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 2011  dicembre 07 Mercoledì calendario

BASTARDO E CONTENTO (CON LE DONNE) - INTERVISTA A STEFANO BOLLANI

Non sparate sul pianista», stava scritto nei saloon. E infatti a Stefano Bollani, pianista jazz fra i più quotati al mondo, non abbiamo sparato. Semplicemente, dopo avergli scattato il ritratto che vedete, nella spa milanese scelta come set, il fotografo – un francese assai maldestro – ha pensato bene di fargli cadere sul cranio una pesantissima asta in ferro (pieno). Bollani è stramazzato al suolo. E quando è tornato nel mondo dei vivi – merito di una riflessologa che, dopo avergli messo una busta di ghiaccio in testa, gli ha massaggiato i piedi – non ha neppure tentato di picchiare l’involontario killer. Gli ha stretto la mano e si è seduto per l’intervista.
Nato a Milano – ma cresciuto tra Alba e Firenze – ha appena pubblicato l’album Orvieto, registrato con l’americano Chick Corea, e dal primo dicembre tornerà in Tv, su Raitre in seconda serata, con Sostiene Bollani Reloaded, quattro puntate con il meglio dello show trasmesso fra settembre e ottobre. Trentotto anni, due figli e un’ex moglie – la cantante Petra Magoni, quella di Musica Nuda –, alle spalle un libro (La sindrome di Brontolo) e un apprezzato programma su Radio 3 (Il dottor Djembé), Bollani è un fenomeno che fa sempre centro. Come ha fatto il fotografo.

Che cosa c’entra, in Rai, un pianista jazz?
«Semplicemente, me l’ha proposto l’ex direttore di Raitre. Forse farò il bis, la Rai ci tiene, e ci tengo anche io, ma non so quando: non vorrei esagerare, annoiare, annoiarmi».
Il successo del programma l’ha sorpresa?
«Sì, e ho capito che la Tv è pericolosissima: meno male che non ho 21 anni. Quel tipo di esposizione dà tanto, ma da un momento all’altro può sparire, e c’è chi finisce dritto dallo psicologo. Quando ho visto che mi riconoscevano per strada, mi sono imposto di tenere sotto controllo la vanità».
Ho letto che fa duecento concerti l’anno: possibile?
«Possibile, sì. Non ho smesso neanche quando ero in Tv: è più forte di me. Certo, prima o poi mi fermerò, i viaggi cominciano a stancarmi, ma finché ne ho voglia vado avanti così».
I suoi bambini non la vorrebbero più presente?
«Certo, e questo ingigantisce i miei sensi di colpa. Ma se smettessi di fare la cosa che più mi piace, suonare, diventerei una persona peggiore, molto poco divertente. E di certo non migliorerei come padre».
Ci pensa mai a fare altro? In Brasile Gilberto Gil, da musicista, è diventato ministro della Cultura: è stato in carica fino al 2008.
«Per carità. Non mi piace il potere, e non vorrei mai sentirmi responsabile della vita di tanta gente. Tanto che, a chi lavora per me, chiedo di continuare a lavorare anche per altri. Mi sentirei meno libero se non fosse così».
La politica dunque non la tenta.
«No davvero. Di politici conosco giusto Walter Veltroni, e lo conosco perché è un patito di jazz. Quattro anni fa venne in Italia il presidente del Brasile, Lula, e mi invitarono al Quirinale per una cena in suo onore. Napolitano, Fini, Bondi: a parte Berlusconi, c’erano tutti. Immagino che mi avessero chiamato per le mie frequentazioni brasiliane (Bollani ha collaborato con Caetano Veloso e inciso un disco intitolato Carioca, ndr). Ma con sicurezza non l’ho mai saputo, perché quella sera non mi salutò nessuno».
Sta scherzando?
«Per niente. Strinsi la mano al presidente Napolitano, a sua moglie e a Lula. Con gli altri, nemmeno una parola. Eppure si capiva che ero l’unico a non essere un politico: avevo le treccine rasta. Passai la serata a chiedermi – inutilmente – chi mi avesse invitato. Mangiai vicino all’addetto culturale e, dopo il caffè, di corsa a casa. Spero solo di non essere finito in una mailing list: se mi richiamano, mi do malato».
Lo sa che in Rete c’è il blog «vorreisposarestefanobollani»?
«Non consiglio l’esperienza: si fidi».
Perché, ha fatto un po’ di casini con le donne?
«Un po’ tanti. Ho mentito in maniera esagerata, per esempio. E cominciavo a compiacermi di essere un po’ bastardo. Questo è grave: perché un conto è esserlo e basta, un altro è esserlo, e in più gioirne».
Facciamo i bastardi: mi dica quello che pensa del suo «rivale» Giovanni Allevi.
«Non abbiamo niente in comune. Io amo la spontaneità, lui si è attirato antipatie perché ha puntato su una comunicazione fatta di invenzioni. Non è mica vero, per esempio, che in Giappone riempiva i teatri».
Qualcosa in comune l’avete: Allevi ha fatto il tastierista per Jovanotti. Doveva farlo anche lei ma poi, su consiglio del trombettista Enrico Rava, decise di dare forfait prima di una tournée.
«Fu una separazione consensuale. Lorenzo (Jovanotti) capì che, se fossi andato via con lui per un anno, la mia carriera avrebbe avuto un rallentamento. E poi non ero la persona adatta: detesto le tastiere».
In scena lei ride, scherza, fa imitazioni – lo stesso Allevi, Johnny Dorelli e Paolo Conte i pezzi forti del repertorio –: i puristi del jazz come giudicano questo suo non prendersi sul serio?
«Male, ma sarebbe ora che si mettessero l’anima in pace: io sono davvero fatto così».
Topolino, due anni fa, le ha dedicato un fumetto, Paperefano Bolletta. Che cosa non ha ancora avuto?
«Una colonna sonora. Finora non c’è stata l’occasione. A parte Caos calmo, certo…».
Perché lei le musiche di quel film le aveva scritte. Ma all’ultimo momento sono state eliminate. Di quel film Nanni Moretti, oltre che protagonista, era produttore: è stato lui?
«Pensi che ho una copia del film con le mie musiche montate. Piacevano a tutti, tranne all’unico che le ha sentite solo alla fine: Moretti. Non ho alcuna conferma di come siano andate le cose, ma sento che è stato lui».
Habemus Papam l’ha visto?
«Sì, e mi è piaciuto. Le opere sono quasi sempre migliori di chi le fa».
Tra Vasco e Ligabue, chi preferisce?
«Nessuno dei due. Il mondo dei guru non mi interessa».
Un pianista affermato che suona in tutto il mondo guadagna come un attaccante del Milan, o dell’Acireale?
«Non lo so. So solo che pago le tasse, e che sono uno dei pochissimi italiani ufficialmente ricchi. Mai come un calciatore, però».