Laura Laurenzi, Il giorno più bello, Rizzoli, Milano, 2008 pp. 277, € 17,50, 29 novembre 2011
Emanuele Filiberto di Savoia e Clotilde Courau Roma, 25 settembre 2003, giovedì Entra in chiesa con passo regale, facendo le giuste pause, le giuste soste
Emanuele Filiberto di Savoia e Clotilde Courau Roma, 25 settembre 2003, giovedì Entra in chiesa con passo regale, facendo le giuste pause, le giuste soste. Inspira più forte, come le hanno insegnato a teatro. Clotilde sembra recitare la parte più difficile della sua carriera. Eccola incedere sulle note di un Allegro Maestoso per tromba e organo di Corelli al braccio del padre, in un abito da vera principessa taglio Impero, che sottolinea anziché nascondere l’imminente maternità, la valorizza, la esalta. Si fa aspettare soltanto sette minuti e quando giura amore eterno all’erede Savoia è lui, non lei, a commuoversi. È Emanuele Filiberto che piange, lei al massimo tira fuori il fazzoletto. È lei, si vede benissimo, che ha in mano la situazione. È lei che ha l’aria di volersi sbrigare, insomma: vuole concludere. Quando si scambiano gli anelli è lei che prende l’iniziativa, è lei che vuole baciarlo: due piccoli rapidi baci sulle guance e un tenero buffetto accolti da un grande applauso, proprio come se fossimo a teatro. E quando Clotilde, che ancora non conosce l’italiano, pronuncia la formula di rito nella nostra lingua, il suo suona come un saggio di recitazione: sembra quasi che canti con la sua voce limpida e tesa, dosando le esitazioni, modulando il tono, abbassando lo sguardo, rialzandolo carico di intensità, cercando la mano di lui, arrossendo a favore delle telecamere. «Visto che brava? Una grande attrice», esulta il neo suocero Vittorio Emanuele, il figlio dell’ultimo re d’Italia, riammesso in patria quest’anno dopo oltre mezzo secolo d’esilio. Non ha neppure una goccia di sangue blu nelle vene la sposa arrivata da Parigi, si professa di sinistra se non anarchica, ha un’adolescenza di ristrettezze alle spalle, fa l’attrice ed è incinta di sei mesi, si sussurra di una bambina. Peggio di così non poteva andare per i Savoia, che vagheggiavano ben altre nozze. Eppure Clotilde Courau funziona: ha temperamento, grinta, carisma, charme, personalità. Guarda con che dolcezza sapiente tiene la mano libera appoggiata sul pancione, mentre con l’altra stringe il voluminoso bouquet di roselline e orchidee, una cascata di fiori e di foglie con cui sembra volersi far scudo. Ci sono milletrecento invitati nella basilica di Santa Maria degli Angeli, l’ultimo grandioso progetto di Michelangelo, dove celebrarono il loro matrimonio Vittorio Emanuele III ed Elena del Montenegro. Nozze a porte chiuse: si entra soltanto se muniti di apposito lasciapassare per evitare, più che contestazioni, teleobiettivi indiscreti. Dalla caotica piazza Esedra, così prossima alla stazione Termini, sale il rancore sordo dei senza invito, fra cui numerose guardie d’onore alle tombe del Pantheon, in divisa. Le transenne lungo il red carpet sono gremite di paparazzi in attesa che si riaprano i battenti della chiesa e i cosiddetti vip si riversino all’esterno come fossero all’anteprima di un film o a una serata di gala. «Auguri di letizia e di prosperità», ha inviato papa Giovanni Paolo II nel suo telegramma. Si consacra oggi un amore che dovrà essere «fedele, sincero, puro, genuino, consapevole, responsabile, sempre aperto al dono della vita, senza riserve e condizionamenti, senza clausole, senza calcoli», come ripete durante l’omelia sua eminenza Pio Laghi, ex nunzio apostolico in Terrasanta e cardinale patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta. Purtroppo legge anziché parlare a braccio: «Cari amici, la casa costruita sulla roccia non va in