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 2011  novembre 29 Martedì calendario

IL LINGUAGGIO «METALETTERARIO» DEL PROF:

Si è molto discusso negli ultimi giorni dello stile di Mario Monti: i vestiti di flanella e le auto blu rigorosamente italiane, l’aplomb di una Milano scomparsa negli anni del berlusconismo e l’atteggiamento dimesso ma deciso del civil servant. Meno si è parlato invece di un altro tipo di stile: quello che permetteva agli antichi teorici della retorica di sentenziare che, sempre, "lo stile è l’uomo". Rimane insomma da chiedersi: come parla Mario Monti? Ovvero: che cosa ci dice che già non sappiamo, del suo carattere e del suo programma, la particolare pasta linguistica di cui sono fatti i suoi discorsi?

Nei rari accenni all’eloquio di Monti che si sono letti sinora sembra esservi un certo consenso sul grigiore del neo-premier, tanto più dopo la comunicazione insofferente di ogni etichetta ministeriale cui ci aveva assuefatti il suo immediato predecessore. Grigiore, dunque?

Si fa fatica a ripetere la diagnosi se non altro perché è questa un’accusa ricorrente nella storia italiana: un rimprovero mosso dai movimenti antipolitici a figure anche molto diverse tra loro come Cavour, Giovanni Giolitti e Alcide De Gasperi, ma accomunati tutti dall’essere uomini di governo più interessati a illustrare la sostanza dei propri provvedimenti che a trascinare gli animi dell’auditorio.

Se Monti non condivide con la linea Cavour-Giolitti-De Gasperi il gusto del tecnicismo, lo assegna invece a questa tradizione oratoria un evidente pudore nei confronti delle metafore e delle similitudini che così spesso accompagnano i discorsi politici, e che sono stati invece uno dei punti di forza delle arringhe berlusconiane. Le pochissime immagini - «cuore pulsante», «fare leva su tre pilastri» - appartengono tutte a un patrimonio tradizionale di modi di dire che hanno perso col tempo qualsiasi evidenza espressiva e che appartengono dunque a quelle che i linguisti definiscono "metafore spente". Le metafore, si sa, hanno il potere di catturare l’attenzione di chi ascolta, ma hanno anche il rischio di suonare vaghe e imprecise, e dunque di poter essere fraintese. Se invece c’è qualcosa che contraddistingue fino alla pignoleria lo stile di Monti è la precisione. In questo caso viene da pensare davvero alla lingua di Giolitti, il quale non riusciva a pronunciare nemmeno una parola chiave della tradizione liberale come "progresso" senza specificarla immediatamente («progresso delle ferrovie», «progresso dell’istruzione»…). Persino il passaggio già famoso in cui Monti chiede che non si usi per il suo governo un’espressione colorita quale «staccare la spina» con l’argomento che «non ci consideriamo un apparecchio elettrico» e che «poi saremmo incerti se siamo un rasoio o un polmone artificiale» può essere letto come una "dichiarazione di poetica" contro l’abuso di immagini figurate. Con Monti la precisione implica soprattutto che i termini vengano definiti o ridefiniti un attimo dopo che sono stati adoperati. Si tratta di un procedimento così insistito che gli esempi vanno scelti tra un gran numero di possibilità: «Non c’è un loro e un noi. L’Europa siamo noi», per citarne alcuni.. Sino al passaggio più controverso, quando Monti ha affermato tra i borbottii della Camera: «Magari l’Italia avesse più poteri forti». Per poi concludere la frase: «Se per poteri forti intendiamo poteri veri». Proprio questo ultimo esempio mostra come in Monti l’esigenza della chiarezza si sposi con la necessità non meno urgente di prevenire eventuali attacchi. Il vero elemento caratterizzante dell’oratoria di Monti appare dunque l’ossessiva tendenza a richiamare l’attenzione di chi ascolta sulle sue parole nel momento stesso in cui le si pronunciano («Presa di servizio, permettetemi di insistere: presa di servizio»). Questa prova "metaletteraria" di autoconsapevolezza non è molto frequente nell’oratoria politica ed è probabilmente il tratto stilistico di Monti sino a oggi più originale. Il premier sa che, per la difficile situazione dei mercati, le sue dichiarazioni verranno ascoltate con particolare attenzione, ed è come se il primo a farlo fosse lui stesso. Non si può sbagliare: non questa volta. Le metafore attenderanno.