Francesca Bonazzoli, Corriere della Sera 30/11/2011, 30 novembre 2011
QUEL BEL PAESE VAGHEGGIATO - I
russi nutrono per l’Italia una passione romantica, un’infatuazione profonda e naïf come può esserlo solo quella di chi vagheggia un mondo che gli ha acceso la fantasia attraverso le immagini dell’arte e della musica, ma che non ha mai conosciuto dal vivo. Nel passato a causa della dittatura comunista e oggi a causa della difficoltà a viaggiare della maggior parte della popolazione, tolta un’élite dalla ricchezza sfacciata. Se non abbiamo mai incontrato personalmente dei russi, non possiamo nemmeno immaginare quali risonanze dell’anima susciti in loro la sola parola Italia.
Ma come vagheggiano, questi ammiratori, il nostro Bel Paese? Esattamente come glielo mostrano i quadri dell’Ottocento esposti in questi giorni a San Pietroburgo.
Innanzi tutto il paesaggio. Da cartolina, come era prima della cementificazione che l’ha devastato a partire dagli anni Sessanta. Chi di noi riconoscerebbe il borgo toscano nella «Veduta di Castiglioncello» dipinta centocinquant’anni fa da Giuseppe Abbati al calar della sera, con la luce che accarezza i casolari di mattoni e un’atmosfera sospesa nel silenzio, che esclude macchine e motorini? Chi di noi saprebbe dove trovare un angolo incontaminato, con le pecore che pascolano fra le rovine antiche, come quello dipinto da Antonio Fontanesi ne «Il mattino»? Noi sappiamo che quei pezzi di paradiso ce li siamo venduti al cemento e alla speculazione, ma i russi ci possono ancora sognare. Almeno Venezia, con la punta della Dogana e la chiesa della Salute tremolanti dietro il velo di umidità, è rimasta esattamente come l’ha dipinta Hayez, è vero; ma se i russi ci fossero andati a giugno, avrebbero avuto la vista preclusa dall’enorme yacht Luna, alto come un condominio di sei piani, del loro connazionale Abramovich, sfacciatamente piazzato all’uscita del Canal Grande.
Poi c’è il melodramma. Nell’estremo Est dell’Europa, il nostro resta ancora il Paese del bel canto e dell’Opera anche se a fatica un nostro studente, ma anche un parlamentare, saprebbero dire in che secolo e in che città è nato quel Giuseppe Verdi di cui a Pietroburgo i nostri ammiratori russi possono vedere il superbo ritratto dipinto da Giovanni Boldini. Certi quadri, poi, come «Imelda de’ Lambertazzi presso il cadavere dell’amato» dipinto nel 1864 da Pacifico Buzio o come «Accusa segreta» di Francesco Hayez, parlano subito al visitatore russo, senza tanta inutile precisione filologica, del tema tipico del melodramma: la morte degli amanti. E che importa se non si tratta veramente di Ernani ed Elvira o di Violetta Valery? In quegli svenimenti, in quei «tremiti e palpiti», rivedono tutta l’emozione del palcoscenico e delle arie italiane.
Così come, per correre con la fantasia verso le nostre più celebrate antichità romane — il Foro, il Colosseo, la Colonna traiana — basterà sostare davanti a tele come «La morte di Cesare» dipinta da Vincenzo Camuccini.
Fra le immagini che i russi si aspettano da noi cattolici, ci sono naturalmente anche le suore. Ed eccole lì, con il loro severo abito nero assieme alle educande di bianco vestite, nella tela di Gioacchino Toma; oppure turbate e conturbanti come «La signora di Monza» ritratta da Giuseppe Molteni nella sua cella, lo sguardo distolto dal Crocifisso e il pensiero assorto chissà dove. Ecco i quadri che confermano l’immagine di un’Italia santa in pubblico e peccaminosa nel privato, come arriva dalle cronache dell’Italia di oggi, senza bisogno di aver letto il Manzoni. Tanto più che in mostra abbondano le tele che ritraggono nude bellezze muliebri. È il retaggio della classicità, certo, come mostra il titolo («Ebe») dato alla fanciulla spogliata da Gaspare Landi per ricavarne un tema mitologico; ma quanti russi percepiranno ben più forte l’eco delle nostre vicende politiche e del caro amico di Putin nell’ambiguo «Bagno pompeiano» di Domenico Morelli o nei nudi di donne intente alla toeletta spiate da Federico Zandomeneghi?
Cari amici russi, a volte è meglio non viaggiare e continuare a fantasticare sulle reciproche meraviglie attraverso i quadri. Come scriveva Goethe, «non c’è via più sicura per evadere dal mondo che l’arte; ma non c’è legame più sicuro con esso che l’arte».
Francesca Bonazzoli