Vanity Fair 2/11/2011, 2 novembre 2011
Giovedì 20 ottobre i ribelli libici hanno ucciso Gheddafi, ponendo fine nello stesso momento alla guerra civile in corso dal 17 febbraio, al conflitto guidato dalla Nato a partire dal 19 marzo e a un regime dittatoriale, detto Jamaihiriya, di 42 anni un mese e venti giorni
Giovedì 20 ottobre i ribelli libici hanno ucciso Gheddafi, ponendo fine nello stesso momento alla guerra civile in corso dal 17 febbraio, al conflitto guidato dalla Nato a partire dal 19 marzo e a un regime dittatoriale, detto Jamaihiriya, di 42 anni un mese e venti giorni. Il colonnello è certamente morto per mano degli insorti: dopo averlo vilipeso e maltrattato negli ultimi istanti di vita, costoro ne hanno anche straziato il cadavere. Queste verità documentate da decine di filmati girati con i telefonini dagli stessi ribelli, vengono ufficialmente negate dai capi dei rivoltosi, perché troppo in contrasto con gli obiettivi di civilizzazione, modernizzazione, democratizzazione di cui gli insorti si sono fatti forti innanzi al mondo durante la loro lotta. Altri analisti sostengono che l’assassinio di Gheddafi era stato già messo nel conto, e in qualche modo commissionato, dalle Potenze, troppi essendo i legami d’affari del vecchio dittatore con politici e finanzieri di tutto il pianeta e di tutte le parti politiche perché, dalla ringhiera di un processo, gli si potesse permettere di parlare. La morte La morte è avvenuta certamente così: la mattina di giovedì 20, intorno alle otto e mezza, aerei Nato e forse aerei francesi hanno attaccato un convoglio di automobili in uscita da Sirte e dirette a sud. Tentando di sfuggire al bombardamento, si sono staccate dal corteo la terza e la quinta vettura. La terza vettura era una Toyota Corolla verde e trasportava Gheddafi. Il colonnello, dimentico delle tante affermazioni d’orgoglio del passato, è andato a nascondersi in una tubatura che conduce l’acqua di scolo. Qui però lo hanno raggiunto i ribelli. Lo hanno costretto a uscire, lo hanno picchiato, lo hanno trascinato fino a un pick-up in sosta lì vicino. Molti cellulari hanno ripreso la scena. In questi film la parte sinistra della faccia del raìs appare piena di sangue. Lui a un tratto porta una mano all’occhio e se lo stropiccia, tentando di ripulirlo. Appare fuori di sé, anche per i colpi che ha ricevuto. Ma, a parte il tanto sangue, non sembra ferito in modo irrimediabile. Ancora pochi secondi e non sarà più vivo. Mentre il telefonino trema nelle mani di chi sta facendo le riprese, si sente un crepitare di colpi insistito. Sul posto verranno poi trovati una cinquantina di cadaveri, e tra questi anche quello di Mutassim, un figlio del dittatore. Si capisce, da una sequenza che dura forse due secondi, che gli insorti hanno costretto il raìs a sdraiarsi. Gli si vede la pancia. Poco dopo anche questo video finisce. L’esecuzione – un colpo alla tempia destra – per quanto se ne sa non è stata filmata. Storia Nato nel ’42 in un villaggio a pochi chilometri da Sirte. Rommel in quel momento guidava dalle sue parti le truppe naziste dell’Afrikakorps. Infanzia a pascolare pecore e cammelli e a imparare a leggere il Corano. A 6 anni, mentre gioca con due cuginetti, esplode una mina italiana: lui resta ferito a un braccio, i due cuginetti muoiono. Si dice che questo episodio abbia determinato i suoi sentimenti da adulto (rancore, rivalsa) verso l’Italia e il colonialismo. Prende il potere nel 1969, spodestando il debole re Idris. Il suo idolo è Nasser, e una delle sue prime visioni è quella di uno stato unico, Egitto + Libia, capace di determinare i destini del Continente e del mondo. Per tutta una prima fase, che dura fino agli anni Ottanta, è finanziatore di terroristi e terrorista lui stesso: Lockerbie, gli attentati di Abu Nidal, le azioni di Kadar detto il Serpente, la tragedia di Ustica, esito di una battaglia francese con l’aviazione libica. Poi, avendo rinunciato all’atomica, diventa a un tratto un partner affidabile, specialmente per la destra del mondo, Bush e Berlusconi. Berlusconi, il 30 aprile 2008, firma con lui il trattato di amicizia tra Libia e Italia. Gli bacia la mano, un gesto che ora tenta disperatamente di far dimenticare definendolo «una guasconata». Adesso La road map della pace è stata stabilita lo scorso agosto: entro 30 giorni si deve formare un governo di transizione, entro otto mesi bisogna dar vita a un’Assemblea costituente, che avrà il compito di approvare una Carta Costuzionale da sopporre a referendum. Infine le elezioni e il Parlamento, per i quali bisognerà quindi aspettare un paio d’anni. Pericoli: che il territorio oggi chiamato Libia torni alla sua configurazione naturale in due stati, la Tripolitania e la Cirenaica, evento che darebbe sicuramente luogo a una guerra civile dato che la maggior parte del petrolio si trova in Cirenaica. Esclusa anche per questo una struttura federalista, che favorirebbe le spinte centrifughe. E d’altra parte nel Paese pullulano 140 tribù, nessuna delle quali è disposta a rinunciare ai propri diritti. Il capo dell’attuale Cnt (Consiglio Nazionale di Transizione) è Mahmoud Jibril, che guiderà probabilmente anche il governo di transizione. È il capo del cosiddetto partito nazionalista, apparentemente oggi il più forte, un 40/50 per cento dei ribelli, compresi uomini di Gheddafi – come Jalil e Jallud – che lo hanno mollato in tempo. Oscura è la forza degli islamisti, secondo Frattini un 20% della popolazione, però molto divisa al suo interno. Pur di evitare i qaedisti, americani, inglesi e francesi starebbero aiutando i più moderati (almeno in apparenza) Fratelli Musulmani. Magdi Allam dice: «Continueremo a ricevere petrolio e denaro ma in cambio nutriremo un nostro aspirante carnefice perché l’integralismo islamico concepisce la tregua ma non la pace con ebrei, cristiani e in generale con i nemici dell’islam».