Gianni Trovati, Il Sole 24 Ore 28/11/2011;, 28 novembre 2011
I MILIONI DI «PRIVILEGI» NASCOSTI NEL SISTEMA
«Sacrosanto». Quando Mario Monti ha spiegato al Parlamento che sulle pensioni occorreva intervenire di nuovo per eliminare le «ampie disparità di trattamento» e le «aree ingiustificate di privilegio», l’hanno pensato tutti. Un sistema che chiede i «sacrifici» per provare a tenere in rotta i conti pubblici non può tollerare l’ex commissario all’agenzia siciliana per i rifiuti che riceve un assegno (lordo) da 1.369 euro al giorno, mezzo milione all’anno, i 3.108 euro lordi ricevuti ogni mese da chi ha varcato una sola volta le porte del Parlamento, e l’altra ricca aneddotica che si incontra spulciando fra gli alti rami della politica e dell’amministrazione. Numeri e tabelle, però, dicono che un viaggio fra le «ampie disparità di trattamento» è destinato a fare i conti in tasca anche a milioni di persone che non hanno mai fatto politica in vita loro.
Il sorvolo sui privilegi, naturalmente, deve partire dai vitalizi. La scienza economica insegna che riformare la previdenza significa pensare al futuro, e fedele a questo spirito l’ufficio di presidenza del Senato ha deciso giovedì scorso di abolire i vitalizi solo per chi debutterà a Palazzo Madama dopo le prossime elezioni. I senatori, guidati dalla cautela obbligatoria quando si toccano le pensioni, non si sono sbilanciati nel decidere subito di estendere al laticlavio il sistema contributivo. «Forse è meglio un’assicurazione», hanno pensato i senatori, decidendo che comunque è indispensabile prima un «ampio confronto» con i colleghi della Camera. Tutti i membri del «Parlamento dei nominati», nel frattempo, possono stare tranquilli: la mini-aliquota applicata alle loro indennità, l’8,6% più un obolo del 2,15% se vogliono garantirsi la reversibilità ai congiunti, continuerà a dare diritto al vitalizio con la doppia «regola del 60»: 60 anni di età per cominciare a ricevere l’assegno e 60% dell’indennità per calcolare l’importo massimo. Lo stesso «sguardo lungo» che anima il Parlamento si ritrova nelle Regioni: la manovra-bis di Ferragosto chiede cortesemente (non può imporlo) di cancellare i vitalizi dei consiglieri, e le Regioni rispondono compatte: «Certo, dalla prossima legislatura». Ha fatto così l’Emilia Romagna, ancora prima della manovra, seguita fra gli altri da Marche e Umbria, e sulla stessa strada si collocano ora la Basilicata e la Puglia: Regioni, queste, primatiste per i vitalizi, che a Potenza possono arrivare al l’84% dell’indennità e a Bari volare fino al 90% (9.389 euro al mese, per intendersi).
Se si assume come regola il «tanto versi, tanto ricevi», pilastro del sistema contributivo, sono in tanti a rischiare di entrare nel mirino della «lotta ai privilegi» che il Governo sta studiando. Le banche dati dell’Inps, per esempio, registrano 405mila titolari di assegni erogati dai «fondi speciali» (telefonici, elettrici, trasporti e dirigenti industriali), dove un insieme di regole ad hoc assicura trattamenti medi spesso decisamente più elevati rispetto a quelli degli altri lavoratori dipendenti. Un dislivello che, insieme a quello ancora più marcato rilevato negli assegni dei 9.770 pensionati dei «fondi sostitutivi» (volo e dazieri), è già finito sotto gli occhi del Governo, che sta studiando un contributo di solidarietà riservato a chi ha questi trattamenti.
Per allontanarsi dall’equilibrio fra dare e avere tipico del contributivo, però, non sono indispensabili assegni «pesanti». Gli assegni ricevuti ogni mese dagli ex lavoratori autonomi, per esempio, superano di poco la media dei 780 euro al mese. Il problema, però, è che l’aliquota contributiva (tra il 20 e il 21% a seconda della categoria e della fascia di reddito, contro il 32,7% dei dipendenti, per due terzi pagato dall’azienda) offrirebbe importi decisamente più bassi, e chi va in pensione oggi riceve in media 3,3 volte quello che ha versato nel corso dell’attività. Il pareggio fra entrate e uscite, che garantisce assegni medi pari al 50% dell’ultimo reddito dichiarato, si raggiungerà completamente solo intorno al 2037, e ai ritmi attuali sarebbero 3,5 milioni le persone che andando in pensione prima riceverebbero un trattamento più "generoso".
Il calendario lentissimo di entrata in vigore della riforma Dini, che il Governo intende smussare con il contributivo pro quota per tutti, si fa sentire anche dalle parti dei dipendenti, anche se nel loro caso i dislivelli attuali sono decisamente più contenuti. Ai dipendenti la pensione contributiva «pura», per chi versa con regolarità, sfocia in un assegno medio intorno al 65% dell’ultimo stipendio: aspettare ancora 23 anni per l’entrata a regime, però, permetterebbe a quasi 5 milioni di persone di ricevere qualcosa in più.