Armando Massarenti, Domenica-Il Sole 24 Ore 27/11/2011, 27 novembre 2011
IL RISCHIO DI DIRE LA VERITÀ
Il coraggio, diceva Bernard Williams, non è una virtù considerata dai moderni importante quanto lo era dagli antichi. Dire la verità, essere franchi, richiede dosi di saggezza pratica non facili da coltivare per chi vuole evitare di far danni. E, unendo le due virtù, il "coraggio di dire la verità" è qualcosa di più complesso e pieno di sfumature di quanto potremmo pensare. Michel Foucault lo sapeva bene, e negli ultimi anni della sua vita, mentre andava componendo i tasselli della sua «storia della sessualità» con libri come L’uso dei piaceri e La cura di sé, si dedicò con gran finezza di analisi a questi concetti, così come essi si delinearono nella cultura greca e latina. L’ultimo corso al Collège de France, dove insegnò dal 1971 al 1984, anno della sua morte, è il suo testamento spirituale. Tenute mentre era già malato di Aids, quelle lezioni, ora raccolte in Il coraggio della verità, affrontano la questione della parresia, categoria chiave della cultura filosofica e politica greca, che Foucault rilegge conferendo a essa una "trasversalità" capace di aderire significativamente ai temi del nostro tempo.
Diogene Laerzio riporta che Diogene il cinico, quando gli fu chiesto quale fosse per lui il più grande pregio in un essere umano, rispose appunto la parresia, ovvero la libertà nel parlare, nel dire sinceramente tutto (pan + rema) ciò che si pensa all’interlocutore. Una pratica non sempre apprezzata. Dire sinceramente tutto ciò che si pensa può indisporre l’interlocutore e indurlo ad adirarsi. Ma è proprio a una sorta di ira costruttiva che sembrava mirare Diogene il cinico nel suo celeberrimo incontro con Alessandro Magno, suo grande ammiratore. «Spostati, mi fai ombra», osò dire Diogene al condottiero che si era frapposto tra lui e il sole. Seguì un colloquio pieno di verità insultanti che spinsero più volte il condottiero a porre mano alla spada. La parresia, benintesa, comporta il rischio di dire qualcosa di scomodo a qualcuno di più potente di noi che potrebbe anche infierire. Ma scommette anche sulla possibilità di rispecchiarsi nelle proprie reciproche virtù. «Alessandro fu allo stesso tempo positivamente colpito dalla sfacciataggine dell’uomo e dalla compostezza con cui non si mostrava intimidito dalla sua presenza. Infatti – commenta Dione Crisostomo – è in qualche misura naturale che i coraggiosi amino i coraggiosi, mentre i vigliacchi guardano a essi con timore e li temono come nemici, e al contrario danno il benvenuto ai vili e li apprezzano. E così per i primi le cose più gradevoli del mondo sono la verità e la franchezza, per i secondi l’adulazione e l’inganno».
Foucault, facendo tesoro della lezione del suo collega e maestro Pierre Hadot (di cui Cortina ha appena pubblicato La felicità degli antichi), traccia una storia del concetto a partire dagli "esercizi spirituali" effettuati da pitagorici, stoici e neoplatonici.
Nella pratica greca dell’esame di coscienza – ben più antica della confessione cattolica – è necessaria la presenza di un "altro" che induca il soggetto a essere onesto con se stesso. Tale interlocutore, diversamente dal sacerdote o dallo psicanalista, non deve possedere uno status particolare: basta semplicemente che sia dotato della parresia, la facoltà di esser franco. Galeno consiglia, in caso non si abbia a disposizione un amico o un insegnante adatto al ruolo, di andarci a cercare per le strade una qualunque persona franca, capace di farci fare un buon esame di coscienza e di spronarci verso la virtù.
Il gioco della parresia, però, funziona solo quando chi chiede franchezza è poi disposto ad ascoltare ciò che il parresiasta gli dice. Il che accade raramente, soprattutto quando colui che parla sinceramente non lo fa nell’ambito di un’amicizia privata, ma all’interno di un contesto politico. Qui è ancora più difficile – lo era già ai tempi della democratica Atene – che la parresia venga davvero apprezzata. È anzi, in genere, considerata un difetto.
