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 2011  dicembre 01 Giovedì calendario

EGITTO, 4 MESI DI ELEZIONI. DEMOCRATICHE?

Oggi e domani in Egitto si vota per le prime elezioni post Mubarak.

Il processo elettorale per le legislative durerà almeno tre mesi. Il ciclo si concluderà a marzo: prima tappa (elezioni parlamentari per la Camera bassa) oggi, in nove province, tra cui il Cairo e Alessandria con ballottaggio previsto per il 5/12. Il 14 dicembre sarà la volta di altre nove province (con eventuale secondo turno il 21) e il 3 gennaio 2012 gli ultimi 9 governatorati (tra cui il Sinai) andranno alle urne (con ballottaggio previsto il 10 gennaio). Il 29 cominceranno invece le elezioni per la Shura, la Camera alta, anche queste organizzate in tre tappe con doppio turno. L’ultimo ballottaggio è previsto per l’11 marzo. Poi ci saranno le Presidenziali «entro giugno 2012». Così ha afferma la giunta militare, guidata dal generale Hussein Tantawi, oggi al potere.

Saranno 40 milioni gli egiziani chiamati alle urne e cinque le coalizioni politiche che si contenderanno i seggi: Alleanza Democratica (il principale partito della coalizione è Libertà e Giustizia, il braccio politico dei Fratelli Musulmani, nato a giugno e guidato da Mohammed Morsi): Blocco Egiziano (partito costituito a giugno da una serie di movimenti laici, dichiarano di voler perseguire gli ideali della rivoluzione di piazza Tahrir); Terza Via (coalizione formata dal Partito della Giustizia, fondato nel giugno 2011 da alcuni esponenti di movimenti di dissidenza giovanile come Kefaya e il Movimento del 6 aprile); Coalizione Islamista (che raccoglie alcuni movimenti di orientamento salafita, collocati su posizioni maggiormente integraliste rispetto alla Fratellanza musulmana); Alleanza per la Prosecuzione della Rivoluzione (di cui fanno parte una serie di movimenti liberali, socialisti e islamisti moderati, che inizialmente avevano aderito al Blocco egiziano). [1]

I militari al potere hanno ritoccato la costituzione per gestire in proprio il bilancio e nominare 80 dei 100 rappresentanti del Consiglio costituzionale, che avrà l’ultima parola sulle leggi approvate dal Parlamento. [2]

Sabato 19 sono ricominciati gli scontri a piazza Tahrir (al grido di «Abbasso il maresciallo»). Migliaia di persone sono state riportate in piazza dalla Fratellanza musulmana e da gruppi laici come il Movimento 6 aprile per un sit-in pacifico contro l’esercito organizzato. Poi sono arrivati i poliziotti antisommossa. In sette giorni (da sabato 19 a sabato 26) si sono contati almeno 48 morti in tutto il paese di cui 15 uccisi con armi da fuoco (l’obitorio del Cairo: «stiamo cercando bare, non ne abbiamo abbastanza») e oltre 1.700 feriti (600 solo nella giornata di sabato 19). Viviana Mazza: «Gli scontri sono una manifestazione della crescente rabbia contro l’esercito, accusato di voler mantenere poteri straordinari al di sopra di un futuro governo e di usare i metodi di Mubarak». [3]

Oggi Kamal Al-Ganzouri, neo premier egiziano, voluto dalla giunta dei militari, formerà il suo nuovo esecutivo. Il governo di Essam Sharaf si è infatti dimesso martedì schierandosi con la piazza. [4]

Prima di nominare Al-Ganzouri la giunta aveva pensato a Mohammed El Baradei, ex dg dell’Agenzia Onu per il controllo dell’energia atomica, premio Nobel per la pace 2005, e a Amr Moussa, già numero uno della Lega araba ed ex ministro degli Esteri con Mubarak: «Ma i Fratelli musulmani esigevano il rispetto della regola: chi fa parte dell’esecutivo provvisorio non può correre alla presidenza. El Baradei e Moussa, che si sono candidati per le presidenziali, hanno risposto “no grazie”» (Sarcina). [6]

Al-Ganzouzi, 78 anni, già primo ministro nell’era Mubarak (dal 1996 al 1999), professore universitario, capelli appena tinti, ha sostenuto che il nuovo esecutivo avrà «più poteri rispetto ai predecessori». [6]

