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 2011  novembre 30 Mercoledì calendario

Il comunista fino in fondo che per sé ha scelto “una morte politica” - Con lui, in quella stanza, accanto al suo letto, c’era Rossana Rossanda, che l’ha voluto accompagnare fino alla fine: «È stato tristissimo, non terribile, ma tristissimo», dice con un filo di voce al telefono da Parigi

Il comunista fino in fondo che per sé ha scelto “una morte politica” - Con lui, in quella stanza, accanto al suo letto, c’era Rossana Rossanda, che l’ha voluto accompagnare fino alla fine: «È stato tristissimo, non terribile, ma tristissimo», dice con un filo di voce al telefono da Parigi. E Lucio come stava, che diceva? «Ti puoi immaginare come si sta in un momento del genere... ma ora scusami, non ce la faccio a parlare, ho solo bisogno di riposare». Quando sua moglie è morta, Lucio Magri disse a Valentino Parlato: «È morta Mara, per me è una perdita irreparabile. Volevo morire con lei ma lei mi ha chiesto di non farlo, mi ha detto che dovevo finire il mio libro. Ecco adesso il libro è finito, ha avuto anche un buon successo. Adesso sono arrivato al termine». Da quel giorno, circa due anni fa, Lucio ha dedicato il resto della sua vita all’organizzazione della sua morte, con una meticolosità agghiacciante. Fino all’altro ieri quando ha fatto il suo ultimo viaggio in Svizzera (ne aveva già fatti altri due ma non si era sentito pronto ed era tornato a Roma), dal quale rientrerà in Italia in un carro funebre, prenotato da lui, per essere sepolto a Recanati. Senza funerali, senza orazioni, senza discorsi. Così ha voluto e scritto in una lettera ai suoi amici più intimi. «Lucio era un iper razionale – racconta Parlato – ma anche un uomo estremamente passionale. La sua passione era la politica, ovviamente, e nella politica la sinistra. Ma anche le donne le ha amate con passione, anche quando faceva quelle che noi liquidavamo come cazzate tipo la sua relazione con Marta Marzotto. Ma Mara, è il caso di dire, l’ha amata fino alla morte. E questa è la ragione del suo suicidio e forse anche la morte della “sua” sinistra». Siamo nella redazione del manifesto , giornale fondato da Magri insieme a Rossanda, Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luciana Castellina, Massimo Caprara e ovviamente Parlato. All’epoca, nel 1969, era «solo» un mensile che però, per le posizioni così poco ortodosse nei confronti dell’Unione Sovietica e del Pci in cui allora tutti loro militavano, costò a questi dirigenti politici la radiazione dal Partito. Il quotidiano venne dopo, il 28 aprile del ‘71. La storia di Magri è stata in gran parte la storia del manifesto , malgrado la sua origine di giovane democristiano di sinistra a Bergamo e malgrado le rotture che via via hanno segnato la vicenda di questo giornale, che dopo quarant’anni di vita senza soldi è ancora in edicola. E ieri pomeriggio si discuteva, in una atmosfera profondamente turbata, di come raccontare sul giornale la storia di Lucio, i pezzi che sarebbero arrivati, Pietro Ingrao, che del gruppo è stato il maestro politico anche se non ha condiviso la loro scelta di rompere con Pci ed ha votato a favore della radiazione (per poi pentirsene innumerevoli volte), Giuseppe Chiarante, che di Magri è stato amico fin dai tempi democristiani di Bergamo, di Luciana Castellina che con Lucio ha condiviso anche un bel pezzo di vita sentimentale, di Parlato che ancora scrive a macchina. Più tanti altri, lettere, messaggi di lettori. Racconta ancora Parlato che per due anni lui e tutti gli altri, tutti quei pochi che conoscevano il progetto suicida di Lucio, hanno cercato di convincerlo a non farlo: «Ma oggi mi sento in colpa, dovevo insistere di più, rompergli le scatole tutti i giorni, tutte le ore. Ma poi, chissà se avrei ottenuto un risultato, Lucio era determinato in tutte le cose che faceva, non era facile, anzi direi impossibile fargli cambiare idea. Io, e questa è una differenza di carattere che a volte ci faceva litigare, sono più fatalista, meno pignolo, più “arrangiatore”». Ma perché proprio un suicidio assistito, in Svizzera con un’iniezione letale? «Diceva che lui non poteva morire sotto un treno o una macchina o gettandosi da un ponte. Voleva una morte pulita». Ma è giusto suicidarsi, è una scelta eticamente corretta? «Certo che lo è, io rivendico il diritto al suicidio. Nella nostra Costituzione non c’è mica scritto che tutti i cittadini hanno il dovere di campare fino alla morte naturale... Penso che anche in questo, Lucio abbia fatto una scelta politica, nel senso che ha dimostrato di essere padrone della propria vita. Mandando un segnale inequivocabile a tutti coloro che, anche in queste ore, polemizzano sul valore della vita». E Parlato la farebbe una scelta così estrema se sentisse il bisogno di chiudere la partita? «Sì la farei, magari non in un ospedale svizzero ma nel mio letto».