Sara Faillaci, Vanity Fair 7/12/2011, 7 dicembre 2011
L’ALTRA MOGLIE DI ARAFAT - INTERVISTA A SUHA DAOUD TAWIL
«Avessi immaginato che sarebbe andata così, non l’avrei mai sposato».
Suha Tawil è la vedova di Yasser Arafat, il leader palestinese morto sette anni fa, l’11 novembre 2004. Nata in Cisgiordania da una famiglia palestinese cristiana, dopo una vita passata per gran parte a Parigi, alla morte del marito si è trasferita con la figlia Zawa – oggi sedicenne – prima a Tunisi e poi a Malta, dove ci ha dato appuntamento quando l’abbiamo chiamata, il mese scorso, per avere un commento a caldo sull’uccisione di Gheddafi.
Tra i due leader, in vita, non correva buon sangue. Ma Gheddafi organizzò una grandiosa cerimonia a Tripoli per salutare Arafat, e negli ultimi anni si è detto e scritto che aiutasse e proteggesse la vedova, addirittura che le avesse acquistato una sontuosa residenza nell’isola.
In realtà Suha e la sua famiglia (con lei, oltre alla figlia Zawa, vive la madre Raymonda) abitano in un appartamento al terzo piano di un anonimo edificio sul lungomare poco fuori La Valletta. L’arredo è borghese, sobrio, non fosse per le fotografie di Arafat che, disseminate ovunque, fanno sembrare la casa un museo.
La padrona di casa è alta, bionda, imponente, più giovane di come te la aspetti, estremamente ospitale, vulcanica. Dietro di lei appare la madre, giornalista e attivista, ex collaboratrice di Arafat, donna affascinante dagli occhi azzurri e misteriosi.
Come ha conosciuto Arafat?
«Fu lei a presentarmelo (indica la madre, ndr). Lo vidi la prima volta in Giordania nel 1985, avevo 22 anni e studiavo Lingue e Scienze politiche alla Sorbona di Parigi. Lo rividi due anni dopo a Baghdad e lì mi disse: “Fossi più giovane, ti sposerei”».
E lei?
«Ero fidanzata con un avvocato francese, ricchissimo, bello come Alain Delon. Lo lasciai subito».
Arafat invece non era bellissimo.
«E aveva 34 anni più di me. Ma quando sorrideva, tutte le donne svenivano. Aveva lo charme, l’energia e il carisma che solo i leader hanno. I miei però si opposero al matrimonio».
Perché?
«Sapevano che vita mi aspettava: Arafat era un martire e si sarebbe fatto mettere in croce per la causa. A me, giovane e innamorata, ogni problema sembrava superabile. Vent’anni dopo, posso dire che avevano ragione loro».
Arafat era anche un uomo potentissimo.
«Chi dice che l’ho sposato per interesse non sa che mio padre, banchiere, apparteneva a una delle più ricche famiglie palestinesi. Fu un matrimonio d’amore che rimase a lungo segreto: ci fidanzammo nell’87, ci sposammo due anni dopo, ma nessuno sapeva che ero sua moglie. Pur di stargli accanto a Tunisi (dove l’Olp – Organizzazione per la liberazione della Palestina –, di cui era capo, era in esilio fino prima degli accordi di pace e del ritorno di Arafat in Palestina nel 1993, ndr), lavoravo per lui. Preparavo dossier, facevo traduzioni».
Perché il vostro matrimonio doveva rimanere segreto?
«Arafat – come aveva risposto nella famosa intervista a Oriana Fallaci che gli chiedeva perché non c’erano donne nella sua vita – era sposato alla causa palestinese. Per lui era una persecuzione: non voleva che si sapesse che aveva ceduto all’amore, che era stato incapace di controllare i propri sentimenti. Quando finalmente la nostra unione divenne ufficiale, dovetti spiegare che io ero semplicemente “l’altra moglie”, e rispettavo la prima. E lui arrivò a minacciare di dimettersi da presidente dell’Olp se il movimento non mi avesse accettato».