rovina, e la roccia è l’amore sincero». Il rito sembra interminabile, fra salmi, gloria, alleluja in latino, cori gregoriani; è cantato persino il Vangelo. Fa un caldo tropicale nell’immensa basilica michelangiolesca addobbata nei colori dei Savoia bianco, rosso e oro con quindicimila rose, drappi cremisi e imponenti alzate di lilium. Sono una gran fonte di calore anche i fari delle telecamere di Sky tg24 che a caro prezzo si è aggiudicata l’esclusiva della diretta tv. Suda nel suo tight Emanuele Filiberto, che ha nascosto nel taschino un fazzoletto con i colori dell’amata Juventus. È perfetta e incontaminata invece Clotilde, trucco madreperlaceo, lungo velo in tulle point d’esprit trattenuto da una tiara di diamanti e granati rosa appartenuta a Elisabetta di Savoia. L’abito, di Valentino, è solenne come richiede l’occasione, in georgette di seta bianca, impreziosito da pizzi e ricami, maniche drappeggiate sostenute da nastri di raso, strascico lungo quattro metri. «Non volevamo un vestito che camuffasse la maternità, l’ho espressamente ideato per mettere in risalto questo stato felice», spiega orgoglioso lo stilista, abbronzatissimo. Ha disegnato lui anche il monumentale bouquet rinforzato. «Meglio non lanciarlo, la piazza è troppo affollata e potresti fare male a qualcuno», sussurra Vittorio Emanuele di Savoia alla nuora una volta uscito sul sagrato, ridendo. Accompagna gli sposi un Allegro di Henry Purcell per tromba, archi e organo. Crepitano centinaia di macchine fotografiche nella luce forte del pomeriggio ancora estivo. La prima frase che il principe consegna alla storia, non appena mette piede fuori della chiesa, è categorica: «Datemi subito una sigaretta». Ci si guarda e ci si conta. Chi è venuto e chi ha scelto di non esserci. Certo non è un parterre de rois, proprio no. Per il matrimonio del suo unico figlio Vittorio Emanuele ha mandato lettere protocollari alle famiglie reali imparentate con i Savoia: quelle di Spagna, del Belgio e della Bulgaria, ma tutti hanno inesorabilmente declinato l’invito. Unica eccezione fra i principi ereditari d’Europa è Alberto di Monaco. Lui non poteva mancare: è, assieme a Serge di Jugoslavia, il testimone dello sposo; come ripete lui stesso, si sente il vero responsabile di questo matrimonio: è stato lui infatti, tre anni fa, durante un pentathlon di beneficenza tra celebrities ospitato a Montecarlo, a presentare Clotilde a Emanuele Filiberto. Si sfidarono a fioretto e fu a fil di spada che scoppiò il colpo di fulmine: «Mi impressionò la sua grinta, la grande determinazione», raccontò il giovane Savoia, «e infatti le dissi: hai gli occhi da tigre. Quei suoi occhi da tigre mi hanno rubato l’anima e il cuore». Niente teste coronate ma fauna da notte dei Telegatti più che da raduno del gotha a queste nozze Savoia. Molto presenzialismo ma anche assenze eccellenti. Ecco Johnny Hallyday con le mèches a striargli i capelli e la quarta moglie bambina in nero con l’ombelico a vista. E in nude look anche Alba Parietti: sotto l’impalpabile vestitino color lilla si intravedono il seno e la stringa del tanga. Ecco Pierre Cardin, che ha scelto di indossare l’alta uniforme di accademico di Francia. La vedova di Balthus è in kimono. L’attore Jean Rochefort (Il marito della parrucchiera) si guarda intorno con aria spaesata. Un’altra faccia da rotocalco è quella di Maurizio Raggio, faccendiere e fidanzato storico della contessa Agusta. C’è Francesco Caltagirone, con il suo sorriso-ghigno, e c’è il chirurgo plastico più famoso del mondo, Ivo Pitanguy, planato fra le sue devote clienti. Hanno dato forfait invece Zucchero e Jovanotti, che lo sposo definisce «amici carissimi». È un mix di imprenditori, finanzieri, miliardari veri o presunti, amici