FRANCESCO SPINI, La Stampa 29/11/2011, 29 novembre 2011
Col ritorno della recessione il lavoro diventerà un incubo - A guardare i numeri, qualcuno potrebbe addirittura tirare un sospiro di sollievo
Col ritorno della recessione il lavoro diventerà un incubo - A guardare i numeri, qualcuno potrebbe addirittura tirare un sospiro di sollievo. Nel 2008-2009, l’ultima volta in cui l’Italia entrò formalmente in recessione, la caduta del Pil fu ben più pesante dello 0,5% che l’Ocse, ieri, ha previsto per il 2012. Allora si cominciò con un -1,2% per toccare un -5,1% nel 2009. Se allora, però, l’ingresso in recessione avvenne dopo un periodo di crescita sostenuta - se così si possono definire i +2,2 e +1,7% dei due anni precedenti - ora la prospettiva è di ripiombarci dopo una ripresa fantasma, che nei fatti non c’è stata. Dopo il -6% dei due anni di recessione, nel 2010 il Pil è salito dell’1,5%, quest’anno centrerà, se va bene, un +0,7%. In tutto il recupero è stato di un terzo. «Dunque - commenta Marco Valli, capoeconomista per l’Eurozona di Unicredit - anche se la recessione sarà minore in termini di contrazione, è lecito pensare che i suoi impatti possano essere più che proporzionali alla discesa del Pil». Il lavoro, per esempio. Il tasso di disoccupazione nel 2007 era del 6,1%. Due anni dopo era già al 7,8%, per salire all’8,4% nel 2010: dalla recessione siamo usciti sostanzialmente senza recuperare posti di lavoro. E se nel 2012, anno della ricaduta tale tasso sarà all’8,3%, l’anno successivo farà ancora passi avanti, all’8,6% stando alle previsione dell’Ocse. Anche da questi dati si vede che, in fondo, è tutto un unico piano inclinato. È come se dalla recessione arrivata dopo i mutui tossici americani (i «subprime») e il fallimento clamoroso di Lehman Brothers non fossimo mai usciti. Il rimbalzino del 2010 è stato effimero, anche perché la voce principale che ha portato alla modesta crescita è stata la ricostituzione da parte delle imprese delle scorte di magazzino, sulla fiducia che tutto sarebbe ripartito. E non una vera ripresa dei consumi e dell’export. E così ora, questo nuovo excursus nella decrescita «colpisce imprese che erano appena riuscite a uscire dalla recessione precedente - prosegue Valli - e soprattutto che si trovavano e sono tuttora in una fase precaria». Un quadro poco rassicurante. Ma rispetto a due anni fa c’è una differenza. «Allora la situazione era molto differente - spiega Gregorio De Felice, capoeconomista di Intesa Sanpaolo -, si trattava di una crisi globale: gli Usa videro il Pil scendere del 3,5% nel 2009. Oggi il rallentamento interessa per lo più l’economia europea». Due anni fa c’era stato un impatto molto forte sulle imprese che registrarono un calo dell’export di circa il 15% e un -20% nel fatturato. L’export invece segnerà un aumento del 4,9% quest’anno, dell’1,7% nel 2012 e del 4,2% nell’anno della ripresina. Più che sulle imprese, secondo De Felice, «la maggiore pressione sarà sui consumi». Del resto, secondo l’economista di Ca’ de Sass, alla base della decrescita non c’è tanto il rischio di una stretta del credito delle banche, che pure restano alla prese con le difficoltà di rifinanziamento. Quanto gli interventi di consolidamento fiscale, che ora presentano il conto. I provvedimenti presi tra il 2010 e l’anno in corso dal governo pesano per 85 miliardi di euro, pari al 5,2% del Pil, in attesa dell’annunciata manovra di dicembre. «Quello che c’è da augurarsi - commenta De Felice è che i provvedimenti del governo Monti siano caratterizzati dal principio di equità, il che penalizzerebbe il meno possibile le famiglie nelle fasce di reddito basse, che consumano il 100% del proprio reddito e non hanno possibilità di risparmio». Il potere d’acquisto delle famiglie verrà eroso dalla bolletta energetica come da un aumento delle imposte indirette, ma senza vampate inflative insostenibili. La sensazione di diversi economisti è che, tra i consumi, i più colpiti saranno quelli di beni durevoli. Il vero incubo riguarda però le cause della prossima recessione. «L’aspetto che mi preoccupa di più - dice De Felice - è che non si trovi una via d’uscita dalla crisi del debito sovrano. E che, una volta fatti i compiti a casa, la situazione sui mercati non migliori. Serve una svolta nel ruolo della Bce, occorre che gli spread si restringano e che il costo medio del debito si abbassi». Perché lo spettro è sempre lo stesso, una disgregazione dell’euro che avrebbe impatti ben più sconvolgenti.