STEFANO GULMANELLI, La Stampa 28/11/2011, 28 novembre 2011
L’Australia mette l’oceano sotto chiave - Una porzione pari a un milione di chilometri quadrati di Mar dei Coralli al largo delle coste del Queensland, in Australia, sta per diventare riserva naturale
L’Australia mette l’oceano sotto chiave - Una porzione pari a un milione di chilometri quadrati di Mar dei Coralli al largo delle coste del Queensland, in Australia, sta per diventare riserva naturale. L’area, combinandosi con l’adiacente zona già protetta della Grande barriera corallina, darà vita al parco marino più grande del mondo. «Gli australiani sanno da generazioni quanto sia importante proteggere il territorio» ha detto il ministro per l’Ambiente Tony Burke, «ora è venuto il momento di proteggere anche i mari». L’istituzione della «Temperate East Marine Region» - questo il nome della zona protetta, estesa tre volte l’Italia - comporterà il bando totale di qualsiasi attività di esplorazione petrolifera o mineraria e l’istituzione di restrizioni aggiuntive all’attività di pesca che potrà essere condotta nell’area. L’annuncio di Burke ha suscitato entusiasmo composto fra gli ambientalisti - a partire dai gruppi della campagna «Proteggete il nostro mare dei Coralli» che avrebbero voluto regole assai più stringenti: «Nei parchi sulla terraferma non si può cacciare» ha fatto notare la portavoce della campagna Xanthe Rivett. «Ecco, avremmo voluto che lo stesso valesse per il nuovo parco marino, vale a dire che la pesca fosse del tutto vietata». «Solo due dei venticinque reef compresi nell’area hanno davvero un alto livello di protezione» lamenta Steve Ryan, dell’Ong ambientalista Cairns and Far North Environment Centre (Cafnec), «negli altri, saranno comunque possibili alcune forme di pesca commerciale». Viste dall’altra parte della barricata - dalla parte delle aziende per la pesca, il turismo e la produzione di alimenti a base di pesce - le limitazioni poste dal piano Burke sono invece eccessive e ingiustificate. «Tutti concordano che il Mar dei Coralli è, grazie ai vincoli esistenti, in condizioni di equilibrio ambientale perfetto» dice Dan McCarthy, che porta i turisti a fare pesca d’alto mare. «Perché cambiare?». «C’è poca scienza e molta politica dietro questa decisione» si allinea Judy Lynne, per la quale - come gran parte dei suoi concittadini di Cairns il weekend in barca a pescare è parte imprescindibile dello stile di vita. «È un modo per far bella figura con il mondo ma gli effetti saranno pessimi» rincara Keith Graham, proprietario del Brandsford Tackle Shop, il maggior negozio di equipaggiamento per la pesca a Cairns, «gli operatori commerciali che non potranno pescare in quell’area andranno a farlo più vicino alla costa, dove già si concentrano i pescatori non professionisti». Tutte le voci contrarie finiscono per insinuare che la decisione di Burke è un pedaggio pagato al Partito dei Verdi, dal quale dipendono le possibilità di sopravvivenza del governo di minoranza guidato da Julia Gillard. Il ministro interessato respinge le accuse di opportunismo politico e fa notare, in qualche modo dando ragione alle perplessità degli ambientalisti, che «la pesca amatoriale potrà continuare su quasi la metà dell’area sotto protezione e un quarto del parco rimarrà aperto alla pesca commerciale, a parte quella al traino». Comunque, conclude Burke, la popolazione ha ancora la possibilità di far valere le proprie ragioni: come spesso accade in Australia, la proposta di legge verrà infatti illustrata e discussa con le comunità interessate in sessioni pubbliche per un periodo di 90 giorni. Bisognerà quindi aspettare il 21 febbraio dell’anno prossimo, perché il parco marino più grande del mondo abbia contorni e regole definitivi.