Fabio Volo, Sette 1/12/2011, 1 dicembre 2011
VOLO TRA PAROLE E IMMAGINI - FABIO VOLO SCRIVE DEL FILM «IL GIORNO IN PIU’» TRATTO DAL SUO ROMANZO
Domani esce nelle sale Il giorno in più, regia di Massimo Venier, tratto dall’omonimo romanzo di Fabio Volo, con lo stesso Volo e Isabella Ragonese. L’autore, attore, deejay per l’occasione ha scritto per Sette questo pezzo.
Quando ho l’occasione di scrivere un articolo, a parte la confusione iniziale nel non sapere da che parte cominciare, dentro di me cresce una voglia sfrenata di parlare di mille cose.
Quando a scuola dovevamo fare il tema, davo sempre il meglio di me sul tema libero. La libertà di poter spaziare, di poter improvvisare o seguire un sentimento stimolava di più la mia creatività. Ricordo invece che molti dei miei compagni erano facilitati nell’avere un titolo. Perdevano molto tempo nel decidere. Quando puoi fare tutto, spesso finisci per non fare nulla, come le domeniche pomeriggio.
Oggi non c’è tema libero, oggi devo parlare de Il giorno in più, il primo film tratto da un mio romanzo. Prima di parlare del film però vorrei spendere due parole su quello che ho provato quando ho scritto il libro, com’era la storia iniziale quando l’ho pensata, quali erano le cose che volevo affrontare, comunicare, dire. Potrei approfittare di questa occasione per raccontare cosa mi ha spinto un giorno a scrivere. Andando così a ritroso, passo dopo passo, credo che l’inizio di tutto sia stato quando a sedici anni mi sono innamorato perdutamente della lettura. Posso dire senza ombra di dubbio che una delle cose più importanti della mia vita, lasciando fuori la famiglia, gli amici e gli affetti in genere, sia stato l’amore per i libri, e per i loro personaggi che non mi sento di escludere dal mio nucleo famigliare.
Ho fatto raccontare a uno dei personaggi di un mio libro la trasformazione che ho vissuto grazie alla lettura: «Leggere mette in moto tutto dentro di te: fantasia, emozioni, sentimenti. È un’apertura dei sensi verso il mondo, è un vedere e riconoscere cose che ti appartengono e che rischiano di non essere viste. Ci fa riscoprire l’anima delle cose. Leggere significa trovare le parole giuste, quelle perfette per esprimere ciò a cui non riuscivi a dare una forma. A trovare una descrizione a ciò che tu facevi fatica a riassumere.
Nei libri le parole di altri risuonano come un’eco dentro di noi perché c’erano già. È la conoscenza di cui parlava Platone, quella che già ci appartiene, che è dentro di noi. Non importa se il lettore è giovane o vecchio, se vive in una metropoli o in un villaggio sperduto nelle campagne. Così come è indifferente se quello che sta leggendo riguarda un’epoca passata, il tempo presente o un futuro immaginario; tutto è relativo sul tempo, e ogni tempo ha la sua modernità. E poi leggere è bello, punto. Io a volte dopo aver letto un libro mi sento sazio, appagato, soddisfatto e provo un piacere fisico». (Tratto da Il tempo che vorrei).
Ricordo ancora i miei primi innamoramenti: Chiedi alla polvere di John Fante; i libri di Bukowski; Fiesta di Hemingway; L’educazione sentimentale di Flaubert; Opinioni di un clown di Böll; Dostoevskij. Tutti mi insegnavano qualcosa. Forse senza aver letto Moby Dick non me ne sarei mai andato di casa così presto per inseguire i miei sogni. È stato il capitano Achab a incoraggiarmi con il suo esempio a non rinunciare ai miei desideri, ad andare fino in fondo alle cose. È stato lui a insegnarmi la nobiltà dell’intento, il coraggio di accettare il rischio, sempre.
Più leggevo, più volevo leggere. C’erano libri che iniziavo e finivo anche in un pomeriggio. Mia madre spesso doveva venire due o tre volte in camera a chiamarmi – la cena è pronta. Poi passavano i minuti e io non me ne accorgevo.
A volte mi piaceva così tanto una storia che rallentavo, mi obbligavo a non andare oltre una certa pagina perché non volevo che finisse subito. Spesso ancora oggi faccio così.
