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 2011  novembre 28 Lunedì calendario

EURO. IL VERO COMPLOTTO ANGLOSASSONE

Non è esattamente un complotto degli anglosassoni — come spesso invece si sente dire — questa crisi dell’euro. Però, una questione anglosassone c’è nella portentosa discussione su come uscire dal pericolosissimo caos che scuote il Vecchio Continente. Sta nel fatto che gli americani (e in parte i britannici) — cioè i grandi protagonisti dei mercati finanziari — sbandano. L’Europa è in condizioni drammatiche a causa delle manchevolezze strutturali della moneta unica e rischia di franare.
Ricette
Le soluzioni interventiste che vengono proposte dal mainstream anglosassone — prima tra tutte l’acquisto illimitato da parte della Banca centrale europea (Bce) di titoli dello Stato spagnoli e italiani — non tengono conto di un dato: si tratta di una ricetta che si dimostra ogni giorno più insostenibile negli Stati Uniti. E che, a vedere le cose fino in fondo, fu alla radice della crisi finanziaria scoppiata nel 2008.
Alan Greenspan era un libertario nell’anima, ma quando arrivò a guidare la Federal Reserve fu conquistato da un senso di onnipotenza. Credeva di potere eliminare il ciclo economico, evitare che le bolle si sgonfiassero dando sempre più liquidità ai mercati. Diventò il grande pianificatore globale, colui che credeva di potere comandare i mercati: un sovietico della finanza. Così gonfiò altre bolle fino all’esplosione del tutto. La soluzione che gli americani — dall’amministrazione Obama alla Fed di Ben Bernanke — cercano oggi di dare alla loro crisi è la continuazione del sogno di Greenspan. «Spendono e stampano moneta come se non ci fosse domani — nota David Roche, presidente della società di ricerche economiche Independent Strategy —. Ma dov’è la crescita?». Più che sviluppo, in effetti, l’impostazione americana di non rientro dai debiti sembra produrre terrore.
L’esplosione
Il grafico qua sotto, infatti, difficilmente non spaventa. Se il Congresso Usa troverà un accordo (finora mancato) per ridurlo, il debito pubblico americano supererà, in percentuale del Pil, quello italiano nel 2016 e poi continuerà a salire. Se l’accordo non ci sarà, il sorpasso avverrà nel 2014 per convergere sui livelli di quello greco, al 170% del Pil, nel 2020. «Non puoi mai saper quando scoppierà una crisi del credito — sostiene Roche —. Lo stabilisce il mercato. Ma l’America è lì: al livello giusto, continua a negarselo e ha un sistema politico non più funzionante. I mercati devono solo dire over. Gli interventi della Fed non possono che deprezzare il dollaro, probabilmente al punto che Cina e Giappone chiuderanno le porte, si rifiuteranno di prendere dollari».
Il consiglio all’Europa che viene dagli anglosassoni — dall’Amministrazione Obama, dalla Fed, da molti economisti di fama, dal Financial Times, dall’Economist — è di mettere in campo la Bce: che faccia come la banca centrale americana, intervenga sui mercati senza porsi un limite, stampi euro a presse piene. È possibile che Mario Draghi allenti ulteriormente e in modo straordinario la politica monetaria, di fronte a una recessione in arrivo che potrebbe rivelarsi fatale.
I rischi
Ma se la Bce dovesse seguire la ricetta interventista anglosassone creerebbe una situazione forse peggiore del male che vorrebbe curare. Se scendesse sui mercati pronta a compare tutti i titoli pubblici dei Paesi in crisi, non farebbe altro che sostituirsi ai creditori privati, assisteremmo cioè a banche, fondi, assicurazioni e individui che si liberano dei Btp, dei Bonos spagnoli, probabilmente degli Oat francesi e via dicendo sicuri che c’è un compratore sul mercato. In teoria potrebbe finire con nessun privato che possiede più Btp, tutti europeizzati dalla Bce.
L’argomentazione secondo la quale basterebbe che la Bce mostrasse il bazooka per spaventare il mercato nemico lascia molti dubbi. Se Francoforte iniziasse l’acquisto a tappeto dei titoli in crisi, i governi che li hanno emessi non avrebbero alcun incentivo (al di là di escamotage tecnici di dubbia efficacia) a fare le riforme, con il risultato che gli investitori privati avrebbero una ragione in più per vendere. Sarebbe l’evidente fine dell’euro, con la Bce travolta dai suoi stessi acquisti e da un bilancio a quel punto insostenibile.
Per dirla diversamente, la situazione è drammatica, ma la soluzione dirigista e statalista anglosassone, cioè l’intervento a tappeto della Bce, può essere pensabile solo dopo che è stato provato tutto ma proprio tutto il resto. E probabilmente non sarebbe un salvataggio: solo la scelta dell’albero dal quale fare pendere la corda.
Danilo Taino