Elisabetta Rasy, Domenica-Il Sole 24 Ore 27/11/2011, 27 novembre 2011
LA «GENTIL ESCA» DEGLI UOMINI
Durante le feste di Natale del 1650 Artemisia Gentileschi non è stata bene. Lo scrive a uno dei suoi prestigiosi committenti, il principe Antonio Ruffo, in quella che è la sua ultima lettera conosciuta. Di lettere, sgrammaticate quanto sapienti, ne ha scritte tante nella sua vita: lettere d’amore, di dolore, di desiderio e d’affari. «Molti acciacchi e travagli» l’hanno tenuta a letto, spiega all’amico aristocratico, ma poi non perde tempo a lamentarsi e subito gli chiede cento ducati di anticipo per due opere che intende vendergli a un buon prezzo. Ha cinquantasette anni e forse sente che è il caso di affrettarsi: poco dopo di lei non si avranno più notizie, ancora prima della terribile peste che nel 1656 colpirà Napoli, la città dove ormai da molti anni risiede. Ma di tempo Artemisia non ne ha perso mai, e che con gli uomini bisogna combattere, difendersi e attaccare, l’ha imparato quando era poco più che una bambina, orfana di una madre precocemente scomparsa in una famiglia di tutti maschi, con i quali era necessario stare sempre in guardia: in primo luogo suo padre, Orazio, un artista importante, ma con un carattere che dava «più nel bestiale che nell’humano». Quando Artemisia esce di scena, occorrerà aspettare più di un secolo perché un’altra donna occupi il posto di regina della pittura nelle grandi collezioni europee, ma Elizabeth Vigée-Lebrun, settecentesca signora del pennello, sarà una maestra di grazia, non una combattente della vita e dell’arte come la ragazza romana che a diciott’anni non è che la malfamata protagonista di un fattaccio di cronaca e di uno scabroso processo per stupro che, da via Margutta alla Lungara, è sulla bocca di tutti e che la costringe a scappare da Roma con un marito trovatole lì per lì in intrighi di famiglia per salvare il (poco) salvabile del suo onore.
Ora che nella mostra di Milano i quadri di Artemisia sono raccolti ed esposti senza l’ombra del padre, per quello che Artemisia è stata e ha fatto, e si offrono con i colori a volte scuri o addirittura foschi a volte abbaglianti della sua scena dipinta, è difficile non vedere lei in ogni figura e volto femminile che sbuca dall’ombra dei secoli. Non si tratta di stabilire se siano suoi autoritratti dissimulati, certo molte di quelle donne le somigliano ma non tutte. È qualcosa di diverso e più singolare che si sprigiona da quei corpi così brutalmente carnali, così lontani da ogni idealizzazione, l’effetto di un narcisismo doloroso che non concede nulla alla graziosità femminile: è come se quei quadri fossero lo specchio di una donna che con attenzione si guarda vivere. E vivere una vita tempestosa, una vita certamente spericolata ma soprattutto, per il suo tempo e il suo spazio, inaudita.
L’esistenza e la pittura per Artemisia si mescolano fin dall’inizio. Agostino Tassi, il suo stupratore, è un valente pittore esperto di prospettive, amico e capo del padre nei lavori per i gran signori romani, ma anche un noto mascalzone, una figura caravaggesca che impiccia con i soldi, truffa e pensa che le donne siano state create dalla provvidenza per essere stuprate da lui. È Orazio a fargli conoscere la figlia, quando la ragazza si fa viva nel cantiere degli affreschi per il Casino delle Muse a Monte Cavallo, il colle del Quirinale, nel palazzo del cardinale Scipione Borghese che più tardi sarà dei Pallavicini- Rospigliosi. Gentileschi ritrae la figlia diciottenne come una bella matrona, languida e corrucciata, un ventaglio in mano, una serva di colore alle spalle. Forse anche lei lavora sulle impalcature, ha imparato fin dai primi anni di vita a mescolare i colori, a pulire gli stracci e a fabbricare i pennelli, anche se i frequentatori della casa di via Margutta diranno più tardi al processo, perché parlare male di una donna stuprata è la cosa più facile del mondo, che quella ragazzina trascurata era nient’altro che una «poltrona et puttana». Ma ha anche imparato a dipingere, insieme al padre o da sola, e se Orazio pensa che il talento si trasmette di padre in figlio nel suo caso, caso del tutto insolito, ha capito che si è trasmesso di padre in figlia. Agostino invece, più che le mani all’opera, in quel su e giù per le impalcature le guarda il corpo, già molto adulto, e decide che non vuole farne a meno. Quando Orazio, forse solo in odio al vecchio amico per qualche rivalità e screzio professionale, invoca giustizia in una supplica al papa e il processo ha inizio, va in scena l’eterno copione: Agostino dice che la ragazza ci stava. Ma davanti ai giudici che non si fanno scrupoli di applicarle i «sibilli», cordicelle che torturavano le dita del testimone per estorcere la verità, la ragazza invece non ci sta, e racconta per filo e per segno cosa è avvenuto sul letto della casa di via Margutta, sopportando la nuova violenza del tribunale, che ora è il padre a imporle, senza farsi intimidire. Nella corte di giustizia del papa, dove si parla in un aulico e astratto latino, riferisce nel suo italiano brutale, senza paura, quello che l’uomo le ha fatto sul letto dove l’ha spinta («... mi mise un ginocchio tra le coscie ch’io non potessi serrarle... et appuntatomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro che io sentivo che m’incedeva forte e mi faceva gran male...»), ma riferisce anche quello che gli ha fatto lei: «... presi un cortello e andai verso Agostino dicendo "Ti voglio ammazzare con questo cortello che tu m’hai vittuperata"». Il processo romano, teatro a sordide tinte di ogni ingiuria e accusa e calunnia, dura dal marzo all’ottobre 1612. Ma quando col marito Pierantonio Stiattesi Artemisia arriva a Firenze pochi mesi dopo non è una donna disonorata e distrutta: è già la guerriera che riuscirà a farsi strada nel mondo della cultura e delle grandi corti dell’epoca, trattando a tu per tu principi, gran dame e scienziati o intellettuali, da Michelangelo il Giovane a Galileo Galilei a Cassiano dal Pozzo.
