EGLE SANTOLINI, La Stampa 30/11/2011, 30 novembre 2011
La lezione di Vandana “Il futuro è nel mio orto” - Odio volare e sprecare carburante, non sopporto Delhi, mai me ne andrei dalla mia campagna
La lezione di Vandana “Il futuro è nel mio orto” - Odio volare e sprecare carburante, non sopporto Delhi, mai me ne andrei dalla mia campagna. Vivo in totale frugalità, nella casa dei miei genitori, preglobalizzazione e preindustrializzazione, fra mobili così vecchi da cadere in pezzi. Ma venire in città è necessario, per tenere i rapporti con la politica e con i media. E viaggiare per il mondo devo, per difendere i diritti dei contadini schiacciati dalle multinazionali dell’alimentazione. È la mia prigione, la mia condanna». Vandana Shiva, la combattente della biodiversità, è in sedia a rotelle: «Problemi alle ginocchia. Mi curo con l’ayurveda: cumino, zenzero, curcuma». E indossa un paio di occhiali neri: «Questo, invece, è colpa della scienza occidentale. Due operazioni agli occhi andate male». L’energia e il sorriso, per fortuna, sono rimasti intatti. «Due giorni in Italia e poi si torna a casa. Finché avrò una goccia di forza voglio dedicarmi al mio orto». La aspettano per un seminario di studio sul Mahatma Gandhi. Ma intanto a Milano, oggi e domani, Vandana partecipa al forum della Barilla dedicato all’alimentazione, e per cominciare le chiediamo ragione di una contraddizione sconcertante. Dottoressa Shiva, come mai sulla terra si continua a morire di fame e, insieme, ci si ammala sempre più di obesità? E come spiega che il suo Paese marci a una crescita annua del 9 per cento e debba ancora fare i conti con milioni di bambini aggrediti dalla carestia? «È persino più complicato. Mia sorella mi racconta che anche i contadini, oltre alla classe media indiana, si stanno ammalando sempre più frequentemente di diabete. È una conseguenza dell’aggressione alla nostra terra: nelle campagne il trionfo della monocoltura ha stravolto l’alimentazione, si assumono troppi carboidrati e si rischia la salute. E molti, troppi agricoltori non possono mangiare ciò che producono perché, schiacciati dai debiti, devono passarlo alle grandi industrie alimentari. Il cibo spazzatura, poi, è l’altra faccia della denutrizione: perché è malnutrizione, fintamente moderna, distruttiva, indotta esclusivamente per speculare sulla pelle della gente. Lo vede, nulla è semplice. È una stortura del pensiero occidentale ricercare la risoluzione meccanica dei problemi. Occorre considerarli olisticamente, nei loro intrecci e nelle loro concause. Il bene è la diversità, la molteplicità. Un medico indiano non cura mai solo il fegato del paziente: esamina l’organismo nella sua integrità. È un metodo che vale per ogni aspetto della vita». Quanto ha inciso su queste dinamiche la crisi finanziaria? «Rovinosamente. Perché dal 2008 in poi la speculazione si è spostata proprio sull’industria alimentare, con l’aumento vertiginoso dei costi delle materie prime. E sempre di più i frutti del lavoro agricolo sono rapinati dalle multinazionali: il grano di un contadino nepalese serve a nutrire non la sua famiglia, ma i polli di batteria». E visto che le contraddizioni l’appassionano, come mai, intanto, l’Europa in crisi va alla ricerca spasmodica della crescita? «Ma quella è una “mismeasure”, un finto rimedio. Sarkozy ha promosso una commissione di studio con tre premi Nobel, Amartya Sen, Joseph Stiglitz e Jean-Paul Fitoussi, e nessuno è stato in grado di dimostrare che la crescita dia benessere. Immaginiamo pure uno sviluppo impetuoso, cosa che al momento pare impossibile: è certo che si andrebbe a coagulare al vertice della società, arricchendo i più ricchi e immiserendo i più poveri. La vera crescita non è quella criminale predicata dalle banche, che offrono la malattia come cura. È quella virtuosa delle piccole comunità, dello sbocciare delle nuove generazioni, della conservazione di terra e acqua». Torniamo a lei, dottoressa Shiva. Quando ha scoperto la sua vocazione? «Come forse sa sono stata educata in Canada, dove ho preso la laurea in Fisica e poi in Filosofia (sulla teoria dei quanti e le sue implicazioni speculative, ndr). Non rinnego affatto quello che mi ha insegnato l’Occidente. Ma la consapevolezza in me è nata più tardi, a partire dal 1984, con il disastro di Bhopal. Lì ho capito che stava accadendo qualcosa di selvaggio, di malefico». Qual è il suo rapporto personale col cibo? «Ho la fortuna di essere indiana: da noi ciò che si mangia viene trattato con estremo rispetto, perché è considerato un’espressione del divino. Sono parca e vegetariana e non mi dimentico di essere iscritta in una piramide che contiene tutti gli organismi della Terra. Purtroppo, oggi il cibo è diventato il campo di battaglia per gli abusi più gravi e colpevoli. Col cibo si fa la guerra. E io voglio la pace».