Matteo Persivale, Corriere della Sera 01/12/2011, 1 dicembre 2011
IL MEGLIO DEL 2011? STEOHAN KING E QUATTRO ESORDIENTI
In passato ho descritto King, forse con troppa gentilezza, come un autore di spazzatura horror. In realtà non possiede nessuno dei doni di Edgar Allan Poe. È uno scrittore immensamente inadeguato, frase per frase, paragrafo per paragrafo, libro per libro». Quando, otto anni fa, il salotto buono delle lettere americane aprì la sua porta lievemente polverosa a Stephen King assegnandogli la medaglia della National Book Foundation, Harold Bloom salutò così l’autore di Carrie.
Ora però a 37 anni dalla pubblicazione del suo primo romanzo, cade l’ultimo tabù: e Stephen King entra nella cinquina dei romanzi migliori dell’anno del «New York Times». Il quotidiano ha pubblicato la lista dei dieci libri dell’anno, cinque di narrativa e cinque saggi, e tra i romanzi c’è 22/11/1963 di King (edito in Italia da Sperling &Kupfer), la storia di un uomo che viaggia all’indietro nel tempo per cercare di fermare l’assassinio di Kennedy. King che per la prima volta affronta un fatto realmente accaduto, King che si è documentato viaggiando a Dallas e travestendosi da storico sui generis (arrivando anche, per la disperazione dell’adorata moglie/editor Tabitha sua prima lettrice, alla conclusione che Lee Harvey Oswald agì da solo) ora guarda tutti gli altri colleghi dal trono di quella che gli americani chiamano «narrativa letteraria» da contrapporre a quella di «genere» della quale le pagine culturali del «New York Times» sono state il tradizionale arbitro.
E fa sorridere anche chi non ama il lavoro di King la vittoria non soltanto simbolica dell’uomo da 350 milioni di copie vendute in 37 anni, dello scrittore che ha fatto riscrivere i suoi contratti adducendo come motivazione la buffa frase «non mi servono 19 milioni di dollari di anticipo, grazie» (preferisce una percentuale più alta dei profitti perché ha fiducia nel suo lavoro e nel suo pubblico, e l’editore americano risparmia i mega anticipi, di questi tempi, e lo ringrazia pure). Ma le sorprese non si fermano a King, nella cinquina di narratori del «New York Times»: il giornale ha lasciato fuori il postumo David Foster Wallace del Re pallido e Colson Whitehead e Jeffrey Eugenides e gli altri grandi.
Nella cinquina King è infatti il veterano, gli altri quattro sono autori tutti esordienti. Con temi spesso atipici. Ecco Téa Obreht (nata a Belgrado) di L’amante della Tigre (Rizzoli) che colleziona premi (Orange) e traduzioni globali (in 23 Paesi). C’è il talento di Chad Harbach de L’arte di vivere in difesa (ancora Rizzoli) con il baseball di provincia come metafora della vita. E poi due autori non ancora tradotti, Karen Russell con il commovente gotico di Swamplandia! ed Eleanor Henderson di Ten Thousand Saints che racconta il cataclisma dei primi anni 80, alba dell’epidemia di Aids.
Matteo Persivale