di vecchia data ma anche recenti. Tutti con signora: piume di fagiano e velette, stampe leopardate, fiori finti, seni finti, nasi finti, lifting e tacchi a spillo. Una spruzzata di nobiltà romana: i Boncompagni Ludovisi, i Borghese, i Massimo, i Ruspoli. «È una bella favola, ma sinceramente penso che le donne dovrebbero ancora oggi arrivare caste al matrimonio», commenta, e forse sta sognando, il principe Sforza Ruspoli, per gli amici Lillio. La rampante Alessandra Borghese, ex signora Niarchos e neovaticanista, si proclama incantata dall’omelia del cardinale: «Che discorso poetico, quel passaggio in cui sua eminenza ha esortato gli sposi a non fermarsi ai primi gradini dell’amore e a puntare a un’intesa dell’anima che duri per tutta la vita». Presenti gli ubiqui principi dell’aristocrazia papalina ma assenti due su tre le principesse Savoia, le sorelle di Vittorio Emanuele, ancora in guerra per l’eredità di Maria José. L’unica che è venuta è la più giovane, la più vulnerabile, la più indulgente e la più sentimentale, Maria Beatrice detta Titti, quella che ebbe una love story con Maurizio Arena, e si è pure commossa. Marina Doria, la moglie borghese di Vittorio Emanuele, da sempre in pessimi rapporti con le cognate, fa buon viso a cattivo gioco. Quanto è stato duro per lei accettare Clotilde; forse esagerano le sue amiche più care quando raccontano che all’annuncio del fidanzamento si è chiusa in casa per due settimane a singhiozzare. Durante l’estate se n’è lentamente fatta una ragione, anche per via del nipotino in arrivo. Non è un mistero per nessuno che i Savoia progettassero per il loro unico figlio un matrimonio arciblasonato. Negli ambienti dell’aristocrazia era già stata stilata una lista di candidate possibili: per esempio Ortensia Visconti, principessa, Diana Frescobaldi, marchesa, Camilla Paternò di Montecupo, contessa, e via elencando. E invece è andata diversamente. Nel suo tailleur Gai Mattiolo color verde marcio tempestato di piume e cristalli Swarovski la madre dello sposo sospira a denti stretti: «Sono giovani, sono belli, sono felici, e questa è l’unica cosa che conta». Nessuno le ha ancora mostrato il dispaccio ufficiale dell’Umi, Unione monarchica italiana, che scomunica l’evento: «Il matrimonio è dinasticamente irrilevante», si legge. «L’erede al trono è Amedeo d’Aosta, le vere nozze saranno quelle di suo figlio Aimone.» Trono, quale trono? Qualche nostalgico grida uno sparuto «Viva il re!» all’indirizzo di Vittorio Emanuele, che sorride grato, gardenia all’occhiello e decorazione dell’Annunziata sul petto: «Credo però che fosse rivolto alla memoria di mio padre», commenta. Dove sono le autorità? C’è stato un fuggi fuggi generale. Hanno declinato l’invito il presidente della Repubblica, il presidente del Senato, il presidente della Camera, e anche il primo ministro. Tutti assenti giustificati. Berlusconi è negli Stati Uniti e al suo posto c’è il sottosegretario Gianni Letta. Casini ha fatto un’affettuosa telefonata d’auguri allo sposo proponendogli un invito a cena. Marcello Pera è in Bulgaria. Carlo Azeglio Ciampi ha scritto una lettera di rallegramenti a Vittorio Emanuele. Si fa prima a dire chi c’è, fra i parlamentari: il senatore di An Giuseppe Consolo, con la consorte Natasha Romanoff discendente degli zar, e Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia al Senato: «Sono qui in veste di amico ma anche di politico», spiega. «Il governo ha fatto molto per far rientrare i Savoia in Italia.» È molto polemico invece Francesco Cossiga, che si è ben guardato dal presenziare: «Si capisce che il matrimonio è pagato da Sky News, che ha ottenuto l’esclusiva», osserva. «A mio avviso i due ragazzi avrebbero fatto meglio a sposarsi in