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 2011  novembre 30 Mercoledì calendario

Dieci anni di esperimenti ma il monitoraggio hi-tech è solamente un’ipotesi - Uno spreco assurdo, questa la storia della sperimentazione del braccialetto elettronico

Dieci anni di esperimenti ma il monitoraggio hi-tech è solamente un’ipotesi - Uno spreco assurdo, questa la storia della sperimentazione del braccialetto elettronico. In dieci anni, dal 2001 al 2010, lo Stato ha speso 110 milioni di euro. Ne erano stati ordinati 400; ne sono stati applicati appena 6. Il resto è finito ad ammuffire in uno scantinato del ministero dell’Interno. I problemi tecnici non sono mai mancati. Un sistema che era stato propagandato come perfetto e avanzatissimo si era rivelato pieno di falle. E in tema di detenuti che si allontanano senza permesso, ogni errore del braccialetto rappresenta un’evasione. Di qui l’enorme sospetto che circonda l’apparecchietto elettronico, sia da parte della polizia, sia da parte della magistratura. Ma partiamo con ordine. È il 2001 quando due ministri di centrosinistra, Piero Fassino e Enzo Bianco, annunciano la sperimentazione. C’è ancora la lira. Un secolo fa. La sperimentazione costa 60 mila lire al dì. E non funziona. Il primo detenuto che si presta volontariamente alla prova, rompe i fili e scappa: la centrale operativa segnala il fatto troppo tardi. E poi, con la cronica carenza di pattuglie, figuriamoci se qualcuno può corrergli dietro. Due anni dopo, c’è un diverso ministro dell’Interno, Beppe Pisanu, che decide di riprovarci. Il suo collega alla Giustizia, Roberto Castelli, preme perché il sovraffollamento delle carceri c’era già. Viene firmato un contratto decennale con la Telecom da11 milioni di euro all’anno. La sperimentazione prevede ora una sala operativa unica nazionale e 400 braccialetti da usare in giro per l’Italia. Va così male che al sesto braccialetto sistemato si decide di soprassedere. Ma intanto il contratto va onorato: così Telecom tiene aperta giorno e notte la sua sala operativa inutile, intanto incassa gli 11 milioni di euro pattuiti. Quando il sindacato della polizia penitenziaria Sappe scopre l’inghippo, ecco esplodere lo scandalo. È normale che si sprechino tanti soldi in un’amministrazione che lesina sugli straordinari al personale, che costringe a turni massacranti perché è fermo il turn-over, e che lamenta buchi di bilancio ogni giorno? Finisce, al solito, in polemica politica. C’è il solito attacco alla magistratura che frenerebbe l’innovazione. Il sindacato se la prende invece con il vertice del ministero della Giustizia: «È vero che i magistrati non sono informati, ma non sono stati sensibilizzati da chi, come il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, avrebbe dovuto farlo». Si innesca l’ennesimo scaricabarile. L’ex ministro della Giustizia, Franco Nitto Palma, dà la colpa al Viminale: «Ancora non si è arrivati a una sperimentazione su larga scala perché ci sono stati problemi tecnici nuovamente allo studio del ministero dell’Interno, che ha una specifica competenza sul tutto». E l’ex sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, dà la colpa ai tecnici: «Questa vicenda è nata male - spiegava - e proseguita peggio. Fino al 2007 i braccialetti non avevano la copertura di tutto il territorio nazionale. E poi c’è il limite che per mettere il braccialetto a un detenuto serve il suo consenso. Ci vuole una modifica legislativa».