Vanity Fair 30/11/2011, 30 novembre 2011
Spred Si dice “spred” e non “sprid”, come abbiamo ancora sentito pochi giorni fa dall’ex ministro Rotondi
Spred Si dice “spred” e non “sprid”, come abbiamo ancora sentito pochi giorni fa dall’ex ministro Rotondi. Spread “Spread”, una parola che significa molte cose, ma in questo caso vuol dire “differenza” o “differenziale”. Differenza tra che cosa? Tra il rendimento annuale di un titolo qualunque e il rendimento dell’analogo titolo tedesco. Per “rendimento” si intende: quanto paga d’interesse chi si è fatto prestare i soldi (nel nostro caso: lo Stato). Lo “spread” per antonomasia in Italia, lo “spread” cioè di cui da noi si parla in assoluto senza bisogno di specificare altro, è quello tra i Btp italiani a dieci anni e gli analoghi Bund tedeschi (cioè sempre a dieci anni). Btp significa: Buoni del Tesoro Poliennali (vale a dire che durano più di un anno). Che significa “a dieci anni”? Significa che scadranno tra dieci anni, cioè fra dieci anni ci saranno rimborsati i soldi con cui li abbiamo comprati (il “capitale”). Quindi: vado in banca e compro diecimila euro di Btp a dieci anni. Tra dieci anni i diecimila euro mi saranno restituiti. Nel frattempo mi viene pagato un interesse, di solito ogni sei mesi. Mettiamo che abbia comprato anche un Bund tedesco a dieci anni. Vedrò subito cos’è lo spread: lo Stato tedesco mi pagherà il 2% di interesse annuo, lo Stato italiano il 7%. In questo caso si dice che lo spread è di 500 punti, ogni cento punti valendo per convenzione un punto percentuale di interesse. Domanda Come mai se gli italiani pagano il 7% di interesse e i tedeschi il 2%, leggiamo che tutti comprano Bund tedeschi e vendono Btp italiani, come mai cioè preferiscono incassare il 2% di interesse invece del 7%? Perché gli investitori considerano l’Italia a rischio, cioè i grandi investitori internazionali che investono miliardi su miliardi nel titoli pubblici, non vogliono correre il rischio di perdere tutto e preferiscono comprare o tenersi titoli tedeschi, certi (a torto) che la Germania non fallirà mai, piuttosto che titoli di un paese come l’Italia, che ha troppi debiti per quello che guadagna (1.900 miliardi di debiti per un guadagno – Pil – di 1.600 miliardi di euro) e che a un certo punto potrebbe non essere più in grado di restituire quello che ha preso in prestito. Titoli “Titoli pubblici”: cioè buoni emessi da uno Stato. “Titoli privati”, cioè buoni emessi da un privato, da un’azienda quotata in Borsa. I titoli privati si chiamano di solito “bond”. Un’azienda privata può finanziarsi o andando in banca e contrattando un prestito a un certo tasso (come facciamo noi quando vogliamo comprare casa e ci facciamo dare un mutuo) oppure rivolgendosi alla Borsa e chiedendo soldi ai cittadini. Questi soldi si ottengono in cambio di un interesse e promettendo la restituzione del capitale a una certa data. Esattamente come fanno gli Stati. Solo che le aziende qualche volta sbagliano i calcoli (o imbrogliano) e, arrivato il momento, non sono più in grado di restituire il capitale. Allora saltano per aria, cioè falliscono, cioè, come si dice ora, “vanno in default” (default = fallimento). Ci ricordiamo di sicuro un paio di casi famosi: Cirio, Parmalat. È accaduto molto più raramente invece (ma è accaduto) che ad andare in default sia uno Stato. A memoria ci ricordiamo solo il caso dell’Argentina (ma ce ne sono altri, per esempio la Svezia una ventina d’anni fa). Quando fallisce un privato i creditori (cioè quelli che avevano prestato soldi all’azienda fallita) vengono rimborsati al 30 o 40% e queste somme si ottengono attraverso la vendita dei beni che appartenevano all’azienda fallita. Ma quando fallisce uno Stato c’è poco da rimborsare: il governo annuncia che il debito non sarà pagato ed è un miracolo se si riesce a riavere, dopo anni e anni di lotta, un 10 o un 15 per cento di quello che si è sborsato. Stati Uno Stato che certamente non è in grado di rimborsare i suoi prestiti è la Grecia. Fallirà l’anno prossimo, quando le banche creditrici saranno pronte a sopportare il colpo. Il Portogallo è ad altissimo rischio: per farlo saltare in aria basterà che i libici chiedano la restituzione del miliardo e duecento milioni di dollari depositati nelle banche portoghesi da Gheddafi. La Spagna è seriamente a rischio soprattutto per via di una struttura economica fiacca, imperniata sulla finanza e sull’immobiliare (case che adesso non vuole nessuno, ce ne sono decine di migliaia vuote e a valore prossimo allo zero). L’Italia sembra piuttosto forte, ma c’è la faccenda dello spread: per via del nostro debito da quasi 2000 miliardi, ci chiedono interessi sempre più alti sui nostri titoli pubblici e già adesso saremmo fuori mercato. Debito Da decenni lo Stato italiano finanzia il debito con il debito: quando un bot o un btp scade, quando cioè arriva il momento di rimborsare