Paolo Villaggio, Domenica-Il Sole 24 Ore 27/11/2011, 27 novembre 2011
RE CARLO TORNAVA DALLA GUERRA
Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers è nata in una notte buia e tempestosa.
Era venerdì 14 dicembre 1962, io e Fabrizio stavamo perdendo tempo a casa di un certo Repetto, un paralitico molto simpatico che trascinava la propria vita su una sedia di paglia rubata da uno sconosciuto benefattore nella chiesa di Sant’Antonio, a Boccadasse. Abitava, Repetto, in un antro al pianoterra di un caseggiato fatiscente in cui aleggiava un violentissimo odore di minestra di verza, con una portafinestra che dava su un minuscolo cortile dove si celava un’insidia micidiale: un nano di gesso che con l’oscurità diventava invisibile.
Tutte le notti si radunavano da lui branchi di fannulloni squattrinati che regolarmente si dimenticavano del nano; le conseguenze abituali erano dolorosissime ginocchiate su un maledetto cordolo di cemento coperto di muschio e leggere escoriazioni ai gomiti, ma per la gioia degli astanti c’erano state anche due fratture di zigomi, quattro di tibie e un femore della signora Gandolfi, una vedova di settantasei anni che non apparteneva alla compagnia, ma si era spinta fin lì per chiedere un consiglio.
Insomma, quel venerdì di dicembre siamo tutti riuniti: il paralitico sulla sedia di paglia rubata, io su una sedia da giardino di ferro, Fabrizio su una sdraio blu sottratta ai bagni Lido, quattro fannulloni per terra e uno appoggiato alla parete. Non parla nessuno da ventisei minuti. Fuori, una pioggia da diluvio universale e lampi accecanti. Improvvisamente, in quel silenzio suggestivo, si sente uno strano raspare alla portafinestra. Il paralitico, con voce strozzata: «Chi cazzo è a quest’ora?». Altro raspare inquietante.
Fabrizio balza in piedi: «Allora, che volete? Dite chi siete almeno!», e spalanca la porta.
Entra un gatto grigio e bianco fradicio di pioggia, si alza sulle zampe posteriori, con quella anteriore destra si tocca lo stomaco, emette una specie di borborigmo e vomita un topo morto masticato e mal digerito. I fannulloni urlano per l’orrore, il paralitico concentra il proprio schifo in un latrato.
«Signori, io, se mi date ventimila lire, il topo me lo mangio!», dichiara Fabrizio assumendo un tono solenne. I fannulloni ridacchiano: «Non dire stronzate...». «Ripeto, ventimila lire!». «E finiscila!». Il paralitico: «Zitti! Gliele do io le ventimila lire! Sono tutti i miei risparmi...». Apre una busta gialla. «Metti le ventimila lire sul tavolo!», ringhia Fabrizio. Quello lo fa, lui le arraffa, respira profondamente a occhi chiusi e, senza rullo di tamburi, si tuffa con grande coraggio e addenta il cadavere del topo. Si rialza: «Però non lo mangio tutto subito», dice fra gli applausi, «lo faccio fuori poi, a rate».
Mi prende da parte: «"Al Ragno Verde", ora! Ho una fame della madonna!».
La pioggia è cessata. Un fannullone ci porta in due sulla sua Gilera 250. Entriamo, ci sediamo allo stesso tavolo di due marinai inglesi ubriachi in maniera agghiacciante. Fabrizio è eccitatissimo: «Una doppia porzione di fagiolane con le cotiche!», urlacchia. Uno dei due marinai si abbandona sul pavimento. Io: «Faber, hai visto che spettacolo penoso?». «Non me ne frega un cazzo... Allora arrivano?». Vedo che ansima impercettibilmente. «Dimmi la verità, ma prima...». «Prima quando?». «Quando hai morsicato il cadavere del topo, non ti è venuto da vomitare?». «Non mi conosci! Nel modo più assoluto! Ho uno stomaco di ferro, io. Non ho mai vomitato in vita mia».
Portano le fagiolane. Lui si avventa sul piatto mugolando. Le finisce in sei minuti, si placa, chiude gli occhi: «Erano fredde, ma avevo una fame. Ora sto verame...», s’interrompe, respira a fatica, lascia andare un rutto e, con un raglio lacerante, vomita in faccia al secondo marinaio inglese, che scivola lentamente sotto al tavolo.
«Mi scusi, non avevo intenzio...», altro getto di vomito, di quattro metri. «Il conto per pietà, non vedete che sto male?».
Usciamo. Il fannullone e la sua Gilera sono scomparsi. Fabrizio: «Chissenefrega. Taxi! Stasera possiamo permettercelo, abbiamo i sol...». Si tappa la bocca, gli esce del vomito dal naso. Si tappa il naso, dalle orecchie gli esce uno spruzzo giallo. Due respiri profondi: «Un taxi, porca puttana!».
Saliamo sulla vettura, ma dopo cinquecento metri Fabrizio vomita sulla nuca dell’autista, un vecchio di circa ottant’anni, che inchioda, afferra un coltello da cucina e si volta guardandoci con gli occhi di un rinoceronte inferocito. «Stronzi maledetti! Io vi faccio a pezzi!», urla. Spalanchiamo le portiere e scappiamo.
Il disgraziato ci insegue per tutta la salita San Lorenzo, ansima, diventa cianotico e, a cento metri dal duomo, si ferma di colpo: «...Affanculo, pezzi di merda, questa volta...», non finisce e crolla a terra di naso, folgorato. Noi prendiamo fiato, poi ci incamminiamo e dopo mezz’ora siamo di nuovo da Repetto.
Fabrizio è pallidissimo: «Passatemi la chitarra», dice, «suonicchio un po’, così mi passa...». Tocca le corde, plin plin... e si scaraventa in giardino. Da dentro si sente solo un barrito. Rientra.
«Colpa del topo, eh?», commenta il paralitico. «No, le fagiolane fredde con le cotiche sono letali», risponde Fabrizio. Si siede sulla sedia di ferro: plin plin, plin. Plon. «Che bello questo motivo», dico io, «sembra una musica trovadorica». Fabrizio mi guarda: «Tu che sei un patito di storia medievale, aiutami a scrivere le parole».
E cominciamo.
Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d’allor...
A Faber, con molto affetto, Paolo.