All’età di sedici anni ho scoperto il piacere puro di incontrare i personaggi dei libri, di confrontarmi e addirittura misurarmi con loro. Il mio mondo interiore era intimamente legato al loro. Io ero solo un adolescente che viveva in provincia, non avevo apparentemente nulla che potesse assomigliare alle vite che leggevo. Eppure mi hanno aiutato a superare tutti i problemi che avevo in quel periodo.
Leggere storie di personaggi che vivevano situazioni difficili, dure, anche peggiori della mia, mi alleggeriva e mi faceva sentire meno solo attraverso una sorta di umiliazione collettiva. Da qualche parte nel mondo c’erano altre persone come me. Mi sentivo meno abbandonato e soprattutto imparavo molte cose di me che non conoscevo e non sapevo. La mia vita si era riempita di nuovi amici, che giorno dopo giorno mi consegnavano una più ampia possibilità di significati, mi suggerivano pensieri nuovi, nuovi modi di essere o a volte semplicemente avevano la capacità di cambiarmi l’umore.
LEGGERE E RILEGGERE
Quando scopro uno scrittore o un romanzo che mi fa venire voglia di rifiutare inviti a cena per poter restare a casa a leggerlo, è una grande gioia.
Crescendo sono stati tanti gli innamoramenti: Camus, Kafka, Cechov, Carver, Chatwin, Conrad, Kureishi, London. Per anni il primo della lista è stato Philip Roth, un amore che poi è andato un po’ scemando soprattutto dopo aver letto Roman Gary: il Philip Roth di cui avevo bisogno, più coraggioso, più passionale, sanguigno. Philip Roth riesce sempre a sdoganare tutte le debolezze di un uomo ossessionato dalla sessualità e a renderle in fondo “cool”, come direbbe un suo lettore americano. Mentre Gary non nobilita l’errore.
Comunque Philip Roth rimane sempre uno dei miei grandi amori e lo rileggo volentieri.
Rileggere è stata un’altra grande scoperta. Negli anni ho capito che nella rilettura l’interesse non è più tanto verso la storia che già conosco, ma verso i mondi che avevo immaginato. Sono curioso di sapere se quelle immagini si ripropongono e si manifestano in me nello stesso modo, e soprattutto se sono ancora in grado di ospitarmi e lasciarsi abitare da me. Credo che se leggiamo un libro che ci appassiona, quelle pagine ti cambiano, ma quando rileggi sei tu a cambiare loro.
A un certo punto ho realizzato che il mondo era pieno di opportunità, e la cosa meravigliosa è che è stata la lettura a donarmi gli occhi in grado di vederle.
Non mi ha insegnato a sentirmi invincibile, anzi ha portato alla luce le mie fragilità, i miei limiti, le mie paure. Non mi ha insegnato a sentirmi un supereroe, la lettura mi ha semplicemente insegnato ad avere il coraggio di sbagliare. Ad accogliere la sconfitta, l’eventuale fallimento e averne coscienza. In fondo sbagliare, come viaggiare, è uno spazio di crescita. Così ho iniziato a scrivere, ho accettato di seguire e di piegarmi a quel mio desiderio.
Ovviamente non sapevo da che parte cominciare.
Il primo libro è stato più che altro un mettere insieme pensieri che avevo scritto nel corso degli anni. Non usavo il computer, usavo carta e penna, mi sembrava più romantico, mi sembrava più da scrittore. C’è mancato poco che non iniziassi a fumare la pipa.
Anche se avevo molti appunti in giro, non sapevo da che parte cominciare. Stavo ore a fissare il foglio: scrivevo e cancellavo, scrivevo e strappavo, come Woody Allen all’inizio di Manhattan.
Succede ancora oggi e non solo con l’incipit ma anche nel bel mezzo della storia. Le prime volte insistevo, mi intestardivo, forzavo, più lo facevo più la frustrazione aumentava e mi impediva di uscire da quella situazione. Ora quando capisco che è uno di quei giorni, faccio altro o meglio ancora esco di casa. Mi vesto e vado al cinema o a gratificarmi in qualche pasticceria.
Col tempo si imparano a trovare condizioni migliori per poter scrivere, rituali abitudini: luce piena, luce soffusa, pieno giorno, notte fonda, in casa oppure in ufficio, proprio come chi si reca al lavoro.
