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 2011  novembre 29 Martedì calendario

LA GRANDE ILLUSIONE DI ESSERE «BORGHESI»

Questo è un libro importante, perché riveste di scientificità - al di là della forma colloquiale - tutte le varie inchieste sul ceto medio che non eravamo mai riusciti a strappare alla faziosità politica e culturale. È una somma intelligente (il libro è L’eclissi della Borghesia, scritto dal direttore del Censis Giuseppe De Rita e da Antonio Galdo) che chiama le cose col loro nome e che ci spara in faccia delle verità che altrimenti ci affretteremmo a bollare come di destra o di sinistra, comunque strumentali. Ecco perché val la pena di soffermarsi, prima, su ciò che nel libro non c’è. Non c’è, per cominciare, che negli ultimi anni il ceto medio è stato tirato in ballo soprattutto per spiegare un generico impoverimento o per esplorare i meccanismi che hanno portato al potere Berlusconi. Si parla di lavori come Perché ha vinto il centrodestra (il Mulino, 2001) o ancora Bianco, rosso, verde e azzurro di Ilvo Diamanti (il Mulino 2003) che cercarono di radiografare il rapporto tra le classi intermedie e la politica, questo dopo che per decenni era stata la Democrazia cristiana a fare di impiegati e commercianti e artigiani il proprio blocco sociale di riferimento; si parla dello stesso ceto medio, spesso in deficit di rappresentanza, che nel 1974 era stato ben fotografato da Paolo Sylos Labini nel suo Saggio sulle classi sociali, laddove si tendeva a dimostrare che gli impiegati, i commercianti e i tecnici rappresentavano il baricentro della società italiana. L’estinzione Va detto che, intanto, non c’era saggistica mondiale o analisi macro-economica che del ceto medio non sancisse una sostanziale estinzione: da Bye Bye middle class di Rudi Dornbusch (1997) sino a La fine del ceto medio di Massimo Gaggi (1996) pubblicato da Einaudi. Restando all’Italia, si assisteva a una divaricazione: c’era (c’è) un ceto medio declassato e uno che invece sta benone, ci sono impiegati e piccoli commercianti e artigiani che guadagnano relativamente poco assieme a professori e ricercatori, con industriali che faticano a remunerare il capitale investito; dall’altra, ci sono immobiliaristi e grossisti e consulenti legali e tributari che fanno un sacco di soldi. C’è gente che fatica seriamente a campare (e presto Ballarò li scoverà a uno a uno) ma c’è anche un trend crescente nei consumi di lusso. I compartimenti Lo si apprendeva, per esempio, ne Le nuove disuguaglianze in Italia del sociologo Costanzo Ranci (il Mulino, 2002) che oltretutto ispirò una lunga inchiesta del Corriere della Sera curata da Dario Di Vico: tredici puntate che dall’autunno 2003 purtroppo divennero un libro mastro degli alfieri del declinismo. L’inchiesta raccontava di uomini e donne che si scelgono perlopiù all’interno del proprio ambiente culturale e professionale: il Paese dei compartimenti stagni, delle corporazioni e delle conventicole, dove i figli degli ingegneri e dei notai e degli architetti fanno gli ingegneri e i notai e gli architetti (si tace dei giornalisti) con una scuola che è poco selettiva, il mercato del lavoro è molto rigido, il welfare è tutto da rifare e le famiglie spesso hanno fatto per conto loro. In sostanza: si raccontava la declassazione di una parte del ceto medio e la formazione di un quarto Stato del terziario, una parte che il Corriere, tuttavia, scambiò per il tutto. Ed è qui che entrano in ballo Giuseppe De Rita e Antonio Galdo. È qui che non dimostrano nessuna pietà - che peraltro non meritiamo - nel descrivere l’eclissi italiana di un gruppo sociale che abbiamo sempre confuso col ceto medio: la - forse mai nata - borghesia italiana, una dimensione in cui ha prevalso il primato del benessere e della sicurezza personali su qualsiasi altro interesse collettivo, un