Giovedì scorso i militari hanno chiesto scusa pubblicamente su Facebook: «Il Consiglio superiore supremo delle Forze armate si rammarica e offre profonde scuse per la morte dei martiri che facevano parte dei figli leali d’Egitto». Confermano anche che le elezioni avverranno regolarmente (il voto degli egiziani all’estero è già iniziato). Gli unici sostenitori del voto sono i Fratelli musulmani perché convinti di vincere (il partito «Libertà e giustizia» nei sondaggi è al 35-40% di voti [5]). Tra i candidati che hanno sospeso la campagna elettorale ci sono Mahmoud Salem (blogger che scrive sotto lo pseudonimo Sandmonkey) e la giornalista Gameela Ismail: «Il voto non ha senso se i generali mantengono il potere fino alla scrittura della nuova Costituzione». I manifestanti in piazza chiedono invece ai militari di passare la mano a un governo di unità nazionale che gestisca il lungo percorso elettorale per rinnovare l’Assemblea Legislativa e la Shura (la Camera alta consultiva). [4]

Sarcina: «L’intera operazione sembra essere il risultato di una doppia pressione». Da una parte quella gli Stati Uniti che «considerano tuttora l’Egitto partner vitale dell’area e, anche dopo la cacciata di Mubarak, hanno continuato a staccare l’assegno di aiuti (1,3 miliardi di dollari all’anno). Per Washington è essenziale che il Paese risolva politicamente i suoi problemi, lasciando da parte fucilate e gas lacrimogeni (per altro “made in Usa”). Poi, naturalmente, c’è il fronte interno. La leadership dell’esercito non ha intenzione di bloccare il processo democratico. Tantawi, capo della giunta militare, invece, sta negoziando con i partiti. Alcune richieste sono esplicite: mantenere i privilegi economico-sociali. Altre inconfessabili: ottenere l’impegno a non essere processati per i misfatti dell’era Mubarak». [5]

Il capo di Stato Maggiore Mokhtar al Mullah ha sostenuto però che piazza Tahrir non rappresenta la maggior parte dei cittadini, e ha rilanciato una proposta di referendum per stabilire come e quando il Consiglio supremo si dovrà fare da parte. [5]

Venerdì, mentre a piazza Tahrir c’era la “melioneya” (marcia di un milione) a una decina di chilometri più a est nel quartiere di Abbasiya dove ha sede il ministero della Difesa, si sono ritrovate diverse migliaia di cittadini (circa 50-60 mila) schierate a sostegno dei militari. Sarcina: «Sul piano dei numeri, come è evidente, il confronto tra Tahrir e Abbasiya non regge. Ma dal punto di vista politico (e sociale) i rapporti di forza in questo Paese di 80 milioni di abitanti non sono altrettanto scontati. [...] Abbasiya non è stato il raduno di comparse prezzolate dal maresciallo Mohamed Hussein Tantawi». [6; 7]

«Anch’io voglio un governo civile ma dopo decenni di dittatura posso aspettare ancora un po’. Ma intanto come mangeremo se l’economia non riprende?» (Mohammed Kamel, tassista). [8]

Abdel Moneim Said, direttore del Centro studi strategici Al Ahram, si stupisce a ragione, pur ammettendo che «il Paese non è arrivato ancora alla fame e che la piazza non rappresenta 84 milioni di egiziani». [8]

Secondo Sarcina «il Paese va a picco. Le fonti di ricchezza evaporano. Tanto che le rimesse degli immigrati sono diventate la voce più importante di entrate, superando i ricavi collegati al canale di Suez». [9]

Cecilia Zecchinelli: «La rinnovata protesta e la crescente incertezza politica sono risuonati nuovi inequivocabili segnali d’allarme. Standard & Poor’s ha tagliato il rating del debito sovrano da B+ a BB- con outlook negativo. La lira egiziana ha toccato i minimi da 5 anni e il rendimento dei Bot a un anno è schizzato oltre il 14%, 350 punti base in più da gennaio. La Borsa dai valori prerivoluzione ha perso quasi la metà». [8]

