Alessandra Nucci, Italia Oggi 1/12/2011, 1 dicembre 2011
LA GERMANIA TRUCCA LE SUE CARTE
A leggere i giornali generalisti non si direbbe, ma i numeri dell’economia italiana sono tutt’altro che malvagi. Se consideriamo i conti pubblici al netto degli interessi sul debito, nel 2012 la Francia avrà un disavanzo pari al 2,4% del Prodotto interno lordo a fronte di un avanzo, in Italia, del 2%, che sarebbe addirittura superiore a quello tedesco, stimato all’1,4%.
Lo hanno scritto, fra gli altri, Alesina e Giavazzi sul Corriere della Sera.
Ma gli italiani lavorano meno degli altri? No: da un rapporto della banca francese Natixis si rileva che in media un tedesco lavora 1.390 ore l’anno, un francese ne lavora 1554 e un italiano 1773. L’età pensionabile? Quella italiana, al netto dell’anomalia delle pensioni di anzianità, è più alta di quella francese e pari a quella tedesca (e pazienza se la paghiamo molto di più e percepiamo molto di meno).
Dunque, se andiamo meglio e lavoriamo di più, e le nostre aziende sono talmente appetibili che ce le comprano tutte, come mai gli speculatori scommettono contro l’Italia? Tutto colpa del nostro debito pubblico, naturalmente. Eppure la doppia manovra attuata quest’estate dal governo italiano ci vede messi meglio di altri paesi, rimasti inerti, anche come tendenza di riduzione del debito, senza contare che gli Stati Uniti, che hanno appena doppiato la boa dei 15 trilioni, sono qui che arrivano.
Il sospetto che gli speculatori, che comprendono banche e agenzie di rating, agiscano in base al vecchio detto secondo cui chi disprezza compra (vedi acquisti di cui sopra ) si basa anche sulle penalizzazioni che ci sono state inflitte, e non da ora, da quello che sembra diventato, anziché l’Unione europea, un direttorio franco-tedesco.
Il dato più recente è quello delle regole che vanno sotto il titolo «Basilea III», le quali favoriscono le banche tedesche e francesi, nonostante siano piene di titoli tossici, mentre strangolano quelle italiane. Il fatto che a presiedere l’ente che governa «Basilea» sia un italiano, Andrea Enria, evidentemente costituisce un aggravante.
Di quest’anno ricordiamo che l’attacco «umanitario» alla Libia, guidato dalla Francia , oltre ad assestare una mazzata alle grosse industrie italiane e al loro lavoro di decenni, ha scaricato con finta innocenza sull’Italia una fiumana senza limiti di povera umanità, mentre la Francia si permetteva il tentativo di chiudere le frontiere.
Chiaramente la disparità di trattamento che penalizza l’economia italiana va molto più indietro e passa per il cambio euro-lira, che dimezzò da un giorno all’altro il valore dei soldi nelle tasche degli italiani rispetto al marco tedesco. Ma se il dimezzamento del potere d’acquisto degli italiani si giustificava – si fa per dire - con il macro-debito nazionale, nessuna giustificazione si può trovare per gli oneri decisi in maniera differenziata dal Protocollo di Kyoto. A parità di prodotto, infatti, l’Italia, seppure priva dell’energia pulita fornita dal nucleare, consuma meno energia di quasi tutti gli altri paesi sviluppati, vanta le più basse emissioni pro-capite di Co2 e conta solo 13 centrali a carbone (altamente efficienti). Eppure all’Italia sono concessi il 30 percento in meno dei diritti di emissione rispetto alla Germania (9,7 tonnellate pro-capite rispetto a 14,9), gli altri se li deve comprare.
A tutto questo si aggiunge infine un furbizia contabile della Germania, che da 16 anni non include nel proprio debito pubblico le passività del Kreditanstalt fur Wiederaufbau (KfW), in tutto assimilabile alla nostra Cassa depositi e prestiti. Si tratta di 428 miliardi di euro, utilizzati per mutui a enti locali e piccole e medie imprese, interamente garantiti dalla Repubblica federale. Le obbligazioni della KfW, per motivi spiegati in dettaglio da Massimo Mucchetti sul Corriere, sono uguali ai bund, ma a differenza dei bund magicamente non entrano nel conto del debito, in barba al Trattato di Maastricht. Se conteggiati, il debito pubblico tedesco salirebbe dall’80,7% del PIL al 97,4%. «Ancora un piccolo passo», scrive Mucchetti, «magari per salvare qualche banca tedesca piena di titoli greci, e potremmo dire benvenuta Germania tra noi del club degli over 100%».
Perché, uno si domanda, alla Germania deve essere consentito una furbizia che, se la facessero gli italiani, scatenerebbe tutti i più triti luoghi comuni del breviario anti-italiano di tutti i tempi?