Arafat viveva in esilio, sotto protezione. Come riuscivate a stare insieme?
«Quando ti ami, il tempo lo trovi. E puoi avere più emozioni in mezz’ora che in tutta una vita. Le sue guardie, quando entravo io, uscivano: sapevano di noi».
È vero che lui ha sempre dormito da solo?
«Sì, e con un’arma di fianco al letto. Io ne avevo il terrore, ma ho rispettato i suoi spazi, come lui ha rispettato i miei».
C’è chi ha considerato Arafat un terrorista: gli sono stati attribuiti episodi sanguinosi, come il massacro di atleti israeliani all’Olimpiade di Monaco del ’72. È stato un problema, questo, tra voi?
«Sono sempre stata contraria a ogni operazione che colpisse civili o bambini. Arafat a volte, per portare all’attenzione pubblica la sua causa, ha usato mezzi che non condividevo. Come del resto hanno fatto Mandela, De Gaulle, e anche i partigiani in Italia: c’è una sottile linea di confine tra il terrorista e il liberatore».
Stando accanto a lui, non ha mai avuto paura per la propria vita?
«Quando ci vivi dentro, la paura non la senti. Nei periodi di pace con Israele eravamo tranquilli. Negli anni dell’Intifada, quando avevamo base a Tunisi, cambiavamo posto dove dormire ogni sera. Giravo con il mio cuscino perché non sapevo mai che cosa avrei trovato nelle case che ci assegnavano».
Qual è stato il momento peggiore?
«Quando il suo aereo cadde nel deserto libico, nel ’92. Eravamo sposati da poco, pensavo fosse morto. Invece era stato portato in Giordania e operato».
Che tipo di moglie pensa di essere stata?
«Non facile, per un uomo come Arafat, e spesso fonte di imbarazzo. Avevo le mie idee e le esprimevo. Per esempio: “Se non dai diritti alle donne, vado in strada a dimostrare”».
Arafat soffriva il suo carattere forte?
«Molto, ma non aveva scelta. E la situazione peggiorò con l’inizio dell’Intifada: di colpo i media israeliani mi dipinsero come il diavolo. Per attaccare Arafat, se la prendevano con la sua famiglia: scrissero che vivevo a Parigi sperperando denaro come Imelda Marcos. Non era vero: non esiste una mia fotografia in una boutique, e a Parigi vivevo in un appartamento normalissimo, non certo al Ritz».
Di solito negli attacchi di questo tipo qualcosa di vero c’è.
«È vero che ho vissuto molto a Parigi, ma era la mia città. Nel 2000, con la seconda Intifada, fu lo stesso Arafat a ordinarmi di lasciare Gaza, dove ci eravamo trasferiti dopo gli Accordi di Oslo: “Non posso proteggere te e la bambina mentre combatto Israele”. Invece mi dipinsero come una donna viziata che se ne fregava della sua terra».
Arafat la difendeva quando la attaccavano?
«No, lui non difendeva nemmeno se stesso. “Non devi giustificarti mai”, mi diceva».
Che padre è stato per vostra figlia?
«Un padre di 65 anni: quando sentiva la neonata piangere, aveva l’aria di chiedersi: “Che cosa ci faccio qui?”. E poi era un militare, uno che faceva la rivoluzione. La paternità l’ha reso più tenero per certi versi, ma gli uomini come lui non amavano mostrare i punti deboli».
Era stata lei a volere un figlio, o anche lui lo desiderava?
«Lui ne voleva anche più di uno. E avrebbe desiderato un maschio. Per fortuna la Madonna mi ha guardato dall’alto e mi ha graziata: solo una figlia, e femmina. Può immaginare che inferno sarebbe stato? Eravamo continuamente sotto le bombe».
Anche per partorire scelse Parigi.
