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 2011  novembre 26 Sabato calendario

IL MIGLIORE DEI MONDI - CONVINCERSI DI ESSERE FELICI È IMPEGNATIVO, IMPONE GRATITUDINE INCONDIZIONATA E ZERO LAMENTI

Quando ero piccola ero convinta di vivere nel migliore dei mondi possibili. A distanza di tanto tempo non mi è ancora chiaro se tale distorta percezione fosse frutto di un imprinting educativo («Non piangere ché sei fortunata, ché non sei orfana e hai perfino le nonne, ché ci sono bambini che muoiono di fame») o di un delirio di benessere autoprodotto («lo sono felice, lo non potrei stare meglio di così. lo ho i giochi, i genitori e le scarpe più belli dell’universo») Certo, la frequentazione della mia compagna delle elementari, Persichetti Oriana che aveva una mamma casalinga, due fratelli maggiori, il camper di Barbie, un cane peloso e una villetta con giardino, era responsabile di qualche crepa nel mio paradiso domestico. La pervicacia delle mie convinzioni sapeva tuttavia oscurare anche il fulgore dei Persichetti e la mia infanzia, mediamente felice, è trascorsa al riparo dal desiderio di essere altrove.
Vivere nel migliore dei mondi, o almeno pensarlo, è impegnativo: impone gratitudine incondizionata e ferreo divieto al lamento. Sono cresciuta, bene o male. Mi sono affrancata dai ricatti dei miei presunti privilegi e ho tirato un sospiro di sollievo. Vari anni dopo sono diventata madre e l’ambizione al superlativo assoluto, unita alla frustrante coscienza della sua irraggiungibilità, si è insinuata, dall’altra parte della barricata che separa genitori e figli. «Per loro, i miei bambini, voglio il massimo. Voglio l’affetto di chiunque li incontri. Voglio felicità e sorrisi quotidiani. Voglio curiosità, apertura e tantissimi amici. Voglio tutte le cose belle della vita, per loro. Voglio il migliore dei mondi possibili», ho detto, come dicono in molti.
E ci sono ricascata, questa volta attivamente e colpevolmente. Mi sono chiesta, ancor prima di conoscerli, in quale famiglia, in quale casa, in quale atmosfera avrebbero voluto vivere. Ho pensato che dovessero avere dei fratelli, forse perché li aveva Oriana Persichetti e io no, un padre meridionale che regalasse loro le radici che a me mancano, la ’assicurante ritualità dei biscotti di Natale e delle vacanze stanziali, le spalle larghe di cui sono sprovvista.
Da quegli sconclusionati progetti, scritti a tavolino come il business pian di una società per azioni, sono passati circa otto anni e tré figli. Abbastanza per un bilancio.
Li guardo e mi domando se abbiamo fatto giusto, se sono felici, se il loro è un mondo bello, se non il migliore possibile.
Mamma, da oggi voglio essere un Viganò». «Un chi?». «Un Viganò. come il mio amico Stefano. Voglio essere figlio della sua mamma e del suo papa e soprattutto nipote di suo nonno che fa apparire le caramelle ed è fortissimo», annuncia mio figlio di mezzo, inquieto e sbrindellato, come un letto sfatto e come suo padre. «Cos’hanno i Viganò che non abbiamo noi?». «Bevono l’aranciata con le bolle e sono simpatici».
Mio figlio grande non vuole essere un Viganò ma, se potesse scegliere, vivrebbe a Bari, la città dei nonni, dove «la vita è bellissima e al mercato il sabato mattina vendono i polipi vivi e te lì fanno toccare, in barese che è la lingua più tamarra di tutte». Mio figlio piccolo non parla ancora ma pulisce, con maniacale frenesia. Pulisce i vetri delle finestre con spazzolino e dentifricio e i pavimenti con il suo mocio in miniatura. Chi ha tanto a cuore l’igiene intorno a sé non può certo pensare che il suo mondo sia perfetto.
Mi avventuro su terreni pericolosi e accidentati e formulo la domanda che non bisognerebbe mai porre: «Ma voi, siete felici?», «lo a momenti», «lo soprattutto quando compri il pollo arrosto del supermercato». L’altro pulisce sotto il divano, muto.

Non ce l’ho fatta, nemmeno da questa parte della barricata. Il migliore dei mondi possibili non esiste. Ci saranno sempre degli inarrivabili Persichetti all’orizzonte. L’importante è non perderli di vista.