Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 29/11/2011, 29 novembre 2011
SE ALL’AMBIENTE VA SOLO L’1,1% DELLE TASSE VERDI
San Giovanni Nepomuceno, ora pro nobis contro le alluvioni. Sant’Acisclo, ora pro nobis contro le tempeste. Sant’Emidio, ora pro nobis contro i terremoti... E via così: meglio affidarsi ai santi che allo Stato. Il quale, spiega uno studio della Cgia di Mestre, destina oggi alla prevenzione e alla protezione dell’ambiente l’1,1% delle tasse «ambientali». E l’altro 98,9%? Se ne va in altre faccende.
Dice l’ultimo dossier 2010 di Legambiente che sono a rischio idrogeologico 82 su 100 dei comuni italiani. Si va dal 56% dei comuni veneti, al 59% di quelli altoatesini, al 60% di quelli lombardi fino a tutti ma proprio tutti i comuni della Valle d’Aosta, dell’Umbria, della Basilicata, del Molise, del Trentino e della Calabria. Con vistose differenze tra una regione e l’altra, però, sul piano della prevenzione.
Se le regioni del Nord e l’Umbria sembrano avere svolto almeno in parte «un positivo lavoro di prevenzione del rischio» con percentuali che vanno dal 25% (l’Emilia Romagna) al 45% (Veneto) dei comuni interessati, questa attenzione precipita nel Mezzogiorno con numeri che, visto il ripetersi di frane, smottamenti, calamità naturali spesso segnate dai lutti, gridano vendetta a Dio.
In Abruzzo, in Molise e in Calabria i comuni che non si sono mossi per mettere il più possibile in sicurezza il territorio sono l’89%. In Sicilia, dove 152 su 271 municipi interessati dal rischio idrogeologico non si sono neppure presi la briga di rispondere al questionario di Legambiente, addirittura il 93% delle amministrazioni comunali risulta non aver fatto assolutamente nulla. Auguri.
Eppure, spiega il dossier, nell’82% dei comuni intervistati «sono presenti abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana e nel 31% dei casi sono presenti in tali zone addirittura interi quartieri. Nella metà dei comuni sono presenti in aree a rischio fabbricati industriali con grave pericolo, in caso di calamità, oltre che per le vite dei dipendenti e i danni economici alle attività produttive, per l’eventualità di sversamento di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni». Peggio: «Nel 19% dei comuni sono state costruite in aree a rischio idrogeologico strutture pubbliche sensibili di particolare importanza, come scuole e ospedali». Da brividi.
E non parliamo di pericoli lontani, dovuti a rare calamità dipendenti dal capriccio degli dei. In un rapporto del 2006 la stessa organizzazione, su dati del ministero dell’Ambiente, spiegava: «Attualmente circa il 10% del nostro Paese è classificato a elevato rischio per alluvioni, frane e valanghe, interessando totalmente o in parte il territorio di oltre 6.600 comuni italiani. Il censimento aggiornato a gennaio 2006 indica che su circa 30.000 km² di aree ad alta criticità, il 58% di esse appartiene ad aree in frana, mentre il 42% ad aree esondabili. I risultati evidenziano una situazione di assoluta fragilità del territorio italiano...».
Il Progetto IFFI (Inventario dei fenomeni franosi in Italia), realizzato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale e dalle Regioni autonome, del resto, non fornisce risultati meno allarmanti: «L’inventario ha censito ad oggi 485.000 fenomeni franosi che interessano un’area di 20.721 chilometri quadrati».
Per completare il quadro d’insieme, vale la pena di rileggere un’Ansa del 2003 che spiegava come secondo i dati della Ue, «nel periodo dal 1980 al 2002 il numero più alto di alluvioni sono avvenute in Francia (22%), Italia (17%) e Gran Bretagna (12%). Mentre il numero più alto di disastri con conseguenze mortali si sono avuti in Italia (38%) seguiti da Spagna (20%) e Francia (17%)». E aggiungeva che «i disastri con le peggiori perdite economiche sono avvenuti in Germania e in Italia» con danni al nostro Paese per 11 miliardi di euro.
Da allora, registra Wikipedia, abbiamo contato nel 2006 la frana a Ischia; nel 2008 le alluvioni nel torinese e nel cagliaritano; nel 2009 a Borca di Cadore, Giampilieri e Scaletta Zanclea; nel 2010 sulla costiera amalfitana, a Sestri Ponente, nel savonese, a Prato, Vicenza e nella bassa padovana; nel 2011 a Sant’Elpidio a Mare, nella Lunigiana, in Val di Vara, nelle Cinque Terre, a Genova, a Barcellona Pozzo di Gotto e a Saponara. Per un totale di 86 morti, centinaia di feriti, svariate centinaia di milioni di euro di danni.
Eppure, come scriveva giorni fa il Corriere, i fondi per il rischio idrogeologico sono stati ridotti negli ultimi anni, alla faccia delle promesse, dai 551 milioni di euro del 2008 a 84 milioni di euro oggi: meno 84,8%. Non solo, accusa Giuseppe Bortolussi, il segretario della Cgia di Mestre: «Sostenere che queste sciagure accadono anche perché non ci sono le risorse finanziarie disponibili per la tutela del nostro territorio risulta difficile, soprattutto a fronte dei 41 miliardi di euro che vengono incassati ogni anno dallo Stato e dagli enti locali per la protezione dell’ambiente, di cui il 99% finisce invece a coprire altre voci di spesa. I soldi ci sono, peccato che ormai da quasi un ventennio vengano utilizzati per fare altre cose».
La tabella elaborata dall’ufficio studi degli artigiani mestrini, che pubblichiamo sopra, dimostra in modo inequivocabile che «a fronte di 41,29 miliardi di euro di gettito incassati nel 2009 (ultimo dato disponibile) dall’applicazione delle cosiddette imposte "ecologiche" sull’energia, sui trasporti e sulle attività inquinanti, solo 459 milioni di euro vanno a finanziare le spese per la protezione ambientale».
Quali sono queste tasse che paghiamo senza neppure esserne spesso a conoscenza? Tante: dalla sovrimposta di confine sul gpl al tributo provinciale per la tutela ambientale, dalla tassa sulle emissioni di anidride solforosa e di ossidi di zolfo all’imposta sugli oli minerali e derivati. Fatti i conti, dal 1990 al 2009, in valori a prezzi correnti, lo Stato ha incassato complessivamente 717 miliardi e 442 milioni di euro e ne ha messi nella protezione ambientale, accusa il dossier della Cgia, solo 6 miliardi e 20 milioni. Una miseria: lo 0,89%.
Ecco, se un po’ di quei soldi raccolti fossero stati spesi nel modo giusto ci saremmo risparmiati molti lutti. E molte lacrime di coccodrillo.
Gian Antonio Stella