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 2011  novembre 29 Martedì calendario

Raptus del papà di Omar, botte a un militare - Dieci anni insieme, uniti nel­l’attesa di ritrovare un figlio finito in galera imberbe e uscito quasi uo­mo

Raptus del papà di Omar, botte a un militare - Dieci anni insieme, uniti nel­l’attesa di ritrovare un figlio finito in galera imberbe e uscito quasi uo­mo. Alla fine, quando la tempesta del dolore, dell’umiliazione e del­l’angoscia sembrava passata, qual­cosa da seppellire nell’angolo più recondito dell’anima, la coppia è saltata. Come se un tacito patto di solidarietà e di mutua assistenza, a questo punto fosse finito. Sempre nell’ombra Maurizio Favaro, oggi 51 anni e Patrizia. Con uno scopo: Omar, quell’ex bambino da salva­re. Lui è ormai libero da un anno e mezzo. I suoi genitori no. Prigionie­ri di una storia capace di sbriciolare più di una vita, rinchiusi nella soli­tudine e forse nella disperazione. Sangue, violenza, fughe, la voglia di sparire ma anche di ricomincia­re. Tutto fallito. Mentre Omar, die­ci anni dopo quel massacro a Novi Ligure - strano toponimo per una cittadella che sta in Piemonte- cer­ca ancora Erika. Un tempo era bion­da, slavata, adesso si è fatta mora. E rifiuta quel suo ex fidanzatino insie­me al quale massacrò in una neb­b­iosa notte di febbraio madre e fra­tellino. Lui spera ancora di rivederla, lo ha detto a giornali e tv: «Voglio che ci guardiamo negli oc­chi e che tu mi spieghi perché mi odi tanto». Lei ha risposto algida e lontana, vergando una lettera dalla co­munità di don Mazzi dove sta terminando di scontare il fio: «Non ho la più pallida idea di come tu faccia ad avere tutta questa fama e popola­rità ». Invitandolo poi a smetterla di costruire «teatrini» e accusandolo di aver cercato solo pubblicità rac­contando ai cronisti di essereanda­to a pregare al cimitero dove sono sepolti sua mamma, Susi Cassini, e il fratellino, Gianluca. In città, a Novi, si vocifera che il papà di Erika, l’ingegnere dei dol­ciumi Francesco De Nardo, perdo­nando quella sua figlia che gli ave­va massacrato moglie e figlioletto, nel frattempo si sia rifatto una vita. Che abbia trovato una nuova com­pagna. Maurizio Favaro, il padre di Omar, segna l’altra faccia della me­daglia. La sua donna, la madre di suo figlio, lo ha lasciato. Erano an­dati peregrinando di volta in volta vicino alle prigioni dove veniva tra­sferito il loro «bambino». Passando per Alessandria, poi Acqui Terme, pochi chilometri dal carcere di Asti. Vivevano in centro, avevano aperto un bar. Maurizio è ancora lì; Patrizia ha deciso di tornare a Novi. Tra venerdì e sabato notte lui l’ha raggiunta nella casa di via Pietro Isola. Forse voleva convincerla a tornare. Ne è nato un diverbio, un li­tigio tanto furibondo da spingere i vicini a chiamare il 113. Maurizio Favaro era in mezzo alla strada quando i carabinieri sono arrivati. Solo, disperato, arrabbiato. Ha col­pito addirittura un militare con un pugno, rompendogli un labbro. Non l’hanno arrestato. Ma portato in ospedale. Si potrebbe liquidare tutto dicen­do: crisi di nervi. Invece proprio lui ha chiesto di essere trattenuto. Nel reparto di pschiatria. Ci è rimasto per un paio di giorni, poi così come era venuto, solo e forse senza più so­gni, se n’è andato. Rivedendo Omar, assassino tra­s­formato in semidivo dalla morbo­sa curiosità mediatica, davvero va­le spendere un pensiero per que­st’uomo di cui sulla stampa non s’è mai vista una foto. Silenzioso, schivo, pudico. Suo figlio ha 28 an­ni. Dopo nove di galera giura che non «potrà mai dimenticare ciò che ha fatto». Forse sta scordando il presente.