«Mi crocifissero di nuovo. Ma io ero dovuta andare a Parigi perché mio padre era in fin di vita: morì due settimane prima che nascesse Zawa, e la sua morte fu un tale trauma per me che il medico mi vietò di ripartire».
Si apre la porta di casa: Zawa è tornata da scuola. Coppola di lana sui capelli ricci e castani, ha la bocca di suo padre. Sogna di diventare avvocato. Si rintanerebbe volentieri nella sua stanza – è molto timida – ma per educazione viene a salutare. Aveva 9 anni quando Arafat è morto. Dice di ricordarlo, nel suo ufficio di Gaza, mentre l’aiutava a fare i compiti. Era consapevole del suo ruolo, «perché eravamo sempre circondati da guardie del corpo». Ma definisce la sua infanzia «piuttosto normale», e dice che nessuno a Malta fa caso al suo cognome. Però a 16 anni non è mai andata in discoteca, e di fidanzato nemmeno a parlarne: «Troppo piccola», rispondono all’unisono madre e nonna.
Suha, è mai stata gelosa di suo marito?
«Lo era più lui di me. Ero giovane e poi, quando lavoravo per lui e nessuno sapeva del nostro matrimonio, c’erano palestinesi influenti che gli chiedevano la mia mano. Lui si stizziva moltissimo».
Nella famosa intervista che lei citava, Oriana Fallaci sembrava mettere in discussione la mascolinità di Arafat.
«Si fidi: io non ho mai avuto dubbi. Il fatto è che, se a una certa età non sei sposato, la gente mormora sui tuoi gusti sessuali. So per certo che, prima di conoscermi, ha sedotto donne tra le più potenti e belle del mondo arabo: principesse, giornaliste, scrittrici».
Una giornalista uruguaiana, Isabel Pisano, ha scritto un libro sulla loro presunta relazione.
«La signora è una squilibrata. Neppure sa che nel 1989, il periodo di cui parla, noi eravamo già sposati. È vero che ha intervistato mio marito, e probabilmente ne è rimasta stregata. Si è fatta un film solo perché l’ha guardata in faccia. All’epoca ero sempre con lui, figurarsi se avrei tollerato. Tutti, nello staff, sapevamo con chi era e che cosa faceva ogni minuto della sua giornata. Arafat ha amato solo due donne nella sua vita».
Chi, oltre a lei?
«Nada, una libanese che fu uccisa in guerra negli anni ’70. Lo disse anche a mia madre, per convincerla che nulla gli avrebbe impedito di sposarmi: “Ho amato solo due volte, Dio mi ha tolto la prima donna, tu non mi toglierai la seconda. Ci separerà solo la morte”. E così è stato».
Com’è cambiata, la sua vita, dopo la morte di Arafat?
«In peggio. Sono rimasta sola a combattere: una donna senza marito, nel mondo arabo, non ha più alcuna protezione. Ma la Madonna veglia su di me».
Lei, sposando Arafat, si è convertita all’Islam. È tornata al cristianesimo?
«Guardi che la Madonna è nel Corano, e anche Yasser le era devoto. Quando è morto, mi ha lasciato la catenina con le immagini di Fatima e di Lourdes. Anche se, quando volli andare in visita a Fatima, ci furono problemi di protocollo: ero pur sempre la moglie di un leader arabo».
Con suo marito andavate spesso in visita da Giovanni Paolo II.
«Arafat si consultava con lui, io lo accompagnavo. Quando venne nel nostro Paese, rimasi con il Papa tutto il tempo. Ho sempre cercato di proteggere i cristiani in Terrasanta. Con Madre Teresa di Calcutta ho fondato tre congregazioni in Palestina».
Da Ratzinger non è mai andata?
«Non ho mai avuto il piacere, e non sono nella posizione di poter chiedere».
Arafat aveva amici importanti: nessuno l’ha aiutata?
