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 2011  dicembre 01 Giovedì calendario

E il giudice si vantò: “Dovevo fare il mafioso” - Che impressione quella definizione «area grigia» pronunciata a Milano ma che si materializza a Reggio Calabria

E il giudice si vantò: “Dovevo fare il mafioso” - Che impressione quella definizione «area grigia» pronunciata a Milano ma che si materializza a Reggio Calabria. Anzi, che rende le due città contigue, sovrapponibili. Può sembrare una bestemmia, l’ex capitale morale d’Italia accostata alla città che ospita la sede sociale della ‘Ndrangheta spa. Eppure il caleidoscopio criminale si ricompone come per incanto. Perché, alla fine, ciò che unisce il Nord e il Sud, Milano e Reggio Calabria, l’avvocato e il politico, il magistrato e il neurologo, il finanziere e il boss, è l’odore dei soldi e la bramosia del potere. E in questo gioco dannato, alla fine il rischio è che, per l’opinione pubblica, politica e mafia, affari e potere siano la stessa cosa, una cancrena. «Morelli - scrivono i magistrati milanesi - è il grimaldello che consente ai Lampada di entrare nel grande mondo della politica e delle istituzioni». E’ lui, Franco Morelli, il consigliere regionale eletto con la lista Scopelliti presidente, politicamente legato alla Destra Sociale che fu di Gianni Alemanno, che prende il posto di un altro ex missino, Alberto Sarra, assessore senza portafoglio della giunta regionale Scopelliti, nei rapporti con la ‘ndrangheta, con la cosca Lampada, espressione diretta dei Condello, trapiantata in Lombardia. Alta filosofia quella che pronuncia Morelli all’avvocato, che è un consigliori della ‘ndrangheta, Vincenzo Minasi, anche lui arrestato: «Noi non siamo tanto quello che siamo... quanto quello che appariamo...». Ma lo storico dilemma dell’essere e dell’apparire non angoscia un altro dei protagonisti di questo racconto (giudiziario) italiano: il giudice, il magistrato Giancarlo Giusti. Parla l’imprenditore mafioso, Giulio Lampada: «In serata devo andare a Cosenza a cresimare un ragazzo... quando vieni a Milano?». E il giudice: «Vengo... dipende dal cugino del tuo caro amico medico, di Giglio (il riferimento è al presidente delle sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio, ndr)». «Del nostro Presidente, che convochiamo qualche giorno su a Milano...». Giusti sbotta: «Tu ancora non hai capito chi sono io... sono una tomba, peggio di... ma io dovevo fare il mafioso, non il Giudice... però l’idea di portarci il Presidente a Milano non è male sai?». E’ un mondo privo di specchi, quello dell’area grigia. Sagome senza identità, automi al servizio del denaro e del potere. E per questo difficilmente identificabili. Il giudice che vuole essere mafioso, e che intanto dal mafioso riceve «compensi», escort, notti d’albergo (27.000 euro documentati), voli aerei. Mentre l’altro magistrato, il «Presidente», ottiene un posto di dirigente alla Regione per la moglie, Alessandra Sarlo. Nominata chissà da chi. E il mafioso che si inabissa nella società, apparentemente rispettando le sue regole. E si fa vanto, lotta con tutte le sue forze per farsi nominare, Giulio Lampada, dal Cardinale Tarcisio Bertone, Cavaliere di San Silvestro. («Ora in tutte le diocesi che mi ritrovo in Italia mi devono chiamare Eccellenza...»). Non è appagato, Lampada. Voleva e ci riesce che il battesimo di sua figlia si celebrasse in Vaticano e che alla «sfarzosa e riservata cerimonia presso la Casina di Macchia Madama», partecipassero i cugini Giglio, Vincenzo e Mario, e Francesco Morelli. E’ il modello Reggio che, proiettato a livello nazionale, rende opaca la politica e l’impresa. Nel gioco del grande equivoco (dell’essere e dell’apparire) cade a piedi uniti pure il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che non riesce a capire quanto il suo referente politico calabrese, il consigliere regionale Morelli sia legato ai mafiosi. E’ un modello che rischia di essere accettato come ineluttabile. Con Morelli i consiglieri regionali finiti in carcere per mafia (non per concorso esterno o voti di scambio o corruzione) sono due. L’altro è Santi Zappalà, sindaco di Bagnara Calabro. Ahi, quanti politici sono finiti dentro le reti di quest’area grigia. Fa quasi sorridere la definizione che i magistrati milanesi danno della ‘ndrangheta radicata al Nord: «Associazione mafiosa a carattere familiare». Il fai-da-te del crimine, la «fabricheta». In realtà si tratta di una organizzazione criminale che fa usura, speculazioni immobiliari, traffici illeciti, il business del videopoker. E pensa di avere anche i suoi politici a servizio, modello «Il Padrino». Saranno pure mafiosi, questi ndranghetisti milanesi, ma della «saggezza» dei padrini hanno ben poco. Parlano tra di loro per nulla attenti alle «cimici»: «La ‘ndrangheta si è infiltrata nelle politiche di qua e di là, specialmente a Cologno Monzese». Fanno summit per spartire i pacchetti di voti da indirizzare alle comunali di Cormano, di Cesano Boscone, di Cologno Monzese. E poi raccolgono firme per le liste che si devono presentare (Forza Italia o Lega Nord). E incontrano politici sprovveduti che fanno finta o non capiscono di avere di fronte o a che fare la ‘ndrangheta. Come Tarciso Zobbi, Udc da far votare in Emilia e Romagna, con la «Rosa Bianca» perché a sua volta faccia candidare il loro uomo, il medico Enzo Giglio. E poi c’è Armando Vagliati, altro prescelto. Chissà se questa di Milano è l’ultimo scampolo di retata, insomma un repulisti profondo o c’è anche dell’altro. Di sicuro nelle informative degli investigatori milanesi, si racconta anche di strane richieste di voti dalla famiglia dell’ex ministro della Difesa, Ignazio La Russa: «La Russa attraverso un suo diretto familiare, Marco Osnato, che ha sposato la figlia del fratello Romano, e Marco Clemente avrebbe fatto contattare Salvatore Barbaro per indirizzare voti della comunità calabrese... In cambio, sono stati promessi a Barbaro numerosi appalti...». Ma questa potrebbe essere tutta un’altra storia.