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 2011  novembre 30 Mercoledì calendario

MARIA NOVELLA DE LUCA ROMA - Alla fine ciò che prevale sono il silenzio e il rispetto. Il ricordo dell´uomo, per molti dell´amico

MARIA NOVELLA DE LUCA ROMA - Alla fine ciò che prevale sono il silenzio e il rispetto. Il ricordo dell´uomo, per molti dell´amico. Le polemiche ci sono, scoppiano ma non divampano. Per fortuna. Quella scelta così lucida e determinata, quella così chiara ammissione di dolore, fermano il mondo politico sulla soglia del pudore davanti alla morte di Lucio Magri. Che si è ucciso, pochi giorni fa, in Svizzera, con l´aiuto di un medico amico. Suicidio assistito. In Italia è vietato, di là, oltre il confine, è permesso. Si affollano piuttosto le immagini di chi Magri l´aveva visto ancora di recente, a Montecitorio per esempio, come Walter Veltroni, che «con tristezza e commozione» lo ricorda «come una delle menti più brillanti e originali della politica italiana». Racconta Veltroni: «Lucio ha voluto lasciare nel suo ultimo libro il suo testamento intellettuale, per poi ritirarsi per sempre dal dolore per la tragica scomparsa della moglie Mara». Anche da un cattolico praticante come Pierferdinando Casini, arrivano parole di rispetto: «Sono molto rattristato per la scomparsa di Lucio Magri, che ho conosciuto come appassionato intellettuale», scrive il leader dell´Udc in un breve messaggio affidato a Twitter, mentre il suo collega di partito Rocco Buttiglione prega perché «Lucio Magri venga accolto nella braccia del signore». Ma monsignor Sgreccia, voce della Chiesa, rammenta: «Non siamo padroni della nostra vita». Prevale la commozione, ma anche l´amarezza, tra chi da anni si batte perché anche in Italia sia concessa la libertà di scelta sul "fine vita". «Spero che la vicenda umanissima di Lucio Magri, che ha deciso di non soffrire più, e ha posto fine al suo dolore, sia insegnamento» ammonisce Maria Antonietta Coscioni, deputata radicale. «Magri riteneva intollerabile vivere, preda di una depressione che lo faceva scivolare inesorabilmente in un "buio" provocato da ragioni pubbliche e private che sono insondabili e non vanno giudicate. Per porre fine al suo dolore, ha però dovuto "emigrare", un viaggio con un biglietto di sola andata...». Ma Ignazio Marino invita a non riaccendere il tifo da stadio da "pro-vita e pro-morte". «A Lucio Magri è dovuto un rispettoso silenzio, ci sono luoghi della nostra coscienza intorno ai quali nessuno deve permettersi di esprimere giudizi. Ma adesso non dividiamoci: il tifo da stadio non è giustificabile di fronte alla fragilità umana». Dolore più che fragilità, un dolore insopportabile, una depressione cupa che assediava Lucio Magri da anni, da quando sua moglie Mara era morta, portata via da un tumore. Afferma Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori del Pdl: «Non entro nelle scelte personali, ma non è possibile pretendere che le compia lo Stato». Mina Welby risponde indirettamente, ricordando che se «Lucio Magri, ha scelto di morire, vuol dire che considerava la sua depressione senza via d´uscita e la scelta dell´individuo è l´unica cosa che conta». E rispetto esprime anche Beppino Englaro, ricordando come nel caso di Eluana, ciò che vale «è solo e sempre il primato della coscienza personale». Pacato ma netto il commento di Eugenia Roccella, ex sottosegretario al Welfare e in prima linea nelle battaglie pro-life: «La morte di Magri è un atto amaro e non va associata ad una scelta di libertà. Si tratta comunque di un suicidio, un gesto senza speranza». CINZIA SASSO dal nostro inviato PFAFFICON (Zurigo) - La casa blu di Barzloostrasse è la seconda a destra, in una stradina che va a finire nei campi. È incastrata tra il capannone di un´industria meccanica e il Blue Oasis, taverna croata, specializzata in cevacpici. Sarà per il blu, il tavolino in giardino, lo scroscio dell´acqua della fontana, il laghetto, il prato all´inglese, ma sembra una casa di bambola, finta. Non c´è nessun cartello. Non c´è nemmeno il cancello. Neppure altre barriere, del resto: come se la casa della morte non volesse affatto nascondersi. C´è solo - qui, alla periferia di Pfafficon, venti chilometri da Zurigo, ordinata e silenziosa Svizzera tedesca - una fila di pini e una siepe di lauro, ma bassa abbastanza da poter vedere cosa succede là dietro. È questo l´ultimo indirizzo di Dignitas, l´associazione che vuole che la morte sia dignitosa come la