FRANCO MARCOALDI, la Repubblica 29/11/2011, 29 novembre 2011
"I direttori d´orchestra sono gli ultimi maestri" - Il nostro breve periplo attorno a una delle parole più importanti ed elusive della vita sociale ��� "autorità" ��� si conclude in un piccolo ufficio della London School of Economics
"I direttori d´orchestra sono gli ultimi maestri" - Il nostro breve periplo attorno a una delle parole più importanti ed elusive della vita sociale ��� "autorità" ��� si conclude in un piccolo ufficio della London School of Economics. In compagnia del professore Richard Sennett. Difficilmente avremmo potuto trovare un interlocutore migliore per chiudere questa nostra inchiesta. Non soltanto perché Sennett è autore di un saggio del 1981, ripubblicato da Bruno Mondadori nel 2006, che ha per titolo giust´appunto Autorità. Subordinazione e insubordinazione: l´ambiguo vincolo tra il forte e il debole. Ma ancor prima perché questo brillantissimo professore di Chicago, che da molti anni fa il pendolare tra l´LSE e la New York University, è un accademico molto particolare. Capace di far convergere sui suoi studi sociologici (incentrati soprattutto sul mondo del lavoro e sulla vita urbana) i continui riflessi di passioni non meno intense per l´arte e la filosofia, la letteratura e la musica. Soprattutto la musica, disciplina a cui Sennett era votato come violoncellista di talento, se non fosse intervenuta una malattia della mano a impedirgli di intraprendere quella carriera artistica. Non per caso, nel suo piccolo ufficio, sono affissi alle pareti due poster che raffigurano le casse armoniche di altrettanti Stradivari. E non per caso il mondo musicale continua a rappresentare la stella polare dei suoi studi scientifici. Professore, le riproporrei la prima considerazione da cui questo viaggio ha preso le mosse. Parlo di quel doppio sentimento che da un lato ci porta a diffidare dell´autorità, nel tentativo di disfarsene, mentre dall´altro evidenzia un diffuso bisogno della medesima. «Questa doppiezza è del tutto naturale, però oggi salta all´occhio come non mai. Il bisogno di autorità è primario, ma al contempo ne temiamo l´influenza come una minaccia alla nostra libertà. Ed è evidente che questa tenaglia si stringe tanto più quando ci pare impossibile proteggere lo spazio della legittimità da quello della dominazione. Che è poi quanto accade nella società contemporanea, con il trionfo assoluto di quel neoliberismo che ha sostituito l´autorità legittima con il mercato: un dio nascosto, cieco e astratto, che ha di fatto vanificato la tradizionale sfera dell´autorità quale unità di misura della legittimazione del potere». Tra le definizioni di autorità, ce n´è una particolarmente felice, quella di Mommsen: «più di un consiglio e meno di un ordine». «Fa proprio al caso mio, visto che parlo di relazione temporanea, vincolo tra ineguali, volontaria sottomissione. Perché il vero test dell´autorità non è rappresentato tanto da ciò che propone la figura dominante, quanto dal grado di accettazione della figura sottomessa. Prenda l´odierna cultura popolare: è del tutto evidente la facilità e la passività con cui si obbedisce collettivamente a un sistema di desideri materiali e di piaceri che ci vengono proposti. Resta il fatto che in un momento di crisi sociale ed economica gravissima, come quella che stiamo attraversando, proprio quel tipo di autorità corre il serio rischio di collassare». Già nel suo saggio del 1981, lei provava a delineare anche gli aspetti positivi dell´autorità. «Una buona autorità è quella capace di determinare la partecipazione attiva di chi è chiamato a seguirla. Ho scritto molto sul mondo del lavoro e, da vecchio marxista, continuo a pensare che lì stia il vero cuore della questione. Le dirò una cosa che forse la sorprenderà, ma credo che una certa impresa artigianale del nord italiano offra un ottimo esempio di quanto sto dicendo. Proprio perché fa riferimento a termini come cooperazione e partecipazione. Tutto il contrario di quanto indicano i processi capitalistici oggi dominanti, che evidenziano una crescente finanziarizzazione dell´economia e una crescente ingiustizia sociale. So bene che quando si parla di crisi dell´autorità per lo più