«Non mi sono mai fatta illusioni: sono nata senza potere e senza potere posso vivere. Rimasta vedova, ho scelto di andare a Tunisi – dove avevamo degli amici – perché volevo che Zawa crescesse nel mondo arabo. Due anni dopo litigai con l’allora first lady Leila Trabelzi (moglie dell’ex presidente Ben Ali, attualmente in esilio in Arabia Saudita dopo la rivolta popolare del gennaio scorso, ndr), con cui avevo seguito il progetto di una scuola di eccellenza per bambini. E lei mi fece espellere dal Paese».
Si disse che c’era dietro una questione amorosa.
«Scrissero che suo fratello voleva sposare mia sorella, poi che voleva sposare me. Tutto falso: lui aveva già figli e tre mogli, di cui una incinta. Con Leila litigammo perché lei, che non voleva competizione per la nostra scuola, aveva ordinato la chiusura di quella francese. Mi chiamò l’ambasciatore di Francia dicendomi che Sarkozy aveva fatto una petizione contro di noi. Andai da lei, furiosa, e le dissi che mi ritiravo dal progetto. Un minuto dopo avevo le mie cose buttate negli scatoloni fuori casa, e la cittadinanza revocata».
Da Tunisi, hanno spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti per corruzione.
«Per aprire la scuola avevo chiesto un mutuo che, a progetto sfumato, avrebbe dovuto essere estinto da Leila, in quanto unica socia rimasta. Cosa che lei, per ripicca, non ha mai fatto, per cui risultava che mi fossi appropriata di questi soldi. Ma grazie ai miei avvocati, da imputata sono diventata testimone nel processo».
Si dice che Gheddafi l’abbia aiutata e le abbia addirittura comprato questa casa.
«Pettegolezzi nati dal fatto che, prima di venire a Malta, ho trascorso qualche giorno in Libia. Ma il motivo per cui ho scelto Malta è perché qui viveva mio fratello. E la casa me la sono affittata da sola».
Gheddafi qui non si è mai visto?
«L’avrò incontrato tre volte in vita mia. Arafat sapeva che gli piacevano le donne, e certo non gradiva che ci vedessimo».
È ancora giovane. Si è più innamorata?
«No. Ma chi potrebbe mettersi con la vedova di Arafat? Io stessa non mi risposerei: devo difendere la memoria di mio marito. E a volte mi pesa: come donna avrei bisogno di un uomo che mi protegga».
I palestinesi non l’hanno molto amata.
«La gente comune mi ha voluto bene: ho aiutato il popolo senza farmi pubblicità. I vertici, meno, ma è normale che ci fossero gelosie: ero la moglie del capo».
L’hanno accusata di non aver permesso alle autorità palestinesi di fargli visita mentre era in agonia, in Francia.
«Come moglie, ne avevo il diritto. Arafat era in rianimazione, in una camera sterile, non potevo mettere a repentaglio la sua vita per accogliere tutti quelli che volevano vederlo. Ma alla fine i vertici vennero. Ero al capezzale di mio marito, cercavo di capire se davvero lo avevano avvelenato, e già fuori si scatenavano le cattiverie. Dissero che gli parlavo di soldi».
Morì per avvelenamento, dunque?
«Si è detto che è stato avvelenato dai servizi segreti israeliani. Io non ho le prove per sostenerlo, ma penso che la sua morte sia un mistero».
E il famoso tesoro di Arafat?
«Aveva molti soldi ma li usava per comprare i nemici, per pagare la fedeltà delle persone. Se oggi fosse vivo, li userebbe per riunire Al Fatah e Hamas. Per se stesso non ha mai speso nulla, a me e a Zawa passava diecimila dollari al mese».
Che ricordi ha del Nobel per la Pace?
«Andammo insieme a ritirarlo. Ero incinta, mi trovai tra Rabin e Shimon Peres che mi sostenevano: una scena surreale».
Ha ancora casa a Gaza?
«Chi può andarci, con la situazione che c’è? E quella casa è del governo».
Davvero rimpiange di aver sposato Arafat?
«Sì. Mi considero anch’io una vittima della tragedia palestinese».