vita e che pretende che l´ultimo diritto dell´uomo sia quello di decidere come e quando mettere il punto finale alla propria esistenza. Centoquaranta persone, fino ad ora, quest´anno, hanno visto il mondo per l´ultima volta dal letto reclinabile con il sacco lenzuolo fiorato che è qui, al piano terra. Hanno sentito come ultimo odore quello del fritto del ristorante. Hanno visto dalle grandi vetrate il verde opaco dei pini argentati. Un´iniezione, quindici grammi di pentobarbital di sodio sciolto in 60 centilitri d´acqua, due minuti, poi il sonno. E, dopo, il coma profondo. E dopo ancora solo la morte. Nella casa c´è spazio per gli ultimi saluti. C´è un grande divano di pelle bianca, c´è un tavolo tondo con attorno sei sedie. C´è la legna per il caminetto. I cioccolatini su un vassoio. Ci sono vasi di orchidee colorate. C´è la sedia a rotelle e il braccio che sostiene la flebo. Perché chi arriva qui è davvero già vicino alla fine. Distrutto nel corpo, ma lucido nella mente. L´ultimo atto - spingere lo stantuffo della siringa, bere, schiacciare un pulsante che faccia entrare in qualche modo nelle vene il veleno - deve essere fatto dalla persona che vuole morire. Scrivono, telefonano, bussano in tanti. Lo fanno uomini e donne così malati da pensare di non poter più farcela a vivere. Nel 2010 novantaquattro suicidi. Ma non è vero che basta prendere la tessera dell´associazione (duecento franchi), né pagare i servizi (8.500 euro), per comprare la morte. «In tredici anni - dice l´avvocato Ludwig Minelli, 79 anni, il fondatore - abbiamo aiutato a vivere tra le 30 e le 40 mila persone e solo 1.200 le abbiamo aiutate a morire». Dopo il primo contatto, bisogna costruire il percorso. Dignitas chiede che chi non vuole più vivere, lo scriva e spieghi il perché. Vuole sapere la storia della persona e vuole vedere la documentazione sanitaria. È un medico a valutare le cose e a decidere se è possibile accendere quella che chiamano «la luce verde provvisoria». Significa che se il medico è d´accordo, la malattia è terminale e non ci sono speranze, è possibile scrivere quella ricetta. Non sono accettati casi di depressione, perché la Corte federale ha chiesto che sia una perizia psichiatrica a dimostrare la gravità della malattia e nessuno psichiatra vuole spingersi a tanto. Raccontano che sapere che c´è, aperta, un´uscita di sicurezza, sia un formidabile deterrente: il 70 per cento di chi ha visto quella luce diventare verde, non ha più contattato l´associazione. Solo il 13 per cento è tornato e ha continuato la strada fino alla fine. Burocrazia al minimo, prima. Ma dopo, è necessario essere precisi. Un medico legale, il procuratore cantonale e la polizia arrivano per un sopralluogo, perché quello che la legge non proibisce, qui, è l´assistenza al suicidio, sempre ché non nasconda interessi. E dunque deve essere chiaro che è stato suicidio, libero, determinato, con la persona che ha schiacciato da sé l´ultimo bottone e con un filmato, eccolo, che mostra l´ultimo atto. Ai tavoli della croata di Blue Oasis una coppia di mezza età si è fermata a mangiare. Poi l´uomo, che parla italiano, bussa alla porta della casa blu: sono il papà di Marco, dice, abbiamo appuntamento domani. Neppure le lucine dei mille alberi di Natale sembrano più rischiarare la notte di Pfafficon, Lucio è sempre stato così, quando si metteva in testa una cosa... Forse dovevo arrabbiarmi di più con lui per convincerlo a fermarsi Era un po´ egocentrico, narciso, convinto di essere bello. A ottant´anni però, diceva, resta solo un´avvenire di malattie Un gesto di razionalità estrema, ma ha contato anche la perdita della moglie: voleva morire con lei, Mara glielo impedì SIMONETTA FIORI ROMA - «Che volete sapere da me? Posso dire che è un gesto che attiene alla sua personalità, mescolanza di razionalità pura e di passione. E poi l´anagrafe non è cosa da sottovalutare. Avere ottant´anni, che si fa più? Solo un avvenire di malattie, questo Lucio me lo ripeteva spesso». Valentino Parlato passa veloce nei corridoi del Manifesto, le spalle leggermente incurvate, il sorriso accennato, lo sguardo affettuoso. I redattori lo salutano con serena sobrietà, l´abbracciano ma senza lutto, coi padri si fa così, li si rassicura per esserne rassicurati. Arriva una telefonata della Rossanda, che racconta il suo ultimo viaggio con Lucio. È stata lei, la sorella maggiore, l´amica forte e generosa, ad accompagnarlo in Svizzera. L´ex direttore Barenghi tenta