ceto medio che, al diventare borghese, ha preferito l’imborghesimento. È dal Dopoguerra - spiega De Rita - che l’Italia non ha più prodotto borghesia. L’agiatez - za, da allora, ha fatto credere al cetomedista di essere borghese. Sin dall’origine dello Stato nazionale ci siamo illusi che uno spazio intermedio tra cultura popolare e cultura d’élite sarebbe cresciuto fino a governare le sorti del Paese: ma non è accaduto, non come nell’In - ghilterra costruita dalla borghesia industriale, non come nella Francia edificata compattamente dalla borghesia amministrativa, non come nei paesi tedeschi guidati dalla borghesia prussiana. Sono stati gli anni del boom economico a «cetomedizzare» la società italiana e a causare la definitiva eclissi della borghesia: una sorta di esplosione che, dall’al - to e dal basso, ha risucchiato tutti i settori della società. La corsa al benessere peraltro ebbe ad accentuare le caratteristiche di un popolo individualista composto di piccoli imprenditori e piccoli commercianti e piccoli professionisti, insomma un esercito di ex poveri accecati dal miraggio dell’automobile, della casa di proprietà, del figlio all’univer - sità, magari della botteghina per la moglie: ma del tutto alieni rispetto al cosiddetto interesse collettivo. Nasce così, da noi, un nuovo ceto ingrassato e preoccupato perlopiù di mantenere lo status raggiunto, e di fatto incapace di esprimere una classe dirigente dallo sguardo lungo. L’analisi di De Rita corre agli anni della Democrazia Cristiana che costruì il suo consenso sui cosiddetti «collaterali», i coltivatori diretti, gli artigiani, i sindacati scolastici, le cooperative bianche, le corporazioni, le categorie, le piccole tribù: il tutto usando il carburante della spesa pubblica di cui lo Stato diveniva gigantesco erogatore. È coi suoi soldi che larga parte degli italiani hanno visto garantiti un benessere e uno stili di vita superiori alle proprie possibilità: dagli imprenditori sommersi agli artigiani senza fattura, dai supplenti che pretendevano di entrare in ruolo ai lavoratori illicenziabili. Evadere il Fisco La grande erosione parte da qui ma si estende a noi tutti, alla prassi di evadere il Fisco almeno un po’, all’abitudine di pagare in nero una fetta delle vendite immobiliari alla normalità della frase «vuole la fattura? ». Anche una parte di Tangentopoli - aggiungiamo noi - è spiegabile in questi termini: nel Paese in cui tutti pagavano tutti, gli agenti della Guardia di Finanza incassavano mazzette perché avevano stipendi da fame, e trescavano con l’esercente che senza fatture false avrebbe chiuso bottega, e trescavano col grande stilista che senza fatture false la bottega non l’avrebbe neanche aperta. Il fiscalista, il commercialista, il certificatore di bilanci, l’impie - gato comunale e regionale e statale, l’avvocato, il notaio, l’esercente, il barista, la colf, lo scontrino che non ti hanno dato, ma che tu non avevi chiesto: tutto questo ha tanti nomi, ma difficilmente è borghesia. Tantomeno lo è quella capitanata da un’industria - piccola, anzi «media» - preoccupata soltanto di arrivare al pianerottolo più alto, tanto che la classe dirigente confindustriale procede a sua volta per cooptazione e per corporazione: tutti ex giovani imprenditori e figli di imprenditori, gente che ha fatto carriera all’interno di un processo semiburocratico. Il meccanismo di promozione nel pubblico impiego non è poi diverso. In un’intervista a Simonetta Fiori di Repubblica, il 20 ottobre scorso, De Rita ha poi aggiunto questo, e siamo a posto: «Per uscire dalla palude c’è bisogno di coraggio. Il sistema s’è inceppato e sicuramente la nostra generazione non è stata capace di garantire a questi giovani un futuro, ma è anche vero che la fatica che abbiamo fatto noi i nostri figli non la vogliono fare». Parola di un cetomedista convinto.