GUIDO RUOTOLO, La Stampa 28/11/2011, 28 novembre 2011
Adriatico, la tomba dimenticata che continua a inghiottire vite - Carovigno, Brindisi. Naufragio di immigrati, corpi che riaffiorano, decine i dispersi
Adriatico, la tomba dimenticata che continua a inghiottire vite - Carovigno, Brindisi. Naufragio di immigrati, corpi che riaffiorano, decine i dispersi. Un salto indietro nel tempo. Marzo 1997. Gli albanesi, decine di migliaia, si stanno trasferendo in Puglia. Era già accaduto nel 1991, quando gli albanesi scoprirono «lamerica», l’Italia. Dunque, nel marzo del 1997 arrivano con ogni mezzo, anche con quella che veniva definita la flotta navale della Marina albanese. Erano saltate le frontiere terrestri. Da Valona come da Saranda, da Tropoje a Durazzo a Scutari si sparava all’impazzata. Crisi delle piramidi, una truffa economica colossale che provocò una insurrezione popolare contro il governo. Fuori dal porto di Brindisi, imbarcazioni stipate all’inverosimile di disperati. Quasi sulla scogliera una si rovescia. Le motovedette della Guardia Costiera e della Finanza fanno la spola tra l’imbarcazione e la riva. Vengono salvati i passeggeri. Nessuna vittima. Una decina di giorni dopo. E’ il 28 marzo 1997, Venerdì Santo, a poche miglia fuori da Brindisi, il «Kater I Rades», un peschereccio malandato viene speronato da una nave militare italiana, «Sibilla», nel tentativo di respingerlo in mare. A bordo 120 disperati. Onde alte, il comandante della «Sibilla», il capitano di corvetta Fabrizio Laudadio, non riesce a governare la nave che con una manovra troppo spericolata alla fine fa colare a picco l’imbarcazione albanese. Decine le vittime. Grazie all’inchiesta della Procura di Brindisi la nave, adagiata sul fondo marino con il suo carico di cadaveri, viene fatta riemergere con un’operazione fantascientifica di recupero. Le vittime saranno 108. La Puglia in quel decennio, gli anni Novanta, ha vissuto una stagione indimenticabile di sbarchi albanesi. E quello specchio di mare si è trasformato in un cimitero, con decine di naufragi. Per nulla «clandestini», come non lo sono mai stati i disperati che dalla Libia hanno cercato di raggiungere Lampedusa, in questi ultimi anni. Arrivati, tutti, quando il mare li ha risparmiati, alla luce del sole. Esaurito il Fronte Est, la Puglia, si è aperto il Fronte Sud, la Sicilia e le sue isole, scelte come stazione di transito di quei flussi Nord e Centroafricani diretti in Europa. E contemporaneamente anche in Calabria si è aperto il fronte turco-greco, con gli arrivi dall’Afghanistan e dal Kurdistan iracheno. In vent’anni centinaia di naufragi con migliaia di vittime. Numeri, drammaticamente solo numeri, buoni per le statistiche. Eppure quelle tragedie più di ogni altro discorso o statistica raccontano di quel fiume carsico dell’immigrazione con le sue rotte. Sono due anni ormai che dalla Turchia e dalla Grecia sbarcano in Puglia gli immigrati a bordo di barche a vela. Il procuratore di Lecce, Cataldo Motta, cita a memoria i numeri: «Dal giugno del 2010 al settembre 2011, 2.000 arrivi con 55 sbarchi. Sono stati arrestati 34 scafisti e sequestrati 12 velieri, due motor yatch e 4 gommoni». Non sono numeri preoccupanti, dal punto di vista delle quantità, ma una spia della pressione che si sta di nuovo determinando dal fronte greco, che poi è interno alla Unione Europea, alle frontiere di Schengen. Anzi, rappresentano la nascita di una seconda rotta grecoturca. Il fronte albanese, si è esaurito nel 2002-2003. Nel 2010 si è aperto quello greco e turco. Due linee sovrapposte, in realtà. Dalla Turchia gli immigrati salpano a bordo di velieri (5 giorni di navigazione, in media), dalla Grecia, su gommoni. Sia dalla Grecia che dalla Turchia partono gli immigrati arrivati dall’Afghanistan o dall’Iraq. Sono profughi, rifugiati, disperati in realtà, che tentano di raggiungere soprattutto il Centro Europa. Punta di un iceberg, gli sbarchi in Puglia a bordo di barche a vela, di una rotta, l’Adriatico, in realtà non è mai stata abbandonata in questi anni. Ed è questa la novità che fa riflettere gli esperti di flussi migratori. In questi anni, e le statistiche della Polizia di frontiera lo confermano, migliaia di curdi iracheni, di afghani hanno attraversato l’Adriatico nascosti nei doppifondi dei Tir, nei container. Migliaia di «invisibili» diretti in Germania o nell’Europa del Nord. E molti sono anche morti schiacciati o asfissiati. Il naufragio di Brindisi, i morti e i dispersi rappresentano un campanello d’allarme. Perché il sospetto è che i due mercati paralleli di «carne umana» stanno vivendo un periodo di crescita. Le varie mafie etniche, di certo quella turca che sta dietro al traffico di immigrazione clandestina, non conoscono la crisi. I Tir e i gommoni greci, i velieri turchi rappresentano una nuova modalità di trasferimento di uomini, donne e bambini. Un pizzico di modernità rispetto alle zattere, ai pescherecci, alle barche di ieri. Ma è sempre la vecchia e tragica storia di trafficanti senza scrupoli e di poveri disperati che mettono in conto anche la morte pur di arrivare in Europa. E se devono sbarcare in Puglia o a Lampedusa poco importa.