di alleggerire l´atmosfera con ricordi di zuffe lontane. Parlato asseconda, è gentile, ma come distante: «Mi mancano i miei amici. Mi manca Luigi. E mi manca Aldo Natoli. Con loro mi sarebbe piaciuto parlare di Lucio, del suo gesto». Lei, Parlato, come lo decifra? «È il prodotto di una razionalità estrema, ma non possiamo trascurare la cifra sentimentale, la scomparsa della moglie. Per un uomo avventuroso come lui, Mara rappresentava l´ordine, l´ancoraggio forte. Lucio ha cominciato a morire insieme a lei». Ve ne parlava? «Sì, raccontava che avrebbe voluto morire con Mara, ma che lei gliel´aveva impedito. No, devi finire il libro, devi scrivere il saggio sul comunismo, ci tieni tanto. E io - diceva - le ho tenuto fede, ho concluso il libro. E ora sono arrivato al termine». Un singolare impasto di raziocinio e romanticismo. «Ma Lucio era questo, anche nella sua vita politica. Passione e ragione. Se penso a tutte le volte che abbiamo litigato...». L´ultima volta? «No, recentemente ci azzuffavamo non sulla politica ma su questa sua decisione di farla finita, però niente da fare. Lucio è sempre stato così, quando si mette in testa una cosa... Litigi accesissimi ci furono quando il Pdup nel 1973 annunciò di voler fare del Manifesto un organo di partito. Figurarsi Luigi, Rossana ed io, che i partiti li detestavamo, poi anche il Pdup non è che ci piacesse tanto». Ma è vero che non "vi pigliavate", caratteri diversi? «Lui raziocinante e incline alla teoria, io "arrangista" e fatalista: due modi diversi di stare al mondo...». E tra Magri e Pintor erano scintille? «Un rapporto conflittuale e insieme solidale. Avevano due personalità mica da ridere, con due opposte concezioni del giornale e della politica. Maggiori affinità legavano Lucio e Rossana, attenti alle ragioni della ricerca teorica e appassionati entrambi di filosofia tedesca. A Luigi della filosofia non gliene fregava niente». Il fratello Giaime era un grande germanista. «Sì, Luigi amava molto Rilke. Ecco proprio su questo classico di recente ho litigato con Lucio. Recensendo il libro di Luciana Castellina, scrissi che senza Rilke il Manifesto non ci sarebbe stato. Lucio la prese malissimo, "ma che cazzo c´entra Rilke con la lotta di classe?"...». Vi vedevate spesso? «Sì, abitiamo vicini, lui in piazza del Grillo e io in via del Boschetto. Ci capitava di giocare a scopone. Se non vinceva, si seccava». Manie di protagonismo? «Era un po´ egocentrico, narciso sì, d´una vanità singolare. Era convinto di essere bello». Lo era. «Sì, ma anche di essere agile. Quando salivamo le scale, faceva quattro scalini per volta. Anche negli ultimi tempi». E i suoi amori un po´ spettacolari, il legame con Marta Marzotto? «Cazzate di Lucio». Era un perfezionista? «In tutte le cose che faceva, era costituzionalmente spinto ad eccellere. Anche quando scriveva un articolo. Io riesco a farli così così, lui no, poteva starci giorni. Era molto meticoloso». Lo è stato anche in morte: tutto deciso nel dettaglio. «Sì, le pompe funebri già allertate, la lettera ai compagni». Una morte estetica? «No, una morte pulita. Voglio morire senza sfasciarmi sul selciato o in qualche altro modo atroce. Avrebbe voluto che passasse sotto silenzio. Cosa impossibile». Un gesto che secondo lei ha un valore politico? «Solo nel senso di dire "no". Un "no" alla politica italiana dell´ultimo ventennio, sinistra inclusa. "La sinistra italiana che conosciamo è morta", scrisse Luigi poco prima di morire. Così la pensava anche Lucio». Ma lui voleva dare al suo suicidio un carattere di denuncia? «No, è stato un gesto personale. Però non gli saranno sfuggite le conseguenze pubbliche. Voglio anche aggiungere che questo suicidio fa crescere il peso della sua personalità, la sua capacità di governare la vita fino in fondo». Lei difende il diritto al suicidio? «Sì, se uno è padrone della vita è anche padrone della sua fine. Nella Costituzione non c´è scritto che tutti i cittadini hanno il dovere di campare finché morte naturale non li fulmini». Per uno che ha fatto politica per tutta la vita non è una fuga? «No. È un giudizio definitivo sulla propria condizione, e sullo stato più generale delle cose, come se dicesse: per me, a 80 anni, non c´è più niente da fare». Eretico in vita. Ed eretico in morte. «La verità è che questo suicidio mi turba profondamente. Ho come l´impressione di non aver fatto abbastanza. Non mi sono arrabbiato abbastanza. L´ho subìto, insomma, e non me lo perdono».