una chiesina dell’originaria Savoia.» Varie erano state le opzioni, ma tutte per la verità molto solenni, ad alto tasso simbolico: sposarsi a Napoli nella Reale Cappella di San Gennaro in Duomo, oppure a Torino, dove è custodita la Sacra Sindone, o nell’abbazia di Altacomba, sulla tomba di re Umberto, certo la soluzione più cupa. Alla fine è stata prescelta la capitale e una delle sue chiese più maestose e capienti. Sarà in Italia e sarà a regola d’arte, aveva fatto sapere il principe: «Avrei potuto dire sì in una chiesetta della Svizzera o della Francia, ma perché privare la gente che mi vuole bene di uno spettacolo commovente?». Già, perché fare al popolo questa cattiveria? «Ho scelto di sposarmi a Roma anche in omaggio alle istituzioni, che hanno permesso a me e a mio padre il rientro in patria.» Nozze assai commerciali, ha ragione Cossiga. Sembra la settimana della moda, commentano in molti. Tutto è sponsorizzato, non si parla che di marche e di aziende. Sponsorizzati gli abiti, le automobili, le fedi, sponsorizzati gli alberghi per le conferenze stampa e per il cocktail allargato, sponsorizzato lo spumante piemontese, sponsorizzate persino le cravatte. Ci guadagnano tutti, per lo meno in visibilità. E pazienza se lo scontento, ancora prima che gli sposi raggiungano il banchetto di nozze, continua a montare: « A pochi mesi dal ritorno dei Savoia in Italia siamo curiosi di sapere quanto denaro pubblico sia stato speso per la cerimonia a Santa Maria degli Angeli», insorge il presidente del Movimento Giovani Europei Matteo Costantini. «Chiederemo al sindaco e al prefetto di Roma di fornirci le cifre esatte e se è vero che sono stati utilizzati più di cento poliziotti, oltre ai vigili urbani e ai metal detector, per blindare piazza Esedra. Vogliamo anche sapere se reputano che un tale dispiego di forze sia mai stato concesso a semplici cittadini.» «Sto morendo di paura», aveva confidato il principe a un amico poco prima che cominciasse la cerimonia. Visti uno accanto all’altra lui sembra un ragazzo e lei una donna. Emanuele Filiberto ha 31 anni e lei 34 ma la differenza d’età si direbbe maggiore. Bellezza sobria e spigolosa, Clotilde è diventata principessa suo malgrado o questo per lo meno fa credere. «La sola nobiltà in cui credo è quella del cuore», aveva annunciato nei mesi scorsi. E anche: «Io ho una formazione del tutto di sinistra, da anarcocomunista dicono i miei amici, che ci faccio con un principe? mi ripetevo, e poi non mi sono mai piaciuti gli uomini ricchi e potenti. Mi vorrà prendere in giro, pensavo, e così l’ho lasciato sulla corda per quasi un anno. Non mi andava di fare l’oggetto coreografico, la bambola del principe». Lui non si è scoraggiato; i quarti di nobiltà, sostiene, non gli interessano: «Clotilde è nobile d’animo. Quanto all’ortodossia monarchica ho davanti a me l’esempio dei miei genitori, ovvero un matrimonio perfettamente riuscito che dura da quarant’anni. L’appartenenza al gotha non conta per me. Figlia di un operaio o principessa reale, sposerò la donna che amo». Dunque è stato lui a convincerla e a pregarla. «Io mi sentivo inadeguata», ha raccontato Clotilde. «Pensavo di non essere adatta. Ero un’attrice libera e anticonformista. Ma Emanuele insisteva. Sei tu, solo tu. Ha lottato per me, perché il suo mondo mi accettasse. Non ha mai avuto un tentennamento.» Cita a memoria una delle sue poesie preferite, dell’armeno Paruir Sevak: «Vedo la vita solo da un occhio, l’altro è di vetro / se da questo unico occhio vedo molte cose, ne vedo anche molte di più dall’altro / perché l’occhio sano mi serve a vedere, quello cieco a sognare». «Ecco», spiega, «è l’occhio cieco che mi fa vivere l’amore.» Ed è proprio vero: spesso conviene non vedere.