Piero Mei, Domenica-Il Sole 24 Ore 27/11/2011, 27 novembre 2011
SUA MAESTÀ EQUINA
«Altezza, il fratello di Persimmon bisognerà proprio operarlo di castrazione: altrimenti con quel carattere che ha non riusciremo mai a cavarne qualcosa di buono». Era l’inverno del 1900 quando l’allenatore della scuderia reale inglese, Richard Marsch, cominciò a provare, prima davanti allo specchio e poi con la moglie, il discorsetto che s’apprestava a dover fare al principe di Galles, l’erede al trono d’Inghilterra, che era il proprietario del cavallo in questione, come lo era stato di Persimmon, che aveva vinto il Derby d’Epsom.
Ora il discorso da fare a Sua Altezza era piuttosto difficile, e non tanto perché si sarebbe andati a trattare di faccende di sesso, che magari avrebbero suscitato qualche risatina nell’ambiente del principe: non è mai stato questo il tipo di argomento che abbia messo in difficoltà un membro della famiglia Windsor anche ai tempi della regina Vittoria.
Proprio per la regina, il discorso al principe si faceva delicato: perché in omaggio alla madre Sua Altezza aveva battezzato il cavallo Diamond Jubilee, giubileo di diamanti, giacché era nato nel sessantesimo anniversario del regno di lei. Il principe Carlo avrà la stessa gentilezza nei confronti di mammà, la regina Elisabetta, il cui giubileo di diamanti cade l’anno prossimo e già Londra olimpica brulica di gadget adeguati, compresi thè, biscotti e cioccolatini speciali in bella mostra da Fortnum & Mason? Si poteva operare di castrazione un omaggio filiale, specie se la mamma è l’imperatrice? Richard Marsch non riusciva a sciogliere l’enigma.
Però, Diamond Jubilee non faceva assolutamente niente per far ricredere il suo allenatore: non solo aveva ormai alle spalle una modesta carriera di due anni, con sei corse e una sola vittoria; ma, non appena gli capitava a tiro Morning Cannon, il fantino numero uno della scuderia reale, gli si avventava contro, per morderlo, rampargli addosso, oppure, voltandosi all’improvviso, prenderlo a calci. Diamond Jubilee odiava il suo fantino, quel nanetto. Bisognava raffreddare i bollenti spiriti castrandolo, anche se questo avrebbe significato precludergli la possibilità di partecipare alle corse classiche, come il Derby.
Sarà meglio farlo, si diceva Marsch, tanto così non combinerà mai niente. E finalmente ne parlò con Sua Altezza. Il principe cercò di resistere: se poi lo viene a sapere la regina? Diceva fra sé e sé. Alla fine Alberto Edoardo (quando finalmente divenne re scelse il secondo nome) si convinse: ma sì, facciamolo operare.
Chiamarono il veterinario, gli spiegarono la situazione, gli raccontarono tutte le cattiverie che il cavallo era solito fare, e in particolare Morning Cannon raccontava di quella volta che quel bastardo... e di quell’altra che... e insomma non ci si poteva avvicinare che sennò chissà cosa ti capitava. Il veterinario ci pensò su qualche minuto, poi declinò l’incarico: quello è matto, io non mi ci avvicino proprio, perché per operare di castrazione lui finisce che ci rimetto qualche pezzo anche io, e chissà quale, forse gli stessi suoi. Così Diamond Jubilee restò maschio.
E, quasi avesse capito chi era stato il suo principale accusatore e quale rischio avesse corso, il cavallo perseguitò ancora di più Morning Cannon, mentre si comportava come uno zuccherino con il suo ragazzo di scuderia, Herbert Jones, che tutte le mattine gli faceva la paglia, lo puliva, gli dava la biada e il fieno e gli cambiava l’acqua. Questo sì che gli stava simpatico; Diamond Jubilee con lui era un altro cavallo: si strofinava, si faceva toccare. Quasi quasi, si diceva l’allenatore Marsch senza avere il coraggio di dirlo ad alta voce, la prossima volta che corre lo faccio montare a Herbert anziché a Morning. Ne parlò con Sua Altezza: al principe, che era fra gli uomini più tollerati da Diamond Jubilee, quel cavallo e le sue mattane in fondo piacevano; e può darsi che la pensasse come lui in materia di fantini: Morning Cannon stava antipatico anche a Sua Altezza, mentre il giovane Herbert gli piaceva. Sì, disse a Marsch, la prossima volta facciamolo montare al ragazzo.
La prossima volta erano le Duemila Ghinee, il miglio classico: vinse. Ora il Derby, l’erbavoglio anche di un re; l’avversario numero uno era il cavallo Sipon Dale, che aveva in sella Morning Cannon. Quando lo vide, Diamond Jubilee cominciò a fumare dalle narici: stai pur certo che da quello non mi faccio battere, avrebbe detto, se avesse potuto, al ragazzo Jones che gli stava in sella. Il cavallo del principe e l’odiato fantino ingaggiarono una battaglia personale che fu lunga per tutti i 2.400 metri del percorso di Epsom: alla fine ebbe ragione Diamond Jubilee, che vinse per tre quarti di lunghezza. Adesso chi schiumava, ma di rabbia, era Cannon.