Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 28 Lunedì calendario

Così la primavera araba finisce in piazza Tahrir - Accovacciati sul ciglio della strada, davanti a una bas­sa casa dal tetto di paglia, alcuni uomini fumano una pipa ad acqua

Così la primavera araba finisce in piazza Tahrir - Accovacciati sul ciglio della strada, davanti a una bas­sa casa dal tetto di paglia, alcuni uomini fumano una pipa ad acqua. Sono contadini, indos­sano una tunica lunga e in testa hanno un leggero turbante bian­co. Sono da poco tornati dai cam­pi e discutono di politica. Alla ve­glia delle prime elezioni dell’era post Mubarak, gli unici candidati di cui hanno sentito parlare sono quelli dei partiti religiosi - salafiti e Fratelli musulmani - e i membri delle grandi famiglie della zona. Il Fayoum, oasi a 150 chilometri dal Cairo, è una vasta zona rurale, verde e fertile, in cui sorgono nu­merosi villaggi. Piazza Tahrir, con i suoi slogan contro i militari, è su­gli schermi di tutte le televisioni accese nei caffè popolari, ma è lon­tana. Qui,come nel resto dell’Egit­to più povero e rurale, i nuovi parti­ti figli della rivoluzione lottano al voto di oggi per trovare spazio e no­torietà tra movimenti religiosi e un antico clientelismo sfruttato per decenni dal Partito nazional democratico, espressione dell’ex regime. Il nuovo più noto è rappresenta­to dai movimenti religiosi, fino a pochi mesi fa banditi dalla vita po­litica. «Il partito con più base elet­to­rale e più finanziamenti è Giusti­zia e Libertà, dei Fratelli musulma­ni », spiega al Giornale il candida­to di uno dei gruppi liberali tradi­zionali al Fayoum. Qui, lontano dalla luci della piazza, molti politi­ci e attivisti sperano che il voto di oggi sia pulito e calmo. Le vecchie abitudini fanno però fatica a scom­parire. Il candidato liberale - che vuole rimanere anonimo- raccon­ta di aver ricevuto la visita di uno sconosciuto che voleva vendergli mille voti. Sul mercato elettorale, un voto costa da 50 a 100 lire egizia­ne, da 6 a 12 euro. Nei villaggi del Fayoum, i resti di un passato ancora vicino sono anche i rapporti di clientelismo e il ruolo dei clan in politica, «un fe­nomeno che c’è ancora, ma che ha perso potere», spiega Yasser Abdel Rahman, candidato del par­tito salafita Al Nour. Il suo ufficio è nell’affollata strada sterrata del mercato centrale, nel villaggio di Kalamshe, a pochi metri da casse di frutta e verdura. «I Fratelli mu­sulmani e Nour sono i più forti nel­la zona­ dice- altri, come il Blocco egiziano (coalizione di gruppi li­berali, nda), non hanno base po­polare ». Hussein Yassin, candida­to di Al Wasat, neonato partito isla­mista moderato, spiega di non aver avuto molto tempo per la campagna elettorale e pochi soldi per organizzarla, al contrario dei Fratelli musulmani. «Abbiamo la­vorato molto, passiamo dieci ore al giorno nei villaggi. Ma come al­­tri, siamo un partito bambino», e ancora poco noto. La strada conosce infatti gli isla­misti della Fratellanza, da sempre la forza politica più organizzata del Paese e l’opposizione più cre­dibile all’ex regime, e i nomi noti di sempre, quelli delle ricche fami­glie che per decenni hanno fatto la politica locale nelle file dell’Pnd, perché, spiega Yassin «prima del­la rivoluzione chi voleva avere un ruolo doveva per forza essere nel partito al potere». Sono famiglie di proprietari terrieri e uomini d’affari, danno lavoro a molti e spesso aiutano i locali quando hanno bisogno di soldi e servizi. Per questi clan, il seggio in Parla­mento è sempre stato un obietti­vo: garantiva fama, immunità, contatti commerciali. Al Fayoum, i nomi più noti sono quelli dei membri di due antichi clan della zona di Tameya, quello di Sabet Gammel e quello di Ah­med Abu Talib, oggi candidati. Da decenni i loro parenti sono i volti della scena politica locale, deputa­ti in Parlamento, funzionari del go­verno. Prenderanno molti voti -spiega Yassin- ma ora le loro fami­glie hanno perso l’appoggio dell’ autorità e delle forze di sicurezza. Inoltre oggi la scelta politica è am­pia. Non è detto che vincano: i gio­vani non sono più disposti a vota­re per i “falul“», i resti del regime, in dialetto egiziano. Per Hisham Kassem, editore e analista politi­co al Cairo, questo sarà l’ultimo Parlamento delle famiglie: quan­do la democrazia lascerà spazio a nuovi nomi, i lacci del clienteli­smo si allenteranno.