Alessandra Puato, CorrierEconomia 28/11/2011, 28 novembre 2011
FIAT. L’ONDA LUNGA DI POMIGLIANO
Per chi vale la disdetta del contratto collettivo nazionale di lavoro, annunciata la scorsa settimana da Sergio Marchionne, amministratore delegato Fiat? Per un esercito di lavoratori, sparsi ovunque: 86.200 persone in 14 regioni d’Italia. Tanti sono i dipendenti ai quali sarà applicato, nelle intenzioni del Lingotto, il nuovo contratto Fiat: uguale (o molto simile) all’integrativo di primo livello Pomigliano 2, firmato a Roma il 29 dicembre 2010 da Fim Cisl, Uilm Uil, Fismic, Ugl e pure dall’Associazione Quadri e Capi Fiat, ma non dalla Fiom Cgil di Maurizio Landini. È previsto per domani 29 novembre, all’Unione industriali di Torino (sede scelta nonostante la prossima uscita di Fiat da Confidustria: per motivi pratici e buoni rapporti, sostiene il Lingotto), l’incontro fra l’azienda e i sindacati per iniziare a discuterne. Ci sarà anche la Fiom, che ha per oggi in agenda la riunione del comitato centrale dove valuterà le future iniziative sindacali «perché Fiat torni nel contratto nazionale», dice Giorgio Airaudo, responsabile Auto per la segreteria nazionale.
Basta newco
Qualcuno ha ventilato che Fiat possa arrivare al tavolo con una versione modificata del testo di Pomigliano. Si vedrà. Di certo Marchionne vuole il contratto unico Fiat e l’accordo di Pomigliano di dicembre è già stato rivisto rispetto a quello del giugno 2010, soggetto a referendum, proprio per farne una base più larga, da contratto nazionale. L’applicazione del nuovo accordo non sarà ad altre newco, cioè a nuove società costituite appositamente come la Fip, Fabbrica Italia Pomigliano, bensì a 86.200 dipendenti delle aziende già comprese, in Italia, nel vasto perimetro Fiat (anche per chi, come in Magneti Marelli, ha il contratto della plastica, dice Fiat). Nel caso, con qualche aggiustamento per alcune. Vediamo.
Le dieci società
Sono dieci le società del gruppo Fiat coinvolte (vedi tabella). Tutte. Dalle auto di Fiat Group Automobiles (41 mila dipendenti, secondo i dati elaborati da Fiat per il CorrierEconomia) ai circuiti e stampi della Magneti Marelli (10 mila); dai camion dell’Iveco (8.700) ai trattori di Cnh (4.300); dai motori della Powertrain (8 mila persone, più 5.100 in Fpt Industrial) ai robot Comau (mille addetti); dalla Ferrari (2.500) alla Teksid (900). Più i dipendenti di holding e altre società (4.700), come i vigilanti della Sirio.
L’iniziativa di Marchionne, vero effetto dirompente dell’uscita da Confindustria il primo gennaio prossimo, avrà dunque un impatto notevole sul territorio, soprattutto a Nord Ovest e Sud. È il Piemonte con 30.700 lavoratori (oltre un terzo) la regione più interessata, dicono i dati (parziali su 81.767 dipendenti) elaborati per CorrierEconomia da Fiom. Tutta la Fiat, del resto, è qui, da Mirafiori a Iveco, da Cnh a Magneti Marelli, da Teksid a Comau. Segue la Campania con 8.900 dipendenti e qui c’è tutta Pomigliano, con il Giambattista Vico dov’è appena partita la nuova Panda, il centro ricerche ex Elasis e la Magneti Marelli, più Avellino con l’Irisbus e i motori dell’Fma. Terza regione coinvolta è l’Abruzzo, 7.600 persone fra la Sevel della joint venture con Peugeot Citroën e Magneti Marelli. Quarta l’Emilia Romagna con 7.300 addetti (Ferrari e Maserati a Modena, più Cnh); quinta la Lombardia con 6.300. In coda il Veneto, 14esimo a quota 350.
Che cosa cambierà per tutti questi lavoratori, con il contratto Pomigliano? Quel che si sa: lavoro anche su 18 turni, cioè tre turni per sei giorni la settimana (se la produzione riparte); esigibilità da parte dell’azienda del lavoro al sabato e di 200 ore di straordinario anziché 80; spostamento a fine turno della mensa e possibile riduzione delle pause; clausola di responsabilità per la quale chi non rispetta l’accordo è, al minimo, sanzionato. E quel che si dice meno, cioè che i lavoratori non voteranno più i delegati sindacali, perché vengono nominati da fuori (punto sul quale anche la Uilm vorrebbe ora ricontrattare).
Inoltre le Rsa, le rappresentanze sindacali aziendali, acquisteranno tutte lo stesso peso, si tratti di Uilm, Ugl o dell’Associazione Capi Fiat (sulle Rsa vedi anche articolo di Marro a pagina 15).
L’imitazione
Ci sarà l’effetto-imitazione sul territorio? Per la Uilm no: «Il contratto Fiat è troppo oneroso per gli altri imprenditori, perché migliorativo su condizioni come i minimi contrattuali, l’inquadramento, gli straordinari», dice Giovanni Sgambati, segretario di Uilm Campania. Per la Fiom sì: «Si rischia l’estensione alle aziende dell’indotto». Per la federazione della Cgil, comunque, è una fase decisiva. Fiom conta in Fiat 11.368 iscritti (a una media stimabile di 134 euro versati ciascuno, per un salario medio di 1.200 euro, è un introito di milione e mezzo all’anno) e già per avere i contributi per le tessere deve ricorrere a strade esterne (come la cessione del quinto dello stipendio), perché, non avendo firmato l’intesa di Pomigliano, Fiat non le gira più le trattenute dalle busta paga.
E a Pomigliano, dove Fiat sta selezionando chi lavorerà da subito alla nuova Panda fra i lavoratori cassintegrati, Fiom è scesa da 600 tesserati a 400. Vero è che, lì, anche la rivale Uilm, prima sigla con circa 700 iscritti, non sta crescendo: il sindacato appare bloccato. Ma l’emergenza è chiara.
Alessandra Puato