Silvia d’Onghia, il Fatto Quotidiano 1/12/2011, 1 dicembre 2011
BRACCIALETTO ELETTRONICO, 10 ANNI DI FALLIMENTI
Più che una soluzione, un tormentone. Si susseguono i ministri, ma le idee non cambiano: il braccialetto elettronico potrebbe essere lo strumento da utilizzare per svuotare le carceri. Lo ha ribadito anche ieri, nel corso dell’audizione presso la commissione Giustizia della Camera, il neo Guardasigilli Severino, che ha posto però dei paletti: “Non la considero una soluzione finché non sarà provato che sia meno costoso del carcere e che funzioni”. Già, perché – come il Fatto ha raccontato a settembre – in tanti anni di sperimentazioni, ne hanno beneficiato soltanto quei pochi detenuti che sono riusciti a scappare. E il danno alle tasche degli italiani è stato invece enorme.
Se ne cominciò a parlare nel lontano 1994, con gli allora ministri dell’Interno e della Giustizia Napolitano e Flick. Il primo a volerlo testare fu Enzo Bianco: un decreto legge del 2 febbraio 2001 istituì la sperimentazione del “Personal identification device”. Sembrava la panacea di tutti i mali carcerari e invece Augusto Cesar Tena Albirena, detenuto peruviano di 43 anni, condannato a 5 anni e 8 mesi per traffico di droga, fece beatamente perdere le proprie tracce. Con una semplice mossa, tagliò i fili del braccialetto, il cui allarme non suonò, e fuggì. Un altro detenuto sottoposto alla sperimentazione chiese dopo poco di poter rientrare in carcere: il braccialetto difettoso suonava ogni cinque minuti. Costo dell’operazione, sessantamila delle vecchie lire per ogni apparecchio.
Passarono due anni e il nuovo ministro dell’Interno, Beppe Pisanu, rilanciò. Stavolta, però, si fecero le cose in grande. A novembre 2003 venne firmato un contratto con un gestore unico, la Telecom, che avrebbe dovuto garantire l’installazione dei braccialetti e l’assistenza tecnica, ovvero una centrale operativa 24 ore al giorno, situata alle porte di Roma e collegata con tutte le Questure d’Italia. Valore del contratto, poco meno di 11 milioni di euro all’anno: in totale quasi cento milioni di euro, cui vanno aggiunti gli altri dieci della prima sperimentazione . E non importa se di 400 Personal identification devi-ce ne sono stati utilizzati appena sei e gli altri sono rimasti a marcire negli armadi del ministero: il contratto con Telecom, che scade tra pochi giorni, a dicembre, va comunque onorato.
ECCO PERCHÉ il ministro Severino annuncia di volerci vedere chiaro e soprattutto di non voler rinnovare al buio la convenzione. “Dalle primissime proiezioni – ha spiegato ieri – sembra che se riuscissimo ad applicare il braccialetto a un numero significativo di persone, che altrimenti dovrebbero essere detenute in carcere, allora ci sarebbe una convenienza economica”. Per quanto riguarda il tema degli ostacoli tecnici che impedirebbero la ricezione del segnale del braccialetto, il ministro ha aggiunto che “dalle prime verifiche sembra che sia possibile localizzare sempre la persona sotto controllo nei suoi movimenti e che i tentativi di rimozione sono rilevabili a distanza”. Questo, in teoria.
Il braccialetto elettronico viene usato all’estero per reati minori, come la violenza negli stadi. In Gran Bretagna serve a tenere i minorenni fuori dai riformatori. In Spagna lo hanno adottato nel 2009 per i mariti violenti, in Francia viene usato per controllare gli spostamenti degli stalker. Non proprio una misura svuota-carceri.