federico rampini, la Repubblica 1/12/2011, 1 dicembre 2011
LA SANTA ALLEANZA
La Santa Allenza delle sei maggiori banche centrali è scesa in campo con un intervento eccezionale. L´offensiva ha tamponato il collasso del credito in Europa che era ormai imminente. I banchieri centrali di Usa, Eurozona, Inghilterra, Giappone, Svizzera e Canada si sono consultati nella notte fra lunedì e martedì.
Un´operazione che ricorda tempi bui, le fasi più drammatiche della crisi del 2008. "Pompare dollari nelle banche europee": questo il segno dell´operazione d´emergenza. Successo pieno, nell´immediato, anche perché i tesorieri del pianeta hanno sfruttato l´effetto sorpresa. I mercati non se l´aspettavano, l´attenzione e l´attesa erano rivolte ad altri aspetti della stessa crisi: il problema del finanziamento del debito pubblico nei Paesi a rischio come l´Italia, la ricerca di nuove soluzioni come gli eurobond, il rafforzamento del fondo salva-Stati Efsf, l´eventuale contributo del Fondo monetario internazionale. Invece c´era un´altra emergenza, ancora più urgente da affrontare, ed era quella che stava assillando i banchieri centrali, la Casa Bianca, Wall Street, le agenzie di rating: i sinistri scricchiolii di cedimento dell´intera struttura del credito in Europa. Un disastro annunciato, ma la cui rapidità si stava accelerando spasmodicamente, richiedeva un tampone immediato. L´origine è la stessa: la montagna di titoli pubblici dal valore sempre più ridotto, e forse dubbio, sono una mina vagante non solo per i governi, non solo per i risparmiatori, ma prima ancora per le banche europee che di quei titoli hanno strapieni i loro bilanci. Perciò da settimane i grandi istituti americani negano prestiti alle consorelle europee. Donde una vera e propria penuria di dollari, nel sistema del credito europeo. La diffidenza era giunta a livelli parossistici: da JP Morgan Chase a Bank of America, da Citigroup a Goldman Sachs, ciascuno dei colossi americani guardava la Deutsche Bank, Bnp Paribas o Banca Intesa come dei potenziali moribondi, possibili candidati a un crac. Il "rischio controparte" veniva percepito come eccessivo, intollerabile: quindi sportelli chiusi alle banche europee. A cascata, questo rendeva impossibile alle banche europee la normale attività di finanziamento delle imprese che hanno bisogno di dollari per i loro scambi mondiali. Di più: il dollaro in quanto moneta più globale e liquida, resta la linfa vitale per tutto il mercato monetario, quel sistema di finanziamenti a brevissima scadenza senza i quali le banche si trasformano davvero in "foreste pietrificate". A Wall Street l´eurozona veniva ormai descritta come un lazzaretto di appestati. Barack Obama aveva lasciato trasparire qualcosa lunedì annunciando al vertice con l´Unione europea: «L´America farà la sua parte». La vicepresidente della Federal Reserve, Janet Yellen, aveva parlato di «momento critico», annunciando la «necessità di una cooperazione internazionale». Il colpo decisivo per precipitare i tempi dell´operazione è venuto quando Standard & Poor´s martedì ha declassato tutte le maggiori banche americane: un segnale che nonostante il rifiuto di prestare all´eurozona, non avrebbero comunque retto al contagio di una catena di default nei grandi istituti europei. A confermare l´eccezionalità del momento è giunta anche la spettacolare inversione di rotta nella politica monetaria della Cina, con la banca centrale di Pechino che ha smesso di preoccuparsi dell´inflazione ed ha riaperto i rubinetti del credito per la seconda economia del mondo, anch´essa in preda a un pericoloso rallentamento.
E´ il remake di un film che conosciamo: "Salvare le banche. Parte II". Fu nel dicembre 2008, dopo che il crac Lehman aveva portato al collasso sistemico del credito per un´analoga diffidenza totale tra le banche, che scattò la prima operazione di questo genere. Salvare le banche, non salvare i banchieri, sembra affrettarsi a precisare il comunicato congiunto: «Lo scopo è attenuare la tensione dei mercati finanziari e quindi mitigarne gli effetti sull´offerta di credito alle famiglie e alle imprese». I sei governatori vogliono chiarire che stanno pompando liquidità per il bene di tutti. Decisivo è il ruolo della Fed: l´unica che ha il sovrano potere di stampare dollari, e quindi può risolvere la penuria nell´eurozona. Ma anche l´Invincibile Armada delle sei banche centrali ha dei limiti. La Fed deve parare le accuse della destra americana, ostile a ogni intervento di aiuti all´Europa, contraria a politiche di moneta facile che possono generare inflazione. Anche l´utilizzo dei "swap", i prestiti che la Fed fa alla Bce perché a sua volta offra dollari agli istituti di credito ordinari, hanno un costo: pochissimo in interessi, tanto in immagine. Se nelle prossime settimane le banche europee dovessero esagerare nell´attingere al rubinetto di salvataggio, i mercati troverebbero conferma della loro fragilità. Va ascoltato il governatore della banca centrale del Giappone, Masaaki Shirakawa, quando dice che l´offensiva scattata ieri serve a «comprare tempo, perché le nazioni europee lo usino per le loro riforme economiche e fiscali».