Pronta non più per le leggende degli atelier romani – donna d’amore e di coltello – ma per risorgere tre secoli dopo, santa subito del pantheon femminista (e già Anna Banti, con un romanzo del 1947, aveva capito che non era solo materia per gli storici dell’arte). È pronta, a vent’anni, per il suo futuro di gloria, ma non ha dimenticato: sa che l’amore può mischiarsi alla crudeltà e che il letto – tanti ne appariranno nei suoi quadri, quello dove Oloferne è sgozzato, dove Danae è inondata dal seme aureo di Giove, dove Cleopatra vorrebbe il piacere ma si dà la morte – il letto come quello in cui l’ha buttata Agostino non è un semplice giaciglio, ma un luogo primordiale dove la passione che unisce i corpi può torcersi, come un lenzuolo sgualcito, nella distruzione che li separa.
È a Firenze, entrata nelle grazie della granduchessa Cristina di Lorena cui suo padre l’ha presentata ma ben presto, grazie ai suoi soli meriti, anche del granduca Cosimo II de’ Medici, che Artemisia affronta e supera una prova molto più ardua della violenza carnale e del processo di stupro: fare di se stessa qualcosa di diverso di quello che ne hanno fatto gli altri. Sempre alle prese con difficoltà economiche e spossata dalle gravidanze – quattro figli in sette anni, tutti nel soggiorno fiorentino dal 1613 al 1620 – comincia a programmare la propria carriera, non più sporadicamente nella scia del padre come a Roma ma addirittura superandolo nella fama e nella considerazione. Non è un’artigiana della pittura, è un’artista, tanto che nel 1616 riesce a iscriversi al l’Accademia del Disegno. È piena di debiti, di dispiaceri, di affanni, ma il suo guardaroba deve essere bello come quello delle sue eroine – la sua Giuditta non va mai a scannare Oloferne senza ricoprirsi di sete e gioielli, Artemisia sa bene che la violenza può nascere dalla seduzione e che gli abiti sono una seconda pelle per le donne – e soprattutto il suo corpo non deve essere meno affascinante di quello delle sue eroine. Non ha pudori quando le dipinge nude, non ha pudori quando scrive – meraviglioso ritrovamento delle lettere – all’amante Francesco Maria Maringhi, «l’amore benedeto», la sua «vita dolce», il coetaneo gentiluomo fiorentino che le farà dimenticare gli uomini tutt’altro che gentili che ha conosciuto da quando è nata. E come dev’essere stato emozionante per l’aristocratico amico del banchiere Frescobaldi e del bel mondo granducale conoscere questa creatura fuori dalle regole, che a trent’anni, quando per le donne cominciava allora l’età del ritegno o della stanchezza, è ancora «bella più che mai», come gli scrive da Roma un comune amico e come appare nel ritratto che l’illustre francese Simon Vouet le dedica, lei radiosa come una giovinetta e tra le dita affusolate gli strumenti del mestiere. È un amore che non finirà ma che non la domerà: lavora, stringe amicizie, non teme di proporsi ai potenti del suo tempo, contratta i prezzi, cambia città, dopo Firenze torna a Roma, poi Venezia, Napoli, Londra, dove il padre con cui sempre si accapiglia e forse si ama la vuole con sé prima di morire, e ancora Napoli, da dove vorrebbe tornare a casa, tra via Margutta e il Tevere come quand’era ragazzina. Soltanto la morte, quando ha poco più di sessant’anni riesce a fermarla, mai «gli acciacchi e travagli» – ha perso tre dei figli che ha partorito – sono riusciti a scoraggiarla. Quando nel 1620 era scappata da Firenze, inseguita dalla gloria e soprattutto dai creditori, nella accidentata strada verso Prato era malamente caduta da cavallo ma si era subito rialzata e aveva galoppato ancora più veloce. Il marito, che presto era diventato il suo segretario, raccontò poi l’episodio in una lettera all’illustre pubblico protettore e segreto (per poco) amante Maringhi: ad Artemisia «li valse il sapere cavalcare», ma soprattutto «non conoscere paura di sorte alcuna».