Non ho necessità bizzarre, a parte prediligere il mattino presto nel silenzio di casa quando il mondo attorno non si è ancora svegliato. Una tazza di caffè e un tavolo grande su cui poter appoggiare appunti fogli giornali riviste cd. Scrivere nel tepore del risveglio dopo essermi lavato solamente la faccia. Se faccio la doccia scrivo meno. È successo che non mi sia lavato per alcuni giorni, ovviamente non sono uscito di casa. Lo so, fa abbastanza orrore, è come quando hai la febbre e ti lavi lo stretto necessario.
CUCINARE PER PENSARE
Poi grandi e lunghe passeggiate. Invidio chi riesce a pensare ore stando fermo seduto in meditazione sul divano. Io per pensare ho bisogno di muovermi, di camminare o di fare: cucinare, impastare, tagliare, segare, stuccare, imbiancare, riparare, costruire. Sono tutte cose che ho imparato negli anni.
Per esempio non sapevo che quando inizi a scrivere con un’idea in testa dopo un po’ la storia si trasforma, cambia direzione e non sai più dove ti porterà. I personaggi a un certo punto ti sfuggono di mano, e il tuo scrivere diventa un puro inseguimento. Ti scopri curioso di sapere cosa succederà e come andrà a finire.
Scrivere è una grande esperienza di vita. Una delle più belle per me. Non intendo solamente scrivere un libro, anche scrivere una lettera, un diario, perfino i bigliettini che mia madre scrive a mio padre al mattino prima di uscire di casa, quando lui ancora dorme: sono al mercato, il caffè è sul fornello devi solo accenderlo. Comunicare.
Chiunque intraprenda l’avventura di scrivere capisce da subito quanto la scrittura sia faticosa, quanta disciplina richieda e soprattutto quanto diventa difficile la menzogna, difficile mentire.
La scrittura smaschera le bugie, quelle che spesso nella vita ci raccontiamo e si rischia di trovarsi di fronte a rivelazioni molto intime e scomode.
Non mi sono abbattuto. Superate le prime difficoltà e preso atto dei rischi a cui andavo incontro, ho provato da subito un senso di liberazione. I pensieri, le parole, le riflessioni che scrivevo mi davano un intimo distacco, come se quello che avevo sempre sentito mio non mi appartenesse più. Come quando ti liberi di abiti che tieni nell’armadio da sempre. Mi liberavo di un mondo interiore che era stato mio per anni con la sensazione che avrebbe lasciato spazio a uno nuovo, a nuove prese di coscienza, nuove conoscenze, nuove emozioni.
Quando scrivo desidero sempre fare delle scoperte su di me e poi, dopo averle fatte, studiare, interpretare, esplorare ma soprattutto imparare a de-scriverle.
Per me la scrittura, come la lettura, è un mezzo per diventare più consapevole e riuscire forse un giorno a mettere a disposizione di chi legge uno strumento di “nitidezza”, dando voce a cose che appartengono a tutti.
Alla fine credo di essermi innamorato della lettura perché desideravo trovare, immaginare, sentire un mondo sicuro e affidabile dove potevo essere soddisfatto, dove potevo provare un senso di pienezza e soprattutto di appartenenza. Ho sempre pensato che il primo ad avere questi desideri non è il lettore, ma lo scrittore che costruisce la storia. Perché lo scrittore la storia non la racconta: la inventa.
Lo scrittore è già dapprima un lettore. Quel viaggio personale in fondo è un viaggio fatto in compagnia di altri scrittori che sono venuti prima di lui. È veicolo di altre cose lette sentite incontrate. È creatore ma anche filtro, è il sapere di ognuno che passa attraverso di lui e che si mescola alle parole ai pensieri e alla sua vita. Così che anche se leggere è un atto spesso solitario, in realtà coinvolge tutti. Non è un’azione staccata dagli altri o da sé perché è soprattutto un modo di trovare qualcosa che già ci appartiene. Spesso più che conoscere è riconoscere.
Questo è il mio sogno ambizioso.
A questo punto potrei finalmente iniziare a scrivere del film Il giorno in più altrimenti potrebbe sembrare che ho trasformato questo mio spazio in un tema libero, invece di aver seguito l’indicazione.
Facciamo così, ve ne parlo un’altra volta, adesso senza nemmeno rileggere schiaccio invio, come si fa ogni tanto quando si scrive a una persona a cui teniamo.
Grazie per avermi dedicato il tempo di questa lettura, se un giorno mi doveste mai incontrare per strada non esitate a chiedermi un caffè. Ciao, Fabio.