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 2011  novembre 30 Mercoledì calendario

«LA CRISI? L’EUROPA RITROVI LA LEADERSHIP» —

Domenico Siniscalco ha la faccia di uno che ha passato giornate intense. Morgan Stanley, di cui è vicepresidente e responsabile per i governi e per l’Italia, è stata fra le banche protagoniste dell’asta del Tesoro che si è appena conclusa. Il lavoro degli ultimi giorni è andato a buon fine, ma Siniscalco è convinto che il dramma dell’euro non si scioglierà semplicemente risolvendo il caso Italia.
Lei ha vissuto questi anni da direttore del Tesoro, poi ministro, e ora sul mercato. Che lezione ne ha tratto?
«Che stiamo vivendo la fine del super-ciclo del debito che parte dagli anni ’90. Guardi qua». Siniscalco apre uno rapporto di Morgan Stanley e mostra le curve del debito totale, pubblico e privato, in Europa e negli Stati Uniti (sotto). Nel 2008, l’anno del crac di Lehman Brothers, l’andamento del debito Usa cambia direzione; quello europeo invece sale un po’, poi frena.
La flessione del debito coincide con la crisi. Ma perché gli Stati Uniti si stabilizzano prima dell’Europa?
«Le cause del super-ciclo sono comuni: tassi d’interesse reali a zero o negativi per troppo tempo e la deregolamentazione del settore finanziario. Eppure sì, le convulsioni in Europa sono più drammatiche del Giappone, dove il debito pubblico è più alto, e degli Stati Uniti dove è più alto il debito privato. Succede perché l’euro si è costruito su due parole che si sono perse per strada».
Maastricht e multe?
«No: convergenza e unione politica. Senza questi due fattori, un investitore non sa cosa sta comprando quando ha a che fare con un titolo di debito in euro».
Può essere più chiaro?
«Alla crisi del 2007-2008, la zona euro si è trovata con economie divergenti — la Germania e la Grecia i casi più estremi — e una situazione in cui non solo c’è un’assenza di unione: c’è anche una mancanza di leadership per progredire. Per questo siamo in una crisi sistemica, non solo dei singoli Paesi. Che colpisce debiti pubblici, liquidità capitale delle banche».
Intende dire che il problema non è l’Italia?
«Indubbiamente fino a ottobre c’era un caso Italia. Oggi, anche se il governo di Mario Monti facesse quanto occorre in un istante, ciò non basterebbe perché c’è un caso Europa. E pensi: se anche noi europei abbiamo difficoltà a capire cosa accade, cosa può pensare un investitore nel suo ufficio a Shanghai o in California?»
Eppure tutti i Paesi dell’euro stanno facendo sforzi seri.
«Ma il mercato ormai non fissa più i prezzi dei bond sulla base dell’impegno di questo o quel governo. Ora è diverso. I prezzi e i rendimenti riflettono i dubbi sull’architettura europea. Per quanto si risani, non c’è governo che possa salvarsi da solo».
Vede una soluzione?
«Il do ut des è chiaro. La Germania deve ottenere maggiori garanzie di poter controllare la disciplina finanziaria degli altri Paesi ma, allo stesso tempo, deve accettare e promuovere una maggiore integrazione in Europa».
In che forma?
«Vedo due aspetti. Il primo è una maggiore flessibilità sull’azione della Banca centrale europea, sempre nei limiti del trattato, per dare liquidità a medio termine alle banche e ai governi quando necessario. Poi serve la prospettiva di arrivare a emissioni di debito comuni. Ma perché questo sia possibile, i Paesi della "periferia" devono convincere quelli al centro che è finita l’era del lassismo fiscale. I governi tecnocratici di Mario Monti e di Lucas Papademos in Grecia vanno letti anche in questi termini: devono rassicurare il cuore d’Europa. Se non lo facessero, ci sarebbe il rischio che salti tutto».
Crede che questo compromesso sia a portata di mano?
«Da Washington ci arrivano notizie incoraggianti. Nel loro incontro di lunedì i leader comunitari José Manuel Barroso e Herman Van Rompuy hanno illustrato al presidente Obama una road map per i prossimi mesi. Anche in questa incertezza, dobbiamo avere l’ottimismo della ragione: il costo di una rottura è enorme e anche i tedeschi si rendono conto che quello di un compromesso è molto più basso anche per loro».
Eppure molti in Germania credono di poter vivere benissimo da soli, senza coabitare con i Paesi indebitati. Non trova?
«I tedeschi sanno che la fine dell’euro devasterebbe i bilanci delle loro banche e creerebbe un incubo legale su miliardi di contratti. Rompere l’euro è come ricomporre nel guscio un uovo strapazzato: da ammattire».
Ma se è così chiaro che salvare l’euro è meglio, perché la Germania è tanto riluttante?
«In Germania non c’è stato un dibattito pubblico sui benefici della moneta unica per i tedeschi. L’errore dei leader, è stato non spiegare questi benefici e dunque non aver preparato gli elettori a un accordo europeo».
Monti riuscirà a rassicurare i tedeschi?
«In Italia ora abbiamo un governo che è un "buon cittadino" europeo. Ma Monti deve riuscire nel miracolo di imporre un mix di austerità e riforme per la crescita».
Perché lo definisce un «miracolo»?
«Perché noi italiani dobbiamo guardarci dal rischio di perseguire solo l’austerità, sotto la pressione europea, senza riuscire a produrre crescita. La lezione greca mostra che questa ricetta porta su un binario morto. Monti è molto popolare nei sondaggi, ma lui per primo sa che la durata di questa luna di miele dipenderà dalla qualità delle misure per la crescita e dall’equità nel distribuire i sacrifici».
Teme che finiranno per accusarlo di rappresentare interessi di grandi banche come la sua?
«Sono accuse populiste. Mai come oggi gli interessi delle banche, dei governi e dei cittadini sono perfettamente allineati. Nel segno della stabilità».
Federico Fubini