Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 01 Giovedì calendario

I «MAGNIFICI OTTO» DELLA MODA —

Un’eccellenza da non perdere. È questa la conclusione a cui arriva lo studio realizzato da R&S-Mediobanca sulle otto maggiori società della moda con sede in Italia: Armani, Dolce &Gabbana, Ferragamo, Max Mara, Only the brave (gruppo Diesel), Prada, Tod’s, Zegna. È escluso il gruppo Gucci, proprietà della francese Ppr.
Ripresesi dalla flessione del 2009, le aziende della moda sono cresciute nel 2010, e continuano a crescere anche nel 2011, ben più di quanto abbiano fatto i maggiori gruppi manifatturieri italiani e sotto tutti gli indicatori: per i ricavi (+13,3% rispetto a +8,9% del manifatturiero), per il margine operativo netto (+52,4% rispetto a +20,8%), per l’utile netto salito del +69,7%. Si confermano società poco indebitate. E grazie alla politica di accumulare gli utili, più che distribuirli, sono fortemente patrimonializzate: tra il 2006 e il 2010 hanno distribuito 0,7 miliardi di euro di profitti a fronte di 2,6 miliardi fatti affluire nel netto patrimoniale. Oltre ad avere effettuato investimenti materiali per 1,7 miliardi di euro, essenzialmente per potenziare la rete dei negozi, che rappresentano la principale strategia di sviluppo insieme alla crescita sui mercati orientali, Cina in primo luogo.
Soprattutto, le aziende della moda hanno dati veramente significativi sul valore aggiunto per dipendente, ulteriormente cresciuto nel 2010: 96mila euro a fronte di un costo del lavoro unitario di 45mila. Insomma, più del doppio. Si va dal rapporto 56mila/37mila di Zegna ai 127mila/52mila di Prada, ai 102mila/39mila di Tod’s fino ai 130mila di valore aggiunto e 47mila di costo del lavoro per dipendente di Dolce & Gabbana. L’industria manifatturiera ha avuto invece un valore aggiunto pro-capite di 70mila euro e un costo del lavoro unitario di 41mila.
Tra tanti indici positivi messi in evidenza da R&S-Mediobanca, gli unici rischi possibili — in questi mesi di grandi tensioni finanziarie — possono ravvisarsi nel peso dei marchi, che rappresentano circa un terzo dei mezzi propri, e per alcune aziende nel passaggio generazionale.
Complessivamente nel 2010 hanno avuto ricavi per quasi 10 miliardi di euro, anche quest’anno trainati dall’Asia-Oceania (+24,1%) seppure il Nord America abbia a sua volta segnato performance interessanti (+15,4%). L’Europa ha mostrato una crescita più contenuta (+7,1%) e oggi rappresenta il 52% delle vendite di questi gruppi. Se ci si ferma alle tre società quotate del gruppo (Ferragamo, Prada e Tod’s), per le quali sono disponibili i dati, si vede che i primi nove mesi ancora progressi di fatturato a doppia cifra (+14,8% Tod’s, +24,9% Prada, +27,6% Ferragamo) che si confrontano con il +9,4% della grande industria manifatturiera, al netto dell’effetto Chrysler.
Maria Silvia Sacchi