Roberto Galullo, Il Sole 24 Ore 1/12/2011, 1 dicembre 2011
DIRITTO ALLO STUDIO A CARO PREZZO - I
genitori ripetono ai figli che un pezzo di carta, nella vita, può servire. In Toscana le risorse che la Regione mette per finanziare il diritto allo studio universitario rischiano però di essere in parte buttate dalla finestra. A dirlo davanti alla Commissione di controllo il 17 novembre 2010 è stato l’ex direttore dell’Agenzia regionale (Ardsu), Enrico Maria Peruzzi, che, poco dopo l’audizione non sarà confermato nell’incarico.
Cosa aveva detto di così urticante chi era a capo della più grande azienda regionale dopo il sistema sanitario con circa 450 dipendenti e un fatturato di 80 milioni all’anno? Semplicemente che «dal 2004 solo uno studente su tre arriva in fondo al ciclo di studi, quindi vuol dire che il 30% degli studenti arriva alla laurea triennale e gli altri abbandonano. Facendo un conto secco il 70% delle risorse viene buttato via».
«Quando la presidentessa Marta Rapallini lasciò l’incarico e diventò capo di gabinetto della vicepresidente Stella Targetti – ricorda Peruzzi – fece di tutto per non rinnovarmi il contratto». E così fu. Rapallini non è stata l’unica a transitare per l’Agenzia prima di approdare altrove. Il predecessore, Marco Spinelli, lasciò la presidenza per candidarsi – con successo – alle elezioni regionali 2010 e lo stesso Peruzzi, uscito dalla porta, potrebbe rientrare dalla finestra con un incarico dirigenziale. Lui stesso dice di essere "in lista d’attesa".
La Regione eroga il 100% delle borse di studio – 11.300 all’anno, anche se la richiesta è per 15mila, per una spesa di circa 12 milioni – ma dal prossimo anno probabilmente il registro cambierà alla luce dei tagli ai trasferimenti erariali. In attesa delle riforme, la macchina del diritto allo studio è imponente. Tutte le sedi (una sessantina) sono di proprietà o in comodato da parte degli enti locali per un totale di 4mila posti letto. Quando Peruzzi assunse l’incarico gli sprechi non mancavano e tagliando qua e là recuperò 3 milioni, a partire dal centro editoriale di Pisa. Peruzzi aveva scoperto e denunciato davanti alla commissione consiliare che «venivano pagati i diritti d’autore ai professori universitari che erano già pagati dall’Università per stampare le dispense sulle quali l’azienda non faceva attività di tipo commerciale ma le vendeva al minimo costo delle materie prime perché ci si doveva mettere anche il personale. Per una copia 20 euro come minimo». Il centro stampa costava 450mila euro e incassava 150mila.
Le situazioni più incancrenite, però, erano e sono rimaste sul personale. «Siena – dichiarò Peruzzi – ha una struttura con la gestione interna del portierato 24 ore su 24 anche nelle residenze con solo 50 posti. Il che è folle». Già, come avere 180 addetti alla ristorazione a Pisa quando nel resto d’Italia il servizio viene esternalizzato o svolto in convenzione. Ma allora a cosa serve questa Agenzia? Peruzzi ride e poi risponde: «In Italia c’è il diritto al titolo di studio e non allo studio». E tutto quel personale? Peruzzi respira e poi risponde: «Sono scelte politiche». Il Governatore Enrico Rossi replica così: «Rivendichiamo con forza la nostra politica sul diritto allo studio».
Tutto quel che ruota intorno alla conoscenza –
non solo il diritto allo studio – riceve finanziamenti sostanziosi dalla Regione. Per la ricerca scientifica sono stati già finanziati 46,5 milioni. La nuova programmazione prevede bandi a breve per 38,3 milioni. Per l’area istruzione ed educazione, nel 2011, sono stati stanziati 36,3 milioni ai quali si aggiungono 10 milioni come contributo diretto delle Regioni alle Università per l’innovazione, il trasferimento tecnologico e la ricerca industriale. Le aziende ospedaliero-universitarie, infine, quest’anno riceveranno 104,5 milioni.
