Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 27 Domenica calendario

L’OROSCOPO DI WARBURG

Chissà se faceva molto caldo ad Amburgo, nell’estate del 1913, quando Aby Warburg organizzò un ciclo di conferenze su un tema che poteva apparire del tutto peregrino, e cioè le origini dell’astrologia in Occidente, a cominciare dagli antichissimi testi assiro babilonesi. Aveva pensato bene di affidarle a due studiosi insigni: Carl Bezold, grande esperto del mondo assiro e semitico, e Franz Boll, un filologo classico che nel 1905 aveva pubblicato Sphaera, un’opera fondamentale per la ricostruzione della antica mappa del cielo. Alle spalle di quel libro straordinario c’era una ricostruzione attenta degli antichi manoscritti e c’era la convinzione che, come gli aveva insegnato un suo maestro all’Università di Monaco, «anche nel punto meno appariscente, come nella lineetta più nascosta, poteva celarsi una parte della memoria di secoli ormai trascorsi», una «traccia di tutte le credenze e aspirazioni del passato, di quelle speranze e di quei doni che adesso potevano risvegliarsi a nuova vita».

Parlare seriamente di astrologia richiedeva una certa cautela: non significa che si è buddisti se si studia il buddismo, si cautelano gli autori, ma rivendicano nello stesso tempo appunto l’interesse, e la straordinaria ricchezza di prospettive, che si legano alla storia dell’astrologia. Una storia, sottolineano, in cui confluiscono fra l’altro la religione astrale babilonese, la credenza nel significato dei nomi, i miti greci, la scienza astronomica e anche qualcosa di più, che ancora ci interroga e ci pungola da vicino, al di là della curiosità scettica con cui leggiamo sul giornale il nostro oroscopo: la religione del cosmo, il bisogno di non sentirsi soli e senza senso nell’universo, ma di pensare il mondo umano come inserito nella vita universale. «Gli astri che non sbagliano, né smarriscono mai l’antico sentiero, offrono lo spettacolo di un ordine e di un potere saldo. ... Gli astri sono dei o degli dei li guidano, e il quadro multicolore che essi hanno intessuto nell’arazzo celeste rappresenta l’espressione del loro potere infinito. E tuttavia regolato da leggi», scrive Bezold alla fine di un percorso che dalle origini arriva fino a Goethe. E fino all’oroscopo di Goethe, che viene interpretato minuziosamente alla luce dei testi antichi, pur confessando che naturalmente non si può dimenticare quel che si sa della sua vita e delle sue opere.

Quelle conferenze tenute nell’estate ad Amburgo divennero qualche anno dopo un libro nel 1917. Sono di notevole fascino anche a rileggerle oggi, quando tante nuove ricerche sono state fatte, grazie anche agli autori, e a Warburg che li invita, ed è un interlocutore quanto mai attento e creativo.

L’introduzione del libro, intitolata Magia bianca e scritta da Maurizio Ghelardi, ci introduce nel vivo non solo dell’opera, ma di quel momento di straordinaria ricchezza culturale che fu la Germania tra fine 800 e primo 900 e che Ghelardi da ormai molti anni sta riscoprendo e riproponendo. La ricerca filologica, la riscoperta degli antichi testi astrologici e delle loro immagini, aprono la strada a nuove prospettive che riguardano da vicino la storia delle religioni, ma anche qualcosa di più profondo, perché, ricorda Ghelardi citando Hermann Usener, si pensa che nell’astrologia sia chiusa una mitologia che ha radici nella vita inconscia dell’uomo. Nello stesso tempo quelle ricerche offrivano nuovi strumenti per leggere e interpretare anche le opere d’arte del Rinascimento. E lo dimostra Aby Warburg, quando studia da vicino le enigmatiche immagini astrali che negli affreschi di Schifanoia, a Ferrara, stanno accanto ai segni dello Zodiaco, nella fascia intermedia tra il mondo degli dei e quello della corte. Quelle immagini, misteriose ed eleganti, rivelano i loro segreti, ci dimostra Warburg, se usiamo il codice adatto, e cioè l’antica mappa del cielo che proprio Franz Boll aveva ricostruito nella sua Sphaera. Possiamo allora riconoscere i decani, e cioè i demoni che presiedevano ciascuno a 10 gradi della volta celeste. Riaffiorano così nel Rinascimento, nota Warburg, quegli dei greci-orientali che erano stati addomesticati a fatica, ma mai sottomessi. E a noi viene da chiederci cosa avrà pensato Ludovico Ariosto, davanti a quelle immagini, e se lo avranno aiutato a salire sulla Luna, e ad adottare nei confronti della corte, e del mondo terreno, tanta libertà di prospettiva.

Molte altre ricerche, si diceva, sono state condotte nel secolo che ormai ci separa da questo libro. Ma noi possiamo anche leggere queste pagine da lettori ingenui, che si fanno guidare per un percorso che suona insieme familiare ed estraneo. Troviamo ad esempio spiegato perché tuttora i giorni della settimana si chiamano come i pianeti, mentre un antico testo babilonese fa trapelare alcune immagini in mezzo al linguaggio asciutto delle predizioni, come il Sole che piange, ed è circondato da una corte di stelle, o la Luna che viaggia su di un cocchio, e può avere varie corone, d’argento, d’oro, ma anche di vento maligno, e di ira funesta. Già da allora (prima del VII secolo a.C.) ci si affida alla magia del nome, al gioco delle associazioni, per cui si dice che se Marte si avvicina allo Scorpione, il re morirà della puntura di un insetto velenoso. Le predizioni, come si vede, riguardano i potenti: chissà se si usavano anche per la gente comune, ma certo non ce ne è rimasta traccia. È del resto una storia che dura per millenni: «Quando muoiono i mendicanti non si vedono comete», fa dire Shakespeare alla moglie di Cesare.