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 2011  novembre 30 Mercoledì calendario

L’OCCASIONE PER SFUGGIRE AL GRIGIORE

Ricorre nel 2012, in aprile, il centenario del Titanic, transatlantico considerato inaffondabile che colò invece a picco urtando un iceberg nell’oceano. Come cento anni fa, tante nostre certezze orgogliose, l’Europa e la sua moneta, l’America e la sua egemonia, la Cina e la sua rinascita, il Mercato e la sua ricchezza, l’Italia e il Made in Italy, rischiano di urtare iceberg vaganti, Populismo, Protezionismo, Xenofobia. L’iceberg più pericoloso resta la realtà, che dalla crisi del 2007 tanti leader, e con loro tanta parte dell’opinione pubblica, si illudono di eludere.

Nel 2012 chi vincerà negli Usa le scialbe primarie dei repubblicani - il mormone Romney? il texano Perry? l’eterno Gingrich? - sfiderà il 6 novembre il presidente democratico Obama. I francesi sceglieranno il 6 maggio tra il conservatore Sarkozy e il socialista Hollande, e a Mosca Putin tornerà alla presidenza, mentre in ottobre il congresso del partito comunista cinese manderà alla presidenza Xi Jinping, al posto di Hu Jintao, con Li Keqiang a rilevare il premier Wen Jiabao.
Un mondo di possibili uomini nuovi, in cui, malinconicamente, i problemi resteranno da risolvere con idee spuntate. E se il virus default arriva in Europa anche i mercati emergenti si ammaleranno.

Gli europei, indotti alla lentezza dalla cancelliera Merkel, inseguiranno passo passo la crisi del debito, privi di strategia radicale. Sembra ora intravedersi il faticoso baratto tra patto di fiscalità e eurobond, ribattezzati dal presidente Barroso «titoli di stabilità» e dai «cervelli» economici tedeschi «redemption bond». I Paesi europei indebitati, tra cui l’Italia, rinunceranno a segmenti di sovranità, bilancio e politica economica verranno monitorati da Berlino (con Parigi a fingersi partner alla pari) e, in cambio, la Germania garantirà un futuro di liquidità. L’economia sposerà quella che la studiosa Nora Galli de’ Paratesi chiamava «Semantica dell’eufemismo», battezzare i titoli «euro», «stabili» o «redemption», permette di aggirare il veto della Corte costituzionale tedesca.

Un eufemismo non scioglie però i ghiacci della crisi economica e i leader europei e americani hanno una scelta precisa nel 2012, o cambiar rotta verso le riforme, senza che i cittadini sdegnati fuggano nel populismo, o il naufragio della ripresa. Ce la faranno? A guardare alle speranze frustrate negli Stati Uniti dal carisma opaco di Obama, solo tre anni fa ritenuto leader storico, e in Europa dal progetto euro già così orgoglioso, c’è poco da sperare. I partiti sono polarizzati ovunque dalla petulanza faziosa, nutrita di talk show e anonime arringhe sui blog Internet. In campagna elettorale ci si scontra con rancore, ma una volta al potere la propaganda cede all’impotenza mesta. Un taglietto alla spesa qui purché nessun ceto sociale si risenta, una tassa modesta là purché Tea Party, Lega Nord, Veri Finlandesi non protestino troppo. E limiti all’emigrazione, totem sempre utile in recessione, il male di Gran Bretagna e Italia nei prossimi mesi.

Più lo scontro tra le parti politiche si fa stentoreo, più il governo dell’economia reale si fa afono. Annota l’Annuario 2012 dell’Economist: «Viviamo una paralisi politica e una strisciante austerità. L’America non può risolvere le due crisi europee, debito sovrano e banche, ma pagherà un prezzo se l’Europa non guarisce da sola. Le esportazioni Usa soffriranno, le banche taglieranno i finanziamenti e si smarrirà, come già in Europa, la fiducia». Languiranno di conseguenza gli Stati Uniti, con quel 9% di disoccupazione a minacciare il ritorno di Obama alla Casa Bianca e i repubblicani «nemici del socialismo» (ebbene sì, in America) a potare ogni possibile investimento pubblico per la ripresa.

Le previsioni atlantiche, insomma, ci lasciano intravedere ancora un anno di propaganda furiosa e meschine riforme, evoluzione lenta quando non involuzione. Paradossalmente, i guai in cui l’Italia s’è cacciata, crescita strangolata allo 0,2%, la recessione che l’Ocse ci addita, debito pubblico 120% del Pil, disoccupazione a due cifre tra i giovani, hanno costretto i partiti a varare il governo di Mario Monti. E, come confessa un veterano della nostra politica dell’ultimo quarto di secolo, «a denti stretti questo Parlamento voterà qualunque provvedimento del presidente Monti: non ha alternativa».

Nel 2012 la crisi economica paralizzerà la politica tra Usa e Ue, e i partiti, per fingersi attivi, alzeranno invano il tono dello scontro. L’Italia dell’ansia di liquidità, l’Italia del debito, l’Italia dimenticata di tanti summit, può forse vivere una sua stagione di riforme, sacrifici, innovazione e sviluppo, chiamando per esempio imprese d’avanguardia e università migliori a creare insieme start up. Né Pdl, né Pd, né centristi possono tirarsi indietro davanti al taglia e cuci che Monti e il ministro Passera tenteranno. Fogli, talk show e siti chiassosi non verranno a più miti consigli, ma senza più potere di veto reale. E’ un’occasione, inaspettata, per sfuggire al grigiore delle società occidentali oggi. Il consenso e la responsabilità dureranno poco. Non basteranno a salvarci da soli, se Germania, Bce e Fondo monetario non agiscono all’unisono: ma almeno avremo fatto il nostro dovere.