Luca Orlando, Il Sole 24 Ore 30/11/2011, 30 novembre 2011
PERSI 300MILA POSTI DI LAVORO A CAUSA DEI FALLIMENTI DAL 2008
Ogni giorno 33 aziende italiane portano i libri in tribunale. I dati dei primi nove mesi dell’anno evidenziano quasi 9mila default aperti nel 2011, e anche nel terzo trimestre il trend non si modifica, con una crescita del 6,6% rispetto allo stesso periodo 2010.
Il tasso di crescita è in frenata rispetto ai primi mesi 2011 ma si tratta comunque del quattordicesimo trimestre consecutivo in cui il numero delle crisi "definitive" aumenta rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Facendo i conti, Cerved Group stima che dall’inizio della recessione i fallimenti abbiano bruciato in Italia 297mila posti di lavoro, 70mila solo in questa prima parte del 2011.
Le ultime rilevazioni evidenziano tra luglio e settembre fallimenti in crescita per servizi e costruzioni, mentre si riduce il fenomeno all’interno dell’industria.
In particolare, grazie alla ripresa dell’export e al recupero dei volumi realizzato nella prima parte dell’anno, si riduce il tasso di insolvenza per meccanica, siderurgia, chimica-farmaceutica e sistema moda. Anche dopo questa boccata d’ossigeno, tuttavia, le imprese manifatturiere presentano in generale un livello di default maggiore, pari a 29 per ogni 10mila imprese, più del doppio rispetto alle realtà che operano nel terziario.
In difficoltà resta in particolare il settore denominato "sistema casa", tra cui la filiera del mobile, legata a doppia mandata alla debolezza del mercato interno nel comparto dell’edilizia. Questo comparto non solo presenta la terza maggiore rischiosità dell’industria, con fallimenti pari a 43 casi ogni 10mila aziende, ma è anche uno dei pochi che vede il dato crescere rispetto all’anno precedente.
Le dimensioni d’impresa sembrano rappresentare un argine alla crisi solo per livelli particolarmente elevati, oltre quota 50 milioni di ricavi. Per questo cluster i fallimenti 2011 scendono addirittura del 15,4%, mentre il tasso di insolvenza è il più basso dell’intero campione. Scendendo di dimensione la rischiosità aumenta di molto, anche se non sono le microimprese quelle più penalizzate.
Dal punto di vista geografico nei primi nove mesi del 2011 i fallimenti sono cresciuti ovunque con tassi a due cifre con l’unica eccezione del nord-est dove l’aumento è stato pari solo al 3,4%, grazie soprattutto al Veneto dove i fallimenti tra luglio e settembre si sono ridotti del 4,8 per cento.
Sul fronte lavorativo, l’ondata di fallimenti e concordati preventivi che ha colpito le imprese italiane dopo l’inizio della recessione del 2008-09 ha avuto un impatto non trascurabile sui livelli occupazionali, con 297mila posti persi.
Di questi, 118mila sono stati persi in aziende del terziario, 95mila nell’industria, 62mila nell’edilizia e 22 mila in altri settori. Dei 108mila addetti in aziende che hanno fatto domanda di concordato preventivo, a serio rischio dato lo scarso successo dei concordati, 60mila si riferiscono a imprese industriali, 26mila ad aziende dei servizi, 20mila a società che operano nelle costruzioni e il resto in altri settori.