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 2011  novembre 30 Mercoledì calendario

Quell’orribile macelleria che non chiuse col fascismo - Dopo le immagini stra­zianti del corpo ol­traggiato di Muam­mar Gheddafi arriva al Festival di Torino un docu­mentario choc che propone foto­grafie mai prima divulgate dello strazio di Benito Mussolini

Quell’orribile macelleria che non chiuse col fascismo - Dopo le immagini stra­zianti del corpo ol­traggiato di Muam­mar Gheddafi arriva al Festival di Torino un docu­mentario choc che propone foto­grafie mai prima divulgate dello strazio di Benito Mussolini. Si tratta de Il Corpo del Duce di Fa­brizio Laurenti, liberamente tratto dal libro omonimo dello storico Sergio Luzzatto (Einau­di). Un documentario, distribui­to da Cinecittà Luce, che lo ha an­che prodotto insieme con RTI, dove si racconta la pa­rabola del cor­po di Mussoli­ni, attraverso immagini ine­dite e terribili reperite all’Ar­chivio Storico Luce, nei Na­tional Archi­ves di Washin­gton e nell’Ar­chivio Centra­le di Stato. Un corpo prima esalta­to anche a li­vello propa­gandistico- fa­mosi suoi ri­tratti a petto nudo durante la trebbiatura - e poi invece ferito, strazia­to e oltraggia­to oltre la mi­sura dell’im­m­aginabile in quella che Ferruc­cio Parri, Presidente del Comita­to di Liberazione Nazionale, de­finì la «macelleria messicana» di Piazzale Loreto. Nel docu­mentario si parla di questo cor­po esibito che avrebbe fatto emergere (addirittura!) una sor­ta di latente omosessualità degli italiani. Insomma, Mussolini, fu un leader popolare che basò il suo carisma anche su una sua forte fisicità, a differenza del ca­po spirituale che fu invece Hit­ler. Dopo l’analisi del culto del corpo del dittatore, Laurenti ci introduce alla macabra storia del cadavere. Subito dopo Piaz­zale Loreto, per volere del Cnl, il corpo del Duce fu tumulato in gran segreto in una fossa anoni­ma nel cimitero maggiore di Mi­lano ma un anno dopo, nella not­te del 23 aprile del 1946, venne trafugato da un gruppo neofasci­sta che ne reclamava una sepol­tura più degna. Il cadavere, recu­perato poi dalla polizia, scom­parv­e di nuovo e le ultime imma­gini esistenti del corpo di Musso­lini sono quelle eseguite nella questura di Milano il 14 agosto del 1946. La spoglia- ormai ridot­ta a una mummia- è rinchiusa in una cassa di sapone, ripiegata su se stessa. Questa stessa cassa fu occultata per 12 anni in un luo­go conosciuto solo da pochissi­me persone poste ai vertici dello Stato. Alcune foto del cadavere di Mussolini circolarono, però, in Italia come santini negativi o positivi, perché fascisti e antifa­scisti rimasero affascinati dal ri­cordo di un personaggio tanto amato e tanto odiato durante la sua esistenza. Ha scritto Sergio Luzzatto: «L’Italia ha uno specifico corpo­rale che ha a che fare con la reli­gione dominante. Il problema del carisma, del crisma, del Cri­sto, dell’Unto dal Signore». Mi permetto di dissentire da que­sta conclusione. In realtà, le vi­cende del corpo del dittatore ri­mandano a lunga tradizione ico­nografica, diffusa in tutto il mon­do occidentale, che fu illustrata nel grande libro di Ernst Kanto­rowicz, I due corpi del Re , pubbli­cato per la prima volta nel 1957. Un saggio dove lo studioso tede­s­co cercava di penetrare gli arca­ni della teologia politica medio­evale, parlando appunto dei due corpi della regalità. Il pri­mo, eguale a quello di tutti i mor­tali, sottoposto alle ingiurie del­la malattia, della vecchiaia e del­la morte. L’altro, di natura misti­ca come quello del Redentore, incorruttibile e destinato a rein­carnarsi in quello del suo successore. La fine terre­na di un mo­na­rca non cor­rispondeva, infatti, alla fi­ne della mo­narchia come dimostrava la famosa frase, che accompa­g­nava il deces­so di ogni So­vrano: «Il Re è morto. Viva il Re » . La ferocia con cui i milanesi in­fierirono sulle spoglie di Musso­­lini corrispose, invece, al deside­rio di spezzare questa continui­tà. Difficile dire se quella dissa­crazione ebbe veramente l’effet­to sperato. Per riprendere pro­prio le parole di un’intervista di Laurenti, mi pare che gli italiani abbiano chiuso con il fascismo senza averlo metabolizzato. E che quella rimozione sia ancora oggi la fonte di una conflittuali­tà estrema che, forse, solo la prossima generazione riuscirà a superare.