Nella Grecia classica, in particolare nel contesto ateniese – fa notare Foucault – la parresia ha un doppio significato. Il primo significato è positivo: il parresiasta è colui che parla franco, che proclama verità scomode, senza paura di andare incontro alle ire dell’assemblea politica. Il secondo significato è invece negativo: in questo caso non si tratta di dire il vero, ma di dire tutto ciò che passa per la mente purché sia utile al proprio egoistico tornaconto, ai limiti della ciarlataneria politica.
Le due forme di parresia convissero nella democrazia ateniese. Come ironicamente ci ricorda La Costituzione degli Ateniesi, ad Atene va attribuito il merito di non avere adottato precauzioni che impediscano agli stolti e agli ubriaconi di dire in assemblea tutte le scempiaggini che vogliono. Ed è sempre ad Atene, del resto, che chi dice la verità con coraggio viene condannato per empietà, come è accaduto a Socrate.
La figura di Socrate si erge a emblema della parresia buona e ritorna continuamente, in ogni punto delle lezioni di Foucault, a sollecitare la nostra cattiva coscienza di moderni. Socrate è il parresiasta perfetto, che riunisce in sé anche le qualità proprie del profeta, del saggio e dell’insegnante, che sono altre tre distinte "figure di verità". Anche il profeta, infatti, dice la verità, ma la cela in enigmi da interpretare. Il saggio crede in una verità universale, e vive appartato e silenzioso. L’insegnante, infine, trasmette le verità dei saperi meramente pratici. Solo il vero parresiasta però si espone in prima persona, parla con chiarezza affinché le sue affermazioni scomode siano comprensibili a chiunque e, soprattutto, non tocca verità universali e lontane, ma situazioni particolari che secondo lui devono essere corrette. L’esercizio della parresia è dunque strettamente apparentato con quello della virtù e, soprattutto, con l’esercizio del coraggio. Chi parla elencando ai potenti i loro difetti, sa di rischiare grosso. Così Demostene nelle Filippiche, così Platone nell’incontro con il tiranno siciliano Dionisio, così Diogene il cinico e così Socrate, che praticò il suo parlar franco entrando nelle case e stimolando uno a uno i suoi interlocutori verso il buon ragionamento, affinché essi potessero imparare a ben vivere e a ben governare lo Stato. Egli credeva infatti che, per sopravvivere, lo Stato ha bisogno proprio della verità. Nel Lachete e nell’Alcibiade, poi, insiste sul tema dell’educazione dei giovani, l’unica arma davvero potente contro la corruzione morale della politica.
Quanto fu apprezzata la parresia di Socrate ce lo insegna la storia. La democrazia di Atene fu spesso preda di demagoghi, di ciarlatani imbonitori, dediti solo ai propri interessi. Platone nella Repubblica vede lo Stato come una nave nel totale scompiglio, perché in molti aspirano a impossessarsi del timone, sottraendone la guida al timoniere ufficiale, il popolo. Aristotele ha posto a severa critica filosofica il tema della parresia, quando si sofferma a trattare dell’ostracismo, un provvedimento in base al quale il popolo ateniese poteva allontanare un cittadino, non perché avesse commesso un delitto (per questo c’era l’esilio), ma solo perché il suo prestigio e la sua eccellenza in tutti i campi lo mettevano al di sopra degli altri cittadini. Aristotele comprende le ragioni dell’ostracismo: allontanare un individuo "superiore" che potrebbe probabilmente aspirare a un colpo di Stato e all’abolizione della democrazia. Ma al contempo osserva che, in questo modo, gli elementi migliori, coloro che con più sapienza potrebbero governare eliminando il mal governo, sono messi fuori gioco.
Di tutti i filosofi, quelli che sono sempre accostati alla virtù del parlar franco sono i cinici. Il filosofo cinico, nel suo vivere povero, vestito di stracci, ramingo con un bastone come compagno, non solo dice la verità, ma la testimonia nel suo stesso modo di vivere. Il cinico è l’incarnazione stessa della parresia, come emerge da un aneddoto su Cratete. Ipparchia si era incaponita nel volerlo sposare e allora lui, invece di cercare di dissuaderla con le parole, si spogliò completamente dei suoi stracci di fronte a lei e, una volta nudo, le disse che quello era tutto ciò che possedeva. La mise di fronte alla verità con scandalosa franchezza e impudenza. Egli sapeva che la maggior parte delle donne non avrebbe accettato una simile povertà di vita. Ma si sbagliava. Ipparchia seppe ascoltarlo e sposò non solo Cratete, ma anche il suo stile di vita. Lo stile di vita del vero filosofo. E così vissero, cinici, sinceri e contenti.