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 2011  novembre 28 Lunedì calendario

E Reguzzoni revisionista padano cancella il nemico Maroni - Mario Borghezio: non pervenuto. Ro­berto Maroni: liquidato in poche righe

E Reguzzoni revisionista padano cancella il nemico Maroni - Mario Borghezio: non pervenuto. Ro­berto Maroni: liquidato in poche righe. Ro­berto Cota: ah,sì,c’era pure lui,undici let­tere per citarlo nome e cognome. Gli avver­sari del «Cerchio magico» parlano già di «operazione revisionismo». Perché nel suo Gente del Nord , Marco Reguzzoni pro­mette di raccontare «l’avventura della Le­ga vissuta dall’interno ». Invece, come si fa­ceva nel vecchio regime comunista, quel­la storia la riscrive cancellando dal­la foto di gruppo chi, da qui in poi, si spera ne faccia par­te stando in disparte. Il capogruppo alla Camera dimentica «el Burghez», che sa­rà pure il volto im­p­resentabile del Car­roccio, ma ha contri­buito a fondarlo. Non può non annoverare «Bobo» fra i protagonisti della grande epopea del Po, ma evita l’analisi del suo ruolo di padre fondatore, non accen­na alla sua amicizia con Umberto Bossi, né al popolo di Pontida che lo ha acclama­to con tanto di striscioni «Maroni pre­mier ».Sull’incarico di ministro dell’Inter­no concede solo: «Lo stop imposto dal go­verno Berlusconi all’immigrazione sel­vaggia » è stato possibile «attraverso il suo contributo». Epperò, Reguzzoni non di­mentica di ricordare Maroni fra quelli che furono costretti a ricucire dopo lo strappo con Bossi quando fece cadere il primo go­verno Berlusconi. Se così è, inutile aspet­tarsi grandi lodi a quel Cota che con un mi­racolo ha strappato il Piemonte al Pd, e so­lo i maligni possono pensare che il gover­natore sia nel cono d’ombra dopo aver pre­so le distanze dal Cerchio magico. Gli esponenti del quale, invece, diventano lu­minosi eroi nel libro di Reguzzoni. Rosi Mauro? Chi non la ama nel movimento l’ha soprannominata«mamma Ebe»e an­nota la stranezza della sua carriera, da capa di un sindacato quasi inesistente come il SinPa a vicepresidente del Sena­to. Macché. A pagina 20 Rosi «la Pasiona­ria » diventa «una for­za della natura », anzi, «una montagna», di più, «un vulcano pron­to a eruttare fuoco e fiamme». Racconta Re­guzzoni: «Da sempre ami­ca della moglie di Bossi, Ma­nuela, Rosi viene dall’esperien­za delle fabbriche »ha doti da«vera sinda­calista », è capace di «stare ad ascoltare per giorni e giorni» ma «a far saltare il tavolo ci mette cinque secondi». Un crescendo, fi­no al gran finale: «Bossi la stima per il co­raggio e il carattere deciso, ma anche per la capacità di dire sempre la verità, anche quando è scomoda». Già. Anche quando suggerisce a Bossi di commissariare province o Regioni, ve­dasi il putiferio che scoppiò quando cercò di silurare Giorgetti in Lombardia, e il pa­sticcio di Varese, che per la prima volta po­chi mesi fa contestò il grande capo Umber­to. «La verità è che la Rosi,prima che l’Um­berto si ammalasse, politicamente non esisteva» annota un deputato maroniano. È sempre lì che si torna,al­l’ 11 marzo del 2004 e del­l’ictus del Senatùr. C’era­no lui, la Rosi e la Manue­la. Gli altri anche, c’era­no, ma Reguzzoni non li cita alcuno, e la scena la descrive così: «Bossi gia­ce incosciente su un letti­no, mentre attorno a lui decine di persone si affan­nano a guardare e a farsi guardare.Si ha quasi l’im­pressione che il paziente non sia la priorità. Io rie­sco solo a ottenere, non senza difficoltà, che stia­no fuori dalla stanza alme­no le scorte e i portabor­se ». Lui e la Manuela, «che con piglio deciso fa sgom­brare tutti dalla stanza e prende in mano la situa­zione ». Situazione che, traducono i maroniani, da lì in poi include il parti­to. Non a caso, «la Manue­la » Reguzzoni la racconta avvertendo che «la storia ne chiarirà un giorno la centralità, spazzando via maldicenze e di­cerie »,e lasciatemelo dire«anche se quan­do leggerà queste righe so che si arrabbie­rà molto, perché una costante della sua vi­ta è la riservatezza assoluta». È l’era del post-governo, bellezza. Da qui in poi, con la Lega di nuovo all’opposizione, le armate interne gioca­no l’ultima partita per la leadership. Così, Reguz­zoni ricorda di quando Bossi lo volle candidato alla Camera e zittì i detrat­tori con un: si fa così e ba­sta. Avverte chi pensa al­la successione: «Il capo c’è e ci sarà,l’esercito di li­berazione può continua­re il suo lavoro». E poi dà il via alla campagna elet­torale, elencando le cose che la Lega, lui capogrup­po a Montecitorio, ha ot­tenuto al governo. Indi­c­ando vecchie e nuove sfi­de e un nome: Renzo Bos­si. Uno che, cresciuto a fe­ste e comizi, «è chiaro che ha il nostro progetto di libertà nel sangue» e per questo, giura Reguz­zoni gelando la nutrita fronda interna di chi con­testa il paternalismo: «I nostri militanti veri, fuori da logiche di potere e di palazzo, vedono in Renzo una speranza per il futuro. Uno così non può tradire, non può vendersi, pensano a ragione».