si fa riferimento alla scuola, alla famiglia, alla politica. Mentre io penso che bisognerebbe concentrare l´attenzione sul mondo del lavoro. Dovrebbe farlo soprattutto la sinistra, che invece si preoccupa troppo del potere e della politique politicienne, tralasciando i processi sociali e comunitari, la vita concreta delle persone. Ma la maggiore o minore vitalità di una società è legata alle sue pratiche quotidiane e diffuse, più che a ipotetiche riforme politiche calate dall´alto». Lei ha scritto che soltanto riconoscendo dentro di noi il bisogno di autorità, riusciamo a toglierle la spina dell´onnipotenza. Solo così potremo metterla a distanza, e dunque relativizzarla. «Ho scritto anche che l´essenza di tale consapevolezza interiore si dà nel rapporto tra l´autorità e il tempo. Nessuno è forte per sempre; i genitori invecchiano e muoiono, i figli prendono il loro posto, l´autorità non è uno stato ontologico, ma un evento temporale, governato dal ritmo della nascita e della morte. Essere consapevoli del legame tra forza e tempo vuol dire sapere che nessuna autorità è onnipotente. È soltanto un processo, un flusso, una relazione, una pratica». Sempre in quel libro lei prendeva a modello dell´autorità il direttore d´orchestra. La vulgata propone a riguardo due figure opposte: il direttore-dittatore (il cui prototipo, neanche a dirlo, sarebbe Toscanini) e il direttore-democratico. Interpellato a riguardo, Lorin Maazel mi disse che non si riconosceva in nessuno dei due. «E aveva ragione. Perché queste distinzioni lasciano il tempo che trovano. Il mio professore di violoncello suonava proprio con Toscanini e ovviamente rammentava le sue terribili e celebri sfuriate. Però aggiungeva che una volta raggiunta la reciproca fiducia, quella furia cessava. Come vede, ritorna di nuovo l´idea dell´autorità quale processo, ricerca di una relazione. Aggiungo che, anche in quest´ambito, il problema della fiducia riguarda i professori prima ancora che il direttore. L´ho potuto verificare proprio con Maazel, vedendo i professori abbandonarsi letteralmente a lui. Nella consapevolezza che lui c´era, era lì per loro, fino in fondo. Non saprei trovare una migliore rappresentazione plastica dell´autorità. C´è però anche un altro aspetto in cui la musica, e più in generale l´arte, possono aiutarci a definire la buona autorità. La quale, per sua natura, non è mai statica, definita, fissata una volta per sempre; come invece pretenderebbe il potere politico autoritario. Ce lo rammenta un piccolo episodio che riguarda Matisse. Siamo nel 1914 e un gruppo di ammiratori va a vedere i suoi ultimi quadri, nei quali i rapporti tra i colori sembrano aver raggiunto livelli di sublime perfezione. Di fronte a tanto ammirato stupore, Matisse risponde: ciò che per voi è l´assoluto equilibrio e l´assoluta perfezione, per me è soltanto una tappa del cambiamento necessario. La buona autorità, intendo dire, è quella che si mette perennemente in discussione». L´artista dunque come modello di autorità in un mondo che sembra dover affrontare il tramonto dell´autorità politica conosciuta in passato? «So che può suonare bizzarro detto da chi studia i fenomeni sociali. Ma io la penso proprio così: altrimenti non avrei scelto il direttore d´orchestra quale figura paradigmatica del libro sull´autorità, e il quartetto d´archi nel mio nuovo libro sulla cooperazione, che Feltrinelli pubblicherà in Italia il prossimo anno. Quanto all´autorità politica, credo che andrebbe abbandonata una certa fantasia romantica che ancora la ammanta. Altrimenti si continuerà ad andare incontro a inevitabili delusioni, come è accaduto, da ultimo, con Obama. L´homo faber, malgrado tutto, resta la figura centrale della nostra società. Sono gli oggetti, i manufatti, le opere d´arte a rappresentare il vero legame tra le diverse generazioni, dunque anche l´occasione di confronto e reazione rispetto al passato. Secondo le modalità di cui si è già detto: dapprima interiorizzazione del modello di autorità, poi sua oggettivazione, messa a distanza e critica. Il rapporto con l´autorità può risultare proficuo se lo si pensa come a qualcosa di simile al ritmo cardiaco, come a un succedersi continuo di sistole e diastole».