Lorenzo Tomasin, Domenica-Il Sole 24 Ore 27/11/2011, 27 novembre 2011
L’ITALIA È UNA BELLA DONNA
Una delle molte consuetudini a cui l’euro ci ha ormai disabituato riguarda una faccia un tempo nota: il profilo di una ragazza redimita d’una corona di torri o d’un ramoscello, o anche con i capelli sciolti, lievemente ondulati. È l’immagine dell’Italia che ogni giorno passava tra le dita degl’italiani, impressa su monete, marche da bollo e francobolli di vario taglio ai tempi della liretta repubblicana. Quell’immagine, però, non si è ancora del tutto dileguata e rimane nel nostro immaginario non solo grazie alle sempre più rare raffigurazioni ufficiali, ma anche per via di persistenti abitudini figurative, a partire da quelle dei tanti vignettisti di fama che ancora amano raffigurare il Bel Paese nelle vesti di una fanciulla incoronata e triste. Della tristezza diremo tra poco. Quanto agli altri contrassegni – dal sesso all’età, dall’abbigliamento al tipico e scomodo accessorio-copricapo – l’immagine dell’Italia come una donna è molto antica, risalendo alle origini stesse del sentimento geografico e insieme politico della Penisola. Cioè all’antichità italica e romana. La lunga storia che, a partire dalle effigi numismatiche della Lega italica in lotta contro Roma, nel I secolo a.C., porta fino alla cosiddetta Siracusana di un celebre francobollo degli anni Cinquanta, è ora ripercorsa dalla storica Nicoletta Bazzano in un libro che, nello sforzo di render sintetica e semplice la propria materia, si mostra manifestamente rivolto a un pubblico di non (o non solo) addetti ai lavori.
Colpisce, senza dubbio, il fatto che alla Penisola che Dante definirà «giardin dell’Impero» siano da sempre associati, nei processi di trasfigurazione allegorica, i caratteri decisamente (o: tradizionalmente) femminili che, certo, sono abituali anche per tante altre lande per via di classiche associazioni mentali (la terra è madre e nutrice) oltre che per circostanze meramente linguistiche: Italia è, in greco come in latino come in italiano, una parola grammaticalmente femminile. Ma nel caso della fanciulla turrita, queste ragioni si intrecciano inestricabilmente con quelle della storia, della politica, della letteratura. Del costume, anche.
Così, ricorda Bazzano, nella Roma imperiale «la consuetudine di rappresentare Italia con bambini in tenera età risponde anche all’esigenza di compendiare con un’immagine eloquente e sintetica un preciso provvedimento preso dall’imperatore Traiano in favore della gioventù delle città della Penisola». Anche in tal modo si sviluppa, passati i tempi della martellante propaganda augustea, l’immagine dell’Italia mater. Ma saranno soprattutto le vicende della tarda antichità e del Medioevo a conferire alla Penisola – o meglio alle sue raffigurazioni allegoriche e alle sue interpretazioni poetiche – i tratti che ne caratterizzeranno per secoli la condizione. Già «schiava di Roma» nell’iconografia e nella topica degli antichi, dopo la parentesi altomedievale in cui il suo nome è poco più che un flatus vocis privo di vera concretezza geopolitica. Nel basso Medioevo, Italia diviene la vedova abbandonata (dall’impero), il luogo della divisione politica e delle strazianti lotte intestine, insomma la derelitta entità che già fu donna di province e si è tramutata, significativamente, in bordello – con allusione metonimica a una condizione degradata e tipicamente femminile.
Da schiava a vedova, da petrarchesco «bel corpo» trafitto da «piaghe mortali» a fanciulla sedotta e abbandonata dai dominatori stranieri che ne percorrono il territorio: il percorso tracciato da Bazzano interseca naturalmente, ma solo occasionalmente, quello di chi da altre prospettive ha tracciato la storia e le avventure dell’idea civile dell’Italia (lo ha fatto l’anno scorso Francesco Bruni in un libro, Italia, di cui il Domenicale si è già occupato). Ma l’interesse si rivolge qui prevalentemente all’interfaccia figurativa di questa idea e di queste avventure: Bazzano percorre la Galleria delle carte geografiche del Vaticano, visita la Sala del Mappamondo del Palazzo Farnese di Caprarola, approda alle grandi sintesi dell’immaginario iconografico rinascimentale, come l’Iconologia di Cesare Ripa. Qui l’Italia derelitta e prostrata del tardo Medioevo o della prima età moderna ha ripreso fattezze e dignità di regina: lo scettro in una mano, la cornucopia nell’altra, la fanciulla si è già avviata a quella temporanea riscossa figurativa che la porta, fra Sei e Settecento, a una nuova riconosciuta maternità.
«Madre delle arti», cioè culla privilegiata della cultura europea, Italia si reincarna in una rappresentazione trionfante, divenendo donna «che sconfigge il tempo e che si presenta sovrana della sua storia e del suo passato, ancora pronta ad assolvere un ruolo regale». Come accade nell’allegoria dipinta da Valentin de Boulogne a Villa Lante al Gianicolo, nel 1628. Incuriosisce il pensiero che mentre gli artisti si esercitavano in figure così vigorose, il topos culturale dell’effeminatezza molle e ambigua degl’italiani dilagava nelle letteratura di mezza Europa.
Il Risorgimento, fin dalle sue premesse settecentesche, conterà su tutte le sfumature e su tutti i particolari di un’immagine ormai stratificata e multiforme. E consegnerà alla nuova nazione unificata le immagini contraddittorie di fanciulle piangenti eppur aggraziate, come quella che singhiozza sul sepolcro di Vittorio Alfieri a Santa Croce, e quelle di femmine prosperose col volto velato dalla malinconia: è la celeberrima copertina grafica della «Domenica del Corriere» del 25 maggio 1958, in cui una cittadina forse appena uscita da un provino per Cinecittà si avvia mestamente al seggio delle elezioni politiche in cima a una fila composta da impiegati, suore e operai. Corona turrita, peplo tricolore cadente su forme morbide come quelle dell’antica dea-madre Cibele. E una mestizia invincibile dipinta negli occhi: «povera Italia» è l’espressione, già in uso a quel tempo, che dev’essere affiorata alla mente di tanti lettori.