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 2011  novembre 30 Mercoledì calendario

«Quelle signorine» a regola d’arte - Di prostitute famose, nella storia si è sem­pre parlato

«Quelle signorine» a regola d’arte - Di prostitute famose, nella storia si è sem­pre parlato. Sono an­che in troppi a ricor­dare che nei verbali della polizia del secolo borghese, sessualmen­te represso eppure invaso da bor­delli e passeggiatrici fino alla Pri­ma Guerra Mondiale, veniva regi­strata spesso Sarah Bernhardt, l’impareggiabile attrice, e la sua consuetudine al meretricio. Scen­deva in strada per arrotondare, vi­ste le mani bucate che la portava­no a smodate e insostenibili spe­se, e aveva tariffe elevatissime, na­turalmente: per «un’adorazione intima» si andava dai mille ai mil­lecinquecento franchi, incasso giustificato dal principio secondo cui per l’interprete l’amore si ridu­ce a due colpi: uno di reni e uno di spugna. E spesso si citano le abitu­dini di Mata Hari non soltanto co­me danzatrice esotica «giavane­se » e cortigiana d’alto bordo con secondi e tripli fini occulti, bensì per la sua propensione a vendersi nelle case chiuse. Inclinazione che fu anche che di Kiki de Mon­tparnasse la quale, prima di dive­nire icona degli anni folli come modella dei più grandi pittori, ra­cimolava spiccioli mostrando il senso ai passanti per pochi fran­chi. In una foto con Man Ray, nel­l’epoca già dorata, si diverte a rifa­re il gesto, posando nell’attitudi­ne delle prostitute di Villefran­che: «Questo vi costerà un franco o due!», la si sentiva gridare alle­gra mentre sollevava la camicetta. Anche di prostitute del Nove­cento si è parlato a lungo. Basti ri­cordare la Chicago che resse il moccolo a May Duignan, la «regi­na dei bassifondi » meglio nota co­me Chicago May, splendida irlan­dese dalle pelle diafana e la chio­ma fulva, compagna di Eddie Gue­rin che rapinò l’American Ex­press, ma anche sgualdrina capa­ce di rubare a morsi i brillanti dal­le spille da cravatta. Femmina cri­minale che si meritò una biografia redatta da una sua connazionale, Nuala O’Faolain, La vera storia di Chicago May (Guanda). Quanto al Ventunesimo secolo,non c’è bi­s­ogno di sottolineare l’insolito stu­pore prude di fronte all’esistenza di signorine disposte al commer­cio del corpo. Ma di letterati e pro­­stitute, e di quanto a bordelli, don­nine, marciapiedi, marchette e sesso a pagamento debbano gran­di e mediocri titoli della narrativa degli ultimi due secoli, grazie al­l’­abitudine che i loro autori aveva­no di frequentarne i favori, si è par­lato ancora troppo poco. Perché intellò e carne da trattativa, se si toccano, devono farlo solo attra­verso le mediate pagine dell’arte e delle note biografiche degli scrit­tori di fama in cui si ricordano gli incontri nelle maison close . Ecco perché è particolarmente godibile il contributo che Giusep­­pe Scaraffia, nel suo Le signore del­la notte. Storie di prostitute, artisti e scrittori (appena pubblicato per Mondadori, pagg. 272, euro 19) dà alla compilazione di un elenco non soltanto di donnine lascive, ma anche di maschi votati all’arte che hanno goduto dei loro favori e di quell’atmosfera «di dolcezza e umanità» (come la definisce Ma­rio Soldati in una citazione messa a esergo del volume) delle «case». Vuotiamo subito qui almeno par­te di un sacco pienissimo, citando soltanto alcuni dei cognomi, di cui Scaraffia racconta aneddoti e storie gustosi: Corrado Alvaro e le sue piccole prostitute di Istanbul con le labbra che bruciano; Victor Hugo, che segnava in codice i favo­­ri ottenuti: una «n» significava che la ragazza si era spogliata intera­mente; a Gustave Flaubert basta­va un sentore per aumentare il pia­cere e se lei non aveva avuto tem­po di lavarsi, il profumo gli arriva «al cuore»; negli anni ’50 Graham Greene, all’Avana, si vede offrire, oltre alle droghe, combinazioni a tre di ogni genere, e ne sperimen­ta «la maggior parte»; Picasso per­se la verginità a 15 anni in un bor­dello, Prévert a 13 «con una donna infetta», Simenon vendette l’oro­logio del padre per una prostituta nera che gli aveva tolto il sonno, Mario Soldati perse l’occasione della sua marchetta da minoren­ne per timidezza e ubriachezza, ma da militare aggredì «il sospira­to traguardo» in un postribolo di Novara, Evelyn Waugh fece la sua prima esperienza in una casa chiu­sa di Marsiglia e Buñuel fece la sua iniziazione a pagamento perché «l’alternativa nella Spagna del­l’epoca era il matrimonio». E la lista continua, confortata da una ricca bibliografia e da un in­serto fotografico che rende egre­giamente quel clima di «carni ro­see e sfatte, veli, maschere di don­ne » che trasforma la banale lussu­ria in vertigine incantevole: «A di­ciott’anni- scriveva Gesualdo Bu­falino, come ricorda Scaraffia nel suo libro - . Si entrava per la prima volta in un bordello ed era per i più una cresima lieta, come prendere gli ordini di un sacerdozio profa­no ».