Sherine Abdel Razek su Al Ahram: «Solo un aiuto straniero può compensare tutto questo. Ma i generali hanno rifiutato in estate il prestito del Fmi di 3,2 miliardi di dollari e dei 10 miliardi promessi dai Paesi del Golfo ne è arrivata meno della metà, probabilmente perché non gradiscono che il loro ex alleato Mubarak sia sotto processo». [8]

Egiziani che hanno perso la vista durante la rivoluzione di gennaio: più di 1.200. [9]

Ahmed Harara, giovane dentista egiziano. Il 28 gennaio, nei giorni della cacciata di Mubarak, ha perso l’occhio destro, colpito da una pallottola. Sabato 19 è tornato in piazza e un proiettile gli ha portato via l’altro. È diventato uno dei simboli della rivolta in Egitto. [10]

Scuto su Repubblica: «Centinaia e centinaia gli intossicati, che vengono curati nei quattro ospedali da campo allestiti su piazza Tahrir dai medici volontari con mezzi di fortuna. Paralisi dell’apparato respiratorio, reazione urticante sulla pelle, vomito, convulsioni, le pupille che sembrano esplodere, questi i sintomi più diffusi». Gli esperti parlano di gas lacrimogeni Cr, dieci volte più potenti del Cs, il cui utilizzo è proibito. Ma anche di gas scaduti da anni. [11; 12].

I venditori ambulanti di piazza Tahrir offrono mascherine antigas (finte) a un euro ciascuna. [9]

Bothaina Kamel, 49 anni, musulmana, madre, giornalista e attivista, unica candidata donna alle elezioni presidenziali egiziane, indossa sempre due paia di pantaloni per proteggersi dai proiettili di gomma. Arrestata dalla polizia mentre era in piazza Tahrir. Rilasciata poco dopo. Era in piazza per portare medicine. [4]

Oltre alla Kamel, sono scesi in piazza anche l’islamista Hazem Salah Abou-Ismail, che si era rifugiato durante gli scontri nella moschea, Abdel-Aziz Makkyoun, ex attore promotore della lista laica Kefaya («Basta») e Mohammed El Baradei. [4]

Grandi assenti erano i Fratelli musulmani. Mattioli a Tariq Ramadan:
Hanno partecipato alle prime manifestazioni contro il regime ma non alle ultime. Perché?
«Chi è oggi alla testa dei Fratelli musulmani, o almeno a una parte del movimento, ha deciso che con i militari si poteva trattare. Evidentemente, ha ricevuto delle garanzie. Soprattutto quella, fondamentale per il movimento, che le elezioni non saranno rimandate e che quindi lunedì si voterà. Ma oggi i Fratelli musulmani sono molto divisi. Anzi, spaccati fra vecchi e giovani, fra un’ala conservatrice che vuole trattare con il potere e una radicale molto più vicina a chi manifesta in piazza Tahrir».
Come vede il futuro del Paese?
«Penso che l’avvenire dell’Egitto si giocherà fra tre protagonisti. Il primo è il Consiglio supremo delle Forze armate, che intende difendere le sue prerogative. Il secondo sono appunto i Fratelli musulmani. Il terzo è un personaggio che si credeva scomparso e che invece tornerà. Mi riferisco a Mohammed El Baradei. Lui è accettabile sia per l’Esercito che per i Fratelli musulmani. È una figura non troppo connotata politicamente, un esponente della società civile sul quale si può trovare un compromesso. In più, c’è l’America».
Ma ElBaradei fece molto arrabbiare l’amministrazione Bush all’epoca della seconda guerra all’Iraq.
«Appunto. Gode quindi di una perfetta copertura presso l’opinione pubblica araba. Proprio per questo, penso che l’amministrazione Obama punti su di lui per trovare in futuro un punto d’accordo fra l’Esercito e l’ala moderata dei Fratelli musulmani». [13]



Note: [1] daily.wired.it; [2] Giordano Stabile, La Stampa 19/11; [3] Viviana Mazza, Corriere della Sera, 20/11; [4] Viviana Mazza, Corriere della Sera 21/11; [6] Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera, 25/11; [6] Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera 26/11; [7] Daniele Raineri, Il Foglio 26/11; [8] Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera 26/11; [9] Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera 24/11; [10] Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera 23/11; [11] Fabio Scuto, la Repubblica 24/11; [12] Ibrahim Refat, La Stampa 24/11; [13] Alberto Mattioli, La Stampa 26/11