Questi capitoli di spesa secondo molti sono in balia di baronie e poteri forti. «Nell’ultimo atto di indirizzo dell’Azienda ospedaliero-universitario di Pisa – spiega la consigliera di maggioranza dell’Idv, Luisa Chincarini – si ipotizza il ricorso a strutture private accreditate per garantire l’ottimale svolgimento dei corsi di studio e la formazione degli specializzandi. Sa cosa vuol dire? Che se gli specializzandi non troveranno spazio nel pubblico opereranno nelle strutture private dove magari i baroni universitari sono di casa». Per la prima volta il fronte critico è stato a senso unico. Il 1° ottobre Fabrizio Marcella, responsabile della Uil medici di Pisa, ha attaccato «lo strapotere universitario anche in seno all’azienda. Il rettore decide e la direzione aziendale esegue, paga e si assume tutte le responsabilità, senza quantificare il contributo economico dell’Università alla gestione dell’ospedale. Si arriva all’assurdo che l’ateneo partecipa a eventuali utili aziendali ma non alle perdite. Mancano inoltre i criteri per la gestione trasparente delle ingenti somme di denaro pubblico messe a disposizione dalla Regione per la ricerca». Il 30 giugno l’Unione sindacale professori universitari di ruolo, con il segretario di Pisa Massimo Seccia, aveva duramente criticato l’atto. Rossi bolla le critiche come frutto di ignoranza e sottolinea «l’assoluta trasparenza e la gestione anglosassone delle strutture di ricerca».
In un quadro complessivo che neppure la Corte dei conti critica, riconoscendo la tenuta del sistema dei conti regionali – il bilancio preventivo 2011 è di 8,6 miliardi di cui 6,8 per le politiche sociosanitarie – gli sforzi fatti per ridurre le spese fisse e abbattere i costi della politica, quello del personale è il solo tasto dolente che i giudici contabili in qualche misura sottolineano. Ci sono troppi generali e la truppa man mano avanza verso i gradi superiori lasciando scoperte le retrovie che sono poi quelle chiamate a erogare servizi. Il 15 settembre 2010 il consigliere del Pdl, Paolo Marcheschi, denunciò che i dirigenti e i funzionari all’apice erano complessivamente 1.396 (il 53,58% del totale) mentre 1.209 erano i dipendenti con qualifiche basse o bassissime. Il costo dei top manager si aggirava intorno ai 17 milioni senza contare che nelle agenzie, alcune delle quali secondo l’opposizione cloni dei dipartimenti, erano stati piazzati altri dirigenti e consulenti.
La maggioranza attese quasi un anno per rispondere alle interrogazioni urgenti sui costi di funzionamento della Giunta, sui concorsi interni e sull’attribuzione dei livelli. Lo fece dopo che il 19 luglio Marco Carraresi e Giuseppe Del Carlo, dell’Udc, presentarono una nuova interrogazione e dopo che il 7 settembre ancora una richiesta giunse dal consigliere Alberto Magnolfi del Pdl. «Il personale in servizio dal 2012 – disse la vicepresidente della Giunta Targetti – sarà di 2.238 unità di cui 115 dirigenti. Le spese per il personale caleranno da 141,7 milioni del 2009 a 136 milioni quest’anno». Rossi aggiunge onestamente: «Riconosco che la sovrabbondanza di personale è un problema sul quale però stiamo intervenendo con decisione bloccando turn over e avanzamenti». «Resta il fatto – sottolinea Marcheschi – che non viene detta una parola su un esercito in cui tutti sono o diventeranno generali con premi di produttività che variano da mille a duemila euro mensili oltre a stipendi che viaggiano tra 110 e 140mila euro all’anno. Percorsi e carriere clientelari perché in Toscana nulla si muove che il partito non voglia».
Già ma questo vale a destra come a sinistra. La Toscana è l’unica regione in cui, dal 2004, sono state abrogate per legge le preferenze nelle competizioni amministrative. E così a comandare sono i padroni di tutti partiti e non solo quel che resta del vecchio apparato del Pci che qui ha ancora molti nostalgici.