elettronica (in uscita per chi paga, in entrata per chi incassa) resterà. Roberto Giovannini: «In questo caso, i funzionari del Fisco e alle Fiamme Gialle invece di attivare una complessa indagine finanziaria possono visualizzare in modo agevole e sintetico i movimenti del contribuente “sospetto”. È vero che si tratterebbe di setacciare una quantità mostruosa di transazioni, nell’ordine di molti miliardi, e dunque difficile da tener sotto controllo a meno di mettere in piedi sistemi da Grande Fratello orwelliano (ma siamo in Italia). Ma è vero anche che la sola minacciosa possibilità che questa “traccia” venga scovata potrebbe aumentare quella che gli esperti chiamano compliance, cioè un comportamento fiscalmente corretto». [8]

L’idea di far sparire il contante non piace a tutti. Per varie ragioni. Danilo Taino: «La prima è persino banale. Si tratta di una limitazione, ulteriore, della libertà individuale di non volere essere sotto controllo. L’ evasione fiscale è un reato e lo Stato deve combatterla come tale, non attraverso un controllo di massa degli acquisti degli italiani, riempiendo gli archivi della polizia fiscale di fatti strettamente personali. Sarebbe come dire che, se aumentano i furti, diventa legittima la perquisizione a tappeto degli appartamenti, alla ricerca della refurtiva. È l’idea dello Stato che ha tutti i diritti sul cittadino non solo suddito ma anche, per definizione, colpevole (e perché non anche eversore?) potenziale. È lo Stato che vieta il contante per intromettersi nella nostra vita non sulla base di una notizia di reato ma sulla base di una statistica sui reati. Uno Stato che non sa raccogliere le tasse e quindi punisce e mette sotto controllo tutti i cittadini». [9]

Tremonti disse qualche tempo fa che se in America circoli con il contante in tasca ti fanno pedinare dall’Fbi (Mattia Feltri: «Lo diceva quando ancora erano ignote le sue bizzarre forme di pagamento dell’affitto: 4 mila euro cash al collaboratore Marco Milanese») [10], ma «come può uno Stato obbligare un cittadino a possedere una carta di credito?» (lettera firmata al Corriere della Sera). [11] «C’è chi non la usa dicendo che non ha la percezione di quanto spende» (lettera di Giuseppe Cico alla Stampa). Mario Calabresi: «Bisogna ammettere che il rischio di spendere più di quanto ci si potrebbe permettere, di smarrire il senso del limite, è reale e possibile. La crisi americana è nata proprio dal gigantesco indebitamento delle famiglie statunitensi, anche se sarebbe più corretto dare la colpa agli eccessi consumistici più che allo strumento che si utilizza per realizzarli». [12]

Note: [1] Roberto Petrini, la Repubblica 19/11; Roberto Petrini, la Repubblica 2/12; [2] Milena Gabanelli, Corriere della Sera 13/11; [3] Milena Gabanelli, Corriere della Sera 24/11; [4] Corriere della Sera 20/11; [5] Giorgio Lonardi, la Repubblica 3/10; [6] Monica Rubino, la Repubblica 20/6; [7] Stefania Tamburello, Corriere della Sera 20/11; [8] Roberto Giovannini, La Stampa 20/11; [9] Danilo Taino, Corriere della Sera 24/11; [10] Mattia Feltri, La Stampa 6/9; [11] Corriere della Sera 20/11; [12] Mario Calabresi, La Stampa 19/9.