Maurizio Giannattasio, Corriere della Sera 28/11/2011, 28 novembre 2011
IL GRANDE PENALISTA E L’ARCHISTAR. VITE PARALLELE DI DUE BORGHESI CHE NON VANNO MAI D’ACCORDO —
Non è solo un problema politico. E neanche lo si può ridurre a un problema personale. Quello che sta succedendo a Milano tra il sindaco Giuliano Pisapia e il suo assessore alla Cultura, Stefano Boeri, è anche uno scontro epocale all’interno dell’alta borghesia milanese. Un’epopea che ha avuto il suo primo round nelle primarie del novembre scorso, quando Pisapia sconfisse Boeri per la candidatura a sindaco, e gran parte di quel mondo milanese voltò le spalle all’archistar puntando tutto sull’avvocato. Adesso siamo al conteggio finale. Una notte ancora. Una notte soltanto.
Da una parte Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, avvocato, figlio di Giandomenico, padre della riforma del Codice di procedura penale. Dall’altra Stefano Boeri, assessore alla Cultura, archistar, figlio di Cini e Renato, la prima grande architetto, il secondo neurologo di fama mondiale. Per un neofita del mondo milanese l’album di famiglia sembra lo stesso: stessa provenienza alto-borghese, stessi licei d’eccellenza (Berchet per Pisapia, Manzoni per Boeri), stessi percorsi politici (dalle file del Movimento studentesco alle esperienze dell’estrema sinistra). Mettiamoci anche la carriera. Brillante in entrambi i casi: uno penalista di grido, l’altro architetto conosciuto in tutto il mondo. Invece i due sono come il diavolo e l’acqua santa, il bianco e il nero, due rette parallele destinate a non incontrarsi mai. L’origine è la stessa, le strade personali divergono. Radicalmente. Mite, ma solido come la roccia Pisapia. Scalpitante, ma con il pregio (o il vizio) della franchezza, Boeri. Si scontrano su tutto, come se le primarie non si fossero mai concluse. Dall’Expo a dove mettere il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, dalla vendita dei gioielli di famiglia (Sea e Serravalle) al Museo dell’Arte contemporanea a Citylife, dai rapporti con il governatore Roberto Formigoni agli Ambrogini d’oro. Stillicidio di dichiarazioni. Che provocano reprimende, tensioni, scontri all’interno della giunta. «Non è capace di fare gioco di squadra» dicono i detrattori di Boeri. «Da quando esiste il reato di opinione?» replicano i sostenitori. Un’escalation. Di incomprensioni. Di fughe in avanti. Nonostante le rassicurazioni. Come quando Boeri disse: «Tra noi c’è forse una diversa modalità di espressione, ma una totale sintonia». Peccato che gli strumenti non fossero accordati.
Un esempio banale? Boeri propone lo scultore Maurizio Cattelan per gli Ambrogini d’oro, la massima onorificenza civica. La risposta di Pisapia? «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Risultato: Cattelan non è tra i premiati. Posizione condivisa dal Pd. E qui si apre un altro scenario. Perché il caso Pisapia-Boeri è come una matrioska. Un’immagine ne nasconde un’altra. Sono tanti i veli. Ne strappi uno e al di là del problema caratteriale trovi la questione politica. Boeri non è uno qualunque. È stato il candidato delle primarie per il Pd. Uscito sconfitto contro Pisapia. Ma è il candidato. Tanto che il Pd lo propone come capolista per le Comunali. Prende 13.500 preferenze. Il secondo più votato dopo Silvio Berlusconi. Come riconoscimento diventa capodelegazione del Pd in giunta. Ma ha il torto — che caratterino — di litigare anche con il partito. E così l’uomo di punta dei democratici, almeno per le prime 48 ore, viene lasciato in balia di se stesso. Con dichiarazioni gelide. «Tra noi e il sindaco Pisapia — dicono gli esponenti del Pd — non c’è nessun problema politico». Ma come? Boeri non è il capodelegazione? Non è l’uomo su cui il Pd aveva puntato tutte le proprie speranze? Qualcuno si accorge che la sua sconfitta è la sconfitta del partito. E cerca di intervenire. Non tanto il segretario Pier Luigi Bersani, quanto Walter Veltroni. Ma è una difesa blanda. Un po’ incomprensibile.
Altra matrioska. La camera si allarga al popolo che ha portato alla vittoria Pisapia. I social network si muovono con insolita lentezza. Solo ieri sera i siti si riempiono di appelli: «Non uccidete il sogno arcobaleno». In tanti non si capacitano di quello che sta accadendo. Chiedono un passo indietro a entrambi. Ci sono anche gli ottimisti inguaribili: «Tranquilli. Potete essere certi che tutta questa ridicola pantomima terminerà presto in un niente, una bella stretta di mano per il bene della coalizione e avanti tutta con l’Expo di Formigoni». Si muove anche Adriano Celentano. Chiama l’ambientalista Milly Moratti, moglie di Massimo. Vuole intervenire. Anche Ermanno Olmi sente il bisogno di dire qualcosa. Si muove il mondo della cultura. Quello che Boeri aveva frequentato fin da ragazzino a casa sua.
E si torna all’origine. A quella radice comune che è ormai spezzata. Il borghese Pisapia e il borghese Boeri. Qualcuno ha vinto e qualcuno ha perso. Non saranno i Buddenbrook, ma anche a Milano qualcosa sta cambiando.
Maurizio Giannattasio