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 2011  novembre 27 Domenica calendario

IL NORD GUADAGNA SULLA CRISI DEI «PERIFERICI»

Non è un caso che venerdì pomeriggio i ministri delle finanze di Germania, Finlandia e Olanda si siano riuniti, in un club ristrettissimo, per discutere sulla crisi europea. Non è un caso neppure che siano proprio questi i Paesi più arroccati su posizioni intransigenti: niente eurobond, niente aiuti, niente pasto gratis per nessuno. Germania, Finlandia e Olanda sono infatti gli unici Stati europei che dalla crisi hanno tratto, almeno in termini di costo del debito, un beneficio: loro pagano oggi tassi d’interesse più bassi rispetto a quelli di inizio anno.

Secondo i calcoli del Sole-24 Ore, con i tassi attuali la Germania sulle emissioni di titoli di Stato del 2012 risparmierà 590 milioni di euro all’anno, la Finlandia 85 milioni e l’Olanda 95 milioni di euro. Per contro, tutti gli altri Paesi avranno un aggravio: rispetto ai tassi di gennaio, l’Italia sulle emissioni di titoli di Stato del 2012 pagherà 7,1 miliardi di interessi in più. La Francia 750 milioni in più. La Spagna 1,57 miliardi in più. Il Belgio un miliardo in più. Insomma: la crisi ha spaccato in due l’Europa. Qualcuno, nel breve, ci guadagna. Qualcuno, invece, ci perde.

Il «sussidio» dei mercati

Iniziamo dalla Germania. L’anno prossimo dovrà emettere, secondo le stime di Royal Bank of Scotland, 183 miliardi di euro di nuovi titoli di Stato per rimborsare quelli in scadenza: 64 miliardi a due anni, 50 miliardi a 5 anni, 54 miliardi a 10 anni e 9 miliardi a 30 anni. Se questi nuovi debiti fossero contratti ai tassi d’interesse di ieri, Berlino avrebbe una spesa annua per interessi di 2,33 miliardi di euro. Se invece le stesse identiche emissioni di titoli di Stato fossero effettuate ai tassi d’interesse del gennaio scorso, gli interessi per la Germania sarebbero ben più elevati: 2,92 miliardi annui. Ovvio che si tratta di un calcolo approssimativo, dato che è impossibile che i tassi restino «cristallizzati» per tutto l’anno. Ma, pur da prendere con le pinze, questi calcoli un messaggio lo lanciano: Berlino risparmia, grazie alla crisi, 590 milioni di euro rispetto ai tassi di gennaio. Non tanti, ma neppure pochi. Di fatto, potremmo definirlo un «sussidio» occulto dalla speculazione.

Senza andare all’Italia, che è il Paese con l’aggravio maggiore perché nel 2012 dovrà emettere 219 miliardi di titoli di Stato (escludendo i BoT), basta guardare alla Francia per capire il problema. Parigi nel 2012 dovrà emettere – sempre secondo le stime di Rbs – 175 miliardi di euro di titoli di Stato: si tratta di 8 miliardi in meno di Berlino. Eppure, sebbene le emissioni siano lievemente inferiori, ai tassi di ieri Parigi pagherà quasi il doppio degli interessi tedeschi: 4,53 miliardi, contro i 2,33 della Germania. Non solo: rispetto ai tassi di gennaio, la Francia pagherà 750 milioni di euro in più. Discorso analogo per tutti gli altri Paesi, tranne che per Finlandia e Olanda: anche loro risparmieranno sulle emissioni del 2012. Anche loro avranno, dalla crisi, un «sussidio».

Gli effetti sull’economia reale

Si potrà dire: ovvio che la Germania paghi tassi d’interesse bassi, dato che è il paese più virtuoso d’Europa. Stesso discorso per Finlandia e Olanda. Vero, verissimo. Se lo meritano. Ma fino a un certo punto: questi paesi, seppur virtuosi, beneficiano infatti della crisi e del fatto di essere percepiti come «porti sicuri» dagli investitori. Per capirci: i loro tassi d’interesse sono troppo bassi rispetto ai fondamentali economici, mentre quelli degli altri Stati sono troppo alti. Basta guardare i numeri. La Germania ha un debito pubblico 2011 stimato all’81,7% del Pil, mentre la Francia è all’85,3%. Il deficit francese è maggiore, ma comunque sono entrambi Paesi con rating di «Tripla A». È dunque giustificato un divario così ampio tra i loro tassi d’interesse? La risposta è ovvia: no. «Questi differenziali sono in parte dovuti alla reazione esagerata del mercato – osserva Marco Annunziata, capo economista del colosso Usa General Electric –. Non c’è dubbio che la Germania da questo andamento dei mercati abbia avuto un sussidio. Questo può aver portato i tedeschi a sottovalutare la portata della crisi».

Questo è il punto. Il beneficio, il «sussidio», non è infatti solo per le casse degli Stati virtuosi. Ma per tutta l’economia. Se la Germania paga tassi d’interesse bassissimi sui propri titoli di Stato, le sue banche trovano finanziamenti a tassi convenienti e anche le imprese hanno lo stesso vantaggio. Per contro le banche e le imprese italiane si trovano a pagare tassi d’interesse elevatissimi, inaccessibili: questo le spiazza e le spinge fuori dal mercato. Negli appalti, nelle commesse, nella vita di tutti i giorni la competizione tra imprese italiane e tedesche non sarà mai alla pari se le condizioni di finanziamento sono così distorte. La speculazione, insomma, sta dando un «sussidio» eccessivo alle imprese tedesche, finlandesi e olandesi e sta imponendo una «tassa» eccessiva alle loro concorrenti italiane, francesi, belghe. Ovvio che tutta l’opinione pubblica tedesca sia portata a sottovalutare la crisi e a considerarla un problema di altri: loro ancora non la percepiscono. Anzi: la percepiscono, ma a loro vantaggio.

La posta in gioco

Questi numeri lanciano anche un altro messaggio: anche per i Paesi sotto attacco dei mercati, i tassi d’interesse non sono proibitivi. Preoccupa la loro «lievitazione» veloce, ma anche nel caso dell’Italia un aggravio di 7 miliardi di interessi su un debito da 1.900 miliardi non è qualcosa di insostenibile. I problemi sono altri. Uno: per quanto tempo i tassi resteranno su questi livelli. «Per un anno questi livelli sarebbero anche gestibili – commenta Silvio Peruzzo, economista di Rbs –. Il problema sarebbe serio se questi livelli diventassero strutturali: in tal caso, per mantenere sostenibili questi tassi, lo Stato dovrebbe generare un surplus di bilancio enorme».

Il secondo problema è quello già accennato: la perdita di competitività dell’economia italiana nell’ambito europeo. Ma il terzo problema, quello più grave e potenzialmente fatale, è un altro: il rischio di una crisi di liquidità. Insomma: il rischio che, un giorno, gli investitori non vogliano più comprare i titoli di Stato italiani. O di altri Paesi in crisi. Quel giorno, se dovesse arrivare, comporterebbe una tale onda d’urto che neppure la virtuosa Germania potrebbe resistere. Questo i tedeschi, che oggi beneficiano del «sussidio» della crisi, dovrebbero tenerlo ben presente: quando la nave affonda, affonda anche la prima classe.