i soldi che gli sono stati prestati, lo Stato italiano contrae un altro prestito e con questo nuovo debito salda il debito precedente. In questo modo la montagna di soldi che dobbiamo restituire sale inesorabile, e – se non si adotta una strategia diversa – salirà all’infinito, fino a che ci verrà chiesto un interesse impossibile addirittura da pensare. La Grecia, che ha fatto anche peggio di noi (falsificando i conti d’accordo con Goldman Sachs) se volesse chiedere soldi per le vie normali, dovrebbe pagare oggi un tasso superiore al cento per cento. Per noi si tratta adesso di far la concorrenza ai tedeschi, di cominciare cioè a restituire i soldi senza indebitarsi di nuovo, vale a dire di rendere sicura la nostra finanza al punto che gli investitori smettano di vendere i nostri titoli e di comprare quelli della Merkel. Abbassare lo spread, appunto. Chi Chi determina, però, questi tassi del 2, del 7 o del 100 per cento? Bisogna immaginare la scena: lo Stato italiano ha bisogno di soldi e decide di emettere titoli a dieci anni per una quantità (mettiamo) pari a tre miliardi di euro. Si rivolge allora ai cosiddetti “Investitori Istituzionali”, cioè le Grandi Banche o i Grandi Fondi internazionali. Teniamo conto che nel mondo questi Grandi Fondi custodiscono spesso il denaro con cui saranno pagate le pensioni a tanti semplici lavoratori o casalinghe o vedove. I gestori di questi Grandi Fondi sono quindi attentissimi soprattutto a non registrare perdite su quello che amministrano, comprese le perdite provocate dall’inflazione. Lo Stato dunque, attraverso il ministero del Tesoro, si presenta a questi Investitori Istituzionali e mette i suoi Bot o Btp all’asta: avranno il privilegio di comprarli coloro che pretenderanno dal nostro ministero del Tesoro l’interesse annuo più basso. Qui per noi si determina il primo guaio: a queste aste primarie nessuno oggi è disposto a comprare titoli italiani per un interesse inferiore al 6,5-7%. Pezzi di carta Ma i Bot o i Btp esistono veramente? Qualcuno possiede davvero un pezzo di carta stampato che si possa chiamare Buono Ordinario del Tesoro? Di fatto, i Bot e i Btp, i Bund o i Bonos (quelli spagnoli) non esistono più materialmente. Si tratta di numeri scritti su un grande registro e che coincidono sempre nelle contabilità che tengono creditore e debitore. Ma, per capir bene quello che succede, dobbiamo immaginare che il Tesoro venda effettivamente dei pezzi di carta (dei contratti) e che i Fondi pensioni o le Grandi Banche prendano materialmente questi certificati e li depositino in qualche loro immensa cassaforte. Che prezzo sarebbe scritto su ciascun foglio se esistesse davvero? Sempre lo stesso numero: 100 (cento) con la specificazione di un tasso d’interesse su quel “100” (magari l’1 o l’1,5 per cento). Gli investitori istituzionali, per riscuotere un interesse più alto sui loro Bot o Btp, si offriranno quindi di comprare quello che nominalmente vale 100 a 95 o a 90. A un prezzo insomma che poi, visto il valore delle cedole staccate semestralmente e il rimborso comunque a 100 del capitale finale, corrisponda all’interesse effettivo del 6 o del 7 per cento. Mercato secondario Che uso fanno i Grandi Investitori Istituzionali di questi pezzi di carta (sia pure virtuali)? Li tengono in cassaforte, lucrando gli interessi, oppure li vendono a un secondo lotto di investitori, quelli non ammessi alle grandi aste primarie. Tra questi investitori ci siamo anche noi, piccolo pubblico di poveri risparmiatori che quando ha qualche soldo si rivolge alle banche per guadagnare qualcosa. È questo il mercato secondario. Mentre il mercato primario delle grandi aste si svolge a giorni e date prefissati, il mercato secondario coincide con la Borsa, è cioè in funzione ogni istante di ogni giorno, ed è qui che si calcolano effettivamente gli spread: di ora in ora, infatti, il differenziale tra Btp e Bund sale o scende a seconda che il mondo compri o venda quello che nominalmente vale 100 a 70, 80 o 90. Può esserci uno capace di forzare le compravendite in modo tale che il differenziale salga o scenda in base ai calcoli di qualche grande vecchio intenzionato a raggiungere suoi scopi inconfessabili? Fondi di investimento e Grandi Banche hanno molto materiale in cassaforte, per esempio si sa che le banche europee dovrebbero avere nei cassetti titoli italiani per 300 miliardi. Sono numeri impressionanti, ma ancora troppo piccoli se confrontati con l’infinito mare di carta che attraversa il mondo, dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Arabia alla Norvegia, dalla Russia al Brasile. Determinare permanentemente il mercato sembrerebbe impossibile e tutti quelli che se ne intendono dicono che è impossibile. Ma chi sa: Giuliano Ferrara ha paragonato lo spread ai carri armati con cui un tempo i paesi più forti invadevano i paesi più deboli. Chi sa. Ci sembra impossibile, ma chi sa.