Armando Torno, Corriere della Sera 29/11/2011, 29 novembre 2011
Nel capitolo XXIX de I Promessi sposi il sarto del villaggio commenta una stampa rappresentante il cardinale, attaccata a un battente dell’uscio
Nel capitolo XXIX de I Promessi sposi il sarto del villaggio commenta una stampa rappresentante il cardinale, attaccata a un battente dell’uscio. A chi fosse capitato nella sua casa, faceva notare che non gli somigliava, perché lui aveva potuto vederlo da vicino, ma — ripeteva il buon uomo — «c’è sotto il suo nome: è una memoria». Seppur infedele nel ritratto, quell’incisione porta in un mondo perduto, tra immagini che costituivano l’arredo figurativo di una semplice abitazione al tempo della Controriforma. La scena viene in mente leggendo un saggio di Andrea Menzione, Preghiera e diletto. Immagini domestiche a Pisa nel Seicento (Edizioni Plus, pagine 272, 18) dove è evocata la «galleria immaginaria» che racchiudeva forme di devozione privata o di religiosità diffusa di quel mondo. L’autore, dopo aver pubblicato saggi di storia agraria e di demografia (soffermandosi particolarmente su matrimonio e famiglia), da alcuni anni dedica le sue ricerche alle forme visibili della religiosità. O meglio, al rapporto tra quel che si credeva o si fantasticava e le immagini che cercavano di rappresentarlo. Pur essendo un saggio che si concentra nel mondo pisano, il libro è di notevole interesse, giacché l’autore entra con discrezione in case contadine o di artigiani, ma anche in qualche nobile magione. Osserva tutto e racconta di un quadro del Salvatore a tempera o di una Madonna in gesso. Oppure, presso i nobili Gaetani, parla di «tabernacolini e altarini nella camera con tre letti a colonne e due inginocchiatoi». Si rivela un mondo con immagini di Cristo e della Vergine, con la Sacra Famiglia o solenni figure veterotestamentarie. Ma anche abitato da ritratti di imperatori e sibille, paesaggi